Dario Cresto-Dina, la Repubblica 27/12/2011, 27 dicembre 2011
I SENTIERI E LA SUA GENTE A UN PASSO DAL PARADISO
Nonostante Giulio Einaudi l’avesse liquidato in questo modo: "Scrive bene quando cerca di scavare nella verità, mi prende, mi interessa, ma non per questo si può mettere accanto al Manzoni", Giorgio Bocca sarebbe stato il Simenon italiano se il giornalismo non l’avesse tenuto alla catena e se il pessimismo che esercitava anche sul proprio talento non avesse seppellito i suoi preludi letterari con una risata. Rapido e prolifico, ancora a novant’anni la sua testa dettava un articolo di cento righe in mezz’ora, avrebbe scritto grandi romanzi sulla natura e sulle stagioni, avrebbe investigato attorno alle passioni scellerate e promiscue di donne e uomini, avrebbe narrato di pietre e di acque, di bestie e criminali di mezza tacca, avrebbe inseguito tonache pruriginose e amori clandestini di provincia con il suo finto cinismo che dissimulava la partecipazione e la pietà alle vite degli altri. C’era qualcosa di ferino in lui, una fierezza selvatica che odorava di muschio e di terra e si sorride nello scoprire che un tempo era stato persino proprietario di una barca. Si chiamava Culandrona e la teneva a Lerici. La abbandonò perché era faticoso salirvi e scendere e il mare rimase nella sue vele fino a quando riuscì a prenderlo a pugni navigando fin sul limite della tempesta.
Giorgio è sempre stato un contadino. Confessava di non sentirsi una persona raffinata: "Sono un po’ barbaro - ha detto a Maria Pace Ottieri nell’intervista testamento realizzata pochi mesi or sono per Feltrinelli Real Cinema -, sono molto piemontese, molto convinto di avere radici contadine, ragiono come un contadino: risparmiare, mettere da parte, essere protetti". Si proteggeva con la furbizia dei gatti che si strofinavano tra le sue gambe e gli saltavano sulla scrivania. Si accomodava negli angoli più tiepidi come tutti quelli che in gioventù hanno patito il freddo. In casa stava con le pantofole, i pantaloni di velluto a coste consumati sui ginocchi, la camicia a quadri scozzesi di flanella, il vecchio e affezionato golf di Missoni con scollo a V. Il mondo lo ha raccontato attraversandolo invece sulle scarpe grosse e in rare occasioni con il mocassino da ballo, disossandolo con l’accuratezza dei cascinieri nella domenica in cui si fa il maiale e non si spreca niente, mettendo le mani dentro il secchio del sangue spesso ancora caldo.
A Milano abitava con Silvia Giacomoni - alta, severa, elegante -in una bella casa inondata di luce dove ognuno aveva il suo piano, la propria privacy professionale, un numero di telefono lui, un altro lei. Via Giovannino De Grassi, zona Magenta, uno strano posto che si ritrae dalla città e sembra nascondersi da essa, un quadrilatero di palazzine per esuli e stranieri delimitato da cancelli di ferro che racchiudono un modo di essere e di stare che a Giorgio piaceva dividere con Montale. Alla domanda: "Lei vive bene a Milano?", il poeta genovese era solito rispondere: "Sì, ignorandola". Lui la ignorava, rasentava i muri di via Bigli e andava occhi bassi a rifugiarsi al Corriere in via Solferino. Bocca ha fatto la stessa cosa, un pomeriggio lo spiegò così a Mario Rigoni Stern, mentre parlavano di inverni e della neve, di bestie e di guerre, di amicizia e di come si muore: "La tentazione di vivere a Milano come in un villaggio di cui si conoscono una o due strade è forte. Per conoscere la città, per affrontare la barriera corallina delle sue case bisogna essere giovani, e non basta. Io non sono ancora riuscito a vincere il senso opprimente della cecità cittadina, i muri che mi impediscono di vedere lontano, di vedere tutto, quel piacere che mi dà la montagna". A Milano guardava le sue macchine per scrivere, i computer e il fax. A Beillardey di La Salle, in Valle d’Aosta, sua ultima tana d’orso, si industriava per ore a scrutare il Monte Bianco "per capire se quel punto nero era una roccia o un animale sul nevaio oppure spiavo il mio amico De Luigi sulla porta di casa". Guardava la vita, non la televisione, e si sentiva nel mondo più che in piazza Duomo.
Della guerra partigiana ricordava ogni paesaggio, la fioritura dei ranuncoli dalla sera alla mattina, una corsa di stambecchi, il nido dell’aquila che mette paura, un viaggio meraviglioso in motocicletta dalla Val Varaita in Val Maira e di qui in Val Grana fino a Valle Stura e Demonte, dove i partigiani avevano piazzato una mitragliatrice sulla tramvia, una cosa che non serviva a nulla ma che a quei ragazzi pareva un’idea quasi miracolosa, da ingegneri militari. Scriveva di animali fantastici rimastigli nella memoria dalle veglie nelle stalle e ritrovati nei capitelli romanici, incroci mitologici che portavano nomi storpiati dal susseguirsi nei decenni della narrazione orale. I leberon, i locul, i loprovat, i rospi carcaplut e i leggendari dahu, capre di montagna dalle corna fosforescenti e con le zampe di sinistra più corte di quelle di destra. Gli piaceva la gente com’è, "bruttina, presto appassita, con le rughe e i dolori alla schiena" e aveva amici semplici, messi comunali, vignaioli, locandieri, preti, medici condotti come il dottore di Morgex assieme al quale in certi pomeriggi si metteva a elencare le cose che c’erano quando entrambi erano giovani e che non ci sono più: i gamberi di fiume nella Dora Baltea, i ranocchi nel Marais della Val Veny, i ballatoi di legno, le file dei muli che salivano ai valichi e lo champagne leggero e pétillant che solamente un tal abate Bougeat sapeva fare. Il canonico purtroppo si portò il segreto nella tomba spirando nel sonno senza dare neppure un minimo di preavviso. Era curioso di tutto e di tutti, gli riusciva bene essere ironico, caustico e bugiardo. Sapeva essere cattivo - quanti erano gli stronzi, a sentirlo! - anche con se stesso. Il Bocca, come lo chiamava Silvia, non poteva venir meno alla fama guadagnata sul campo. Gli affetti e la commozione in lui erano stanze segrete, luci spente, a volte scarne pudiche parole di ringraziamento vergate con grafia tremolante su un biglietto bianco. Carezze interrotte a metà.
"Quando muore tua madre - disse - capisci che il più vecchio sei tu". Come i nostri nonni sedeva a tavola con raccoglimento quasi religioso, stava al cospetto delle pietanze fumanti come stanno i genitori di fronte alla culla di un bimbo appena nato. Controllava con sguardo accigliato ci fossero sempre il formaggio e il vino buono della figlia Nicoletta. Come i contadini di una volta mangiava in silenzio, tastando con i denti e il palato la consistenza dei cibi e il loro sapore. Ascoltava con qualche sforzo i discorsi degli ospiti, ma senza mai distrarsi da un impegno che, glielo si leggeva negli occhi, era un piacere e una fede.