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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

GLI ITALIANI DANNO IL MEGLIO SOLO NEI MOMENTI PEGGIORI"

(intervista a Giorgio Bocca)
Hai scritto: passato qualche mese dopo la fine della guerra, incominciai a capire che le cose dopo vent’anni di fascismo tornavano al punto di prima, che dopo venti mesi di Resistenza eravamo di nuovo su per giù al ’21, al rapporto di lotta nella coesistenza che c’era stato fra il senatore Agnelli e la direzione Fiat e quelli dell’"Ordine Nuovo"...
«Avevamo dominato la guerra partigiana, specialmente nel Cuneese, in Piemonte. Giustizia e Libertà e il Partito d’Azione erano insieme ai garibaldini comunisti le forze preponderanti della Resistenza. Il Partito comunista e quello socialista, soprattutto il Partito socialista che nella guerra partigiana era stato quasi assente, avevano inventato all’ultimo momento delle formazioni Matteotti che, però, praticamente non esistevano. Ma alle elezioni noi siamo stati eliminati completamente, fuori dalla lotta politica. Noi rappresentavamo il nuovo, il nostro partito era il partito della rivoluzione democratica. Non eravamo comunisti, non eravamo socialisti però pensavamo che l’Italia avesse bisogno di una rivoluzione democratica, di diventare un paese democratico, e siamo stati completamente rifiutati dagli italiani. Ho capito lì che c’era poco da fare. Alcuni, anzi quasi tutti i miei compagni, si sono iscritti al Partito socialista. Ma era un’illusione, tant’è vero che poi il Partito socialista, con Craxi, è finito nel peggio come alleato della destra».
Ti è stato proposto di entrare in politica dopo la fine della guerra?
«Pochi giorni dopo la Liberazione, ci avevano detto: beh, fate un po’ di politica e propaganda per le elezioni. Io sono andato a fare un comizio in un paese che si chiama Busca, vicino a Cuneo. Ero lì che parlavo, raccontavo il programma del Partito d’Azione che era nazionalizzazione per la grande industria e libertà invece per la piccola e media. Avevo di fronte i mercanti di legno che mi guardavano stupefatti: ma cosa racconta questo qui? Non ci capivano, eravamo completamente fuori dal paese. Invece andavano avanti quelli che avevano certe tradizioni, certe leggende alle spalle: comunisti e socialisti, ah, loro sì che sono per il popolo e allora sono stati votati. Insomma, un seguito politico non lo inventi in pochi giorni».
Parlavi in italiano o in dialetto al comizio?
«In italiano, ma i temi erano fuori dagli interessi reali della gente».
Leggendo i tuoi libri si scopre che l’Italia di oggi è il frutto del prevalere nella nostra storia di alcune tendenze forti che erano presenti fin dagli inizi della repubblica. Quali sono secondo te queste principali tendenze cicliche, che si ripetono?
«Alla fine del fascismo c’era la corrente cattolica. La presenza della Democrazia cristiana era un mistero: qualunque fesso della mia generazione si candidasse con la Democrazia cristiana veniva eletto matematicamente, mentre tutti gli amici miei del Partito d’Azione venivano bocciati. Quella era una forza preponderante; l’altra era quella dei comunisti. Le forze dominanti erano quelle che avevano dei grandi poteri alle spalle: la Chiesa o la Russia. L’idea riformista in Italia non è mai penetrata veramente. I partiti che contavano per la gente erano quelli che davano la garanzia che o comandava il papa o comandava Stalin: le scelte erano quelle. I comunisti puntavano specialmente su regioni come la Toscana. L’Italia centrale puntava sui comunisti, non so se per una furbizia atavica. Dicevano: intanto quelli lì sono lontani, facciamo finta di essere per Stalin che tanto Stalin non verrà mai. Altri, invece, erano apertamente per la Chiesa, come tutto il Nord. L’Italia del Nord era democristiana. La presenza della Chiesa - che consideriamo sempre per comodo, perché sappiamo che è un potere con cui è meglio andar d’accordo - è dominante e ha per capo uno che parla ex cathedra, infallibile: una potenza che non tollera opposizione. Più antidemocratico di così cosa c’è?».
Credi che nello stesso miracolo economico fosse già contenuto il fallimento della politica o invece c’erano delle idee che sono state tradite dopo?
«Nel miracolo economico c’erano già tutti i vantaggi e i difetti della società italiana. Era un fatto positivo che ci fosse questa carica d’energia per cui si riaprivano e si creavano ovunque delle fabbrichette. Poi c’erano quelli che mi dicevano: me ne frego se chiudono il Siam o l’India, io vado a esportare in Giappone. C’era questa carica vitale, questa espansione economica molto forte. Ma è stata un’espansione disordinata: si badava (allora come adesso) solo al guadagno immediato. Veniva trascurato tutto quello che era il gioco per il futuro, cioè la ricerca economica, la ricerca scientifica. Veniva potenziato solo il fatto di fare subito degli affari: vendere subito e fare guadagni».
Quindi è mancato da subito un piano di riforme?
«Una cosa che si è vista subito è l’attacco al territorio, in maniera selvaggia. Già all’inizio, ricordo uno dei primi servizi che feci per il giornale sull’alluvione del Polesine. Fu chiaro che, sul corso del Po, invece di fare le opere per evitare l’inondazione, avevano occupato tutte le zone di esondazione: erano state riempite di case e di campi e il fiume, naturalmente, la prima volta che è uscito, ha creato delle tragedie enormi».
A un certo punto in Partigiani della montagna dici: la vita diventava impossibile ai disonesti, ai vili e ai deboli, questi se ne andavano senza essere cacciati. È come se dicessi che la forza delle cose scremava e setacciava gli uomini migliori. È pericoloso pensarlo, ma sembra quasi che gli italiani riescano a dimostrare una serietà morale solo in questi momenti.
«Certo, sono convinto che gli italiani danno il meglio di sé solo nelle situazioni peggiori, più difficili».
Ma allora questa guerra definitiva, che eliminava tutte le altre guerre, forse per l’Italia non è la ricetta giusta, ci vorrebbe una guerra ogni dieci anni...
«Le guerre non risolvono, risolve la scuola, la crescita democratica e culturale del paese. Se invece in tutte le famiglie italiane si continua a trasmettere una cultura della furbizia e dell’egoismo, le cose non cambiano. Infatti, la guerra partigiana - aveva ragione Dante Livio Bianco - è stata una vacanza. In vacanza tutti diventano belli e buoni, si immaginano diversi da quel che sono. Basta leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza, sembrano lettere di santi, di personaggi fuori dalla norma, sono contenti di morire, raccomandano ai figli: non preoccupatevi, muoio per la patria. Robe tipo i martiri di Belfiore, insomma. Come nel Risorgimento: minoranze estreme che immaginano che tutto il paese sia come loro. E invece non è così».
Come avete preso voi di Cuneo la battuta di Totò: "Ho fatto per tre anni il militare a Cuneo"?
«Quella era una presa in giro, una presa per il culo. Invece molti: ah, hai visto Totò? Ha parlato di noi!».
Pare che ci sia una piazza Totò a Cuneo.
«Noo, ma no. Lo raccontano. Molti non avevano neanche capito che era uno sfottò. È uno sfottò che sotto sotto capisco perché ai cuneesi piaceva. Totò, infatti, continua a dire: ho fatto il militare a Cuneo, ho avuto una parte della mia vita importante, perché fare il militare a Cuneo non è uno scherzo».
Hai fatto il militare a Cuneo...
«Ho fatto il militare a Cuneo».
Quando riguardi la tua vita che cosa pensi, ti sembra di avere avuto una vita soddisfacente?
«Molto. Infatti, ieri mi ha telefonato mia sorella che ha cinque anni più di me: ah sai, sono triste e sola, e se rivedo la mia vita mi pare che le abbia sbagliate tutte».
E tu?
«A me pare di averle indovinate tutte, mi pare di essere soddisfatto di quasi tutto!».