Roberto Giardina, Italia Oggi 27/12/2011, 27 dicembre 2011
C’È UNO STATO CHE TIENE LA PAROLA
Nell’anno che sta per cominciare, Frau Angela ha regalato uno sconto fiscale ai suoi tedeschi di 4 miliardi di euro, quanto basta per dare una sferzata di ottimismo. E si ha l’intenzione di abbassare le tasse anche alle imprese. Rinnovi di contratto con aumenti tra il 2 e il 4% attendono i lavoratori.
A volte, si rinnova prima della scadenza. E a Natale, quasi tutti hanno ottenuto la tredicesima, che qui è piuttosto una gratifica che può variare a seconda dell’andamento degli affari. Comunque non sempre è un diritto, e può anche essere cancellata del tutto. Ma le imprese hanno voluto premiare i dipendenti.
Che rallenti o meno, a seconda di chi fa le previsioni, nel 2012 la Germania rimarrà la locomotiva d’Europa. Nessuno al mondo esporta quanto i tedeschi. Di tanto in tanto Berlino perde il primato, ma a causa delle oscillazioni monetarie, se l’euro si rivaluta o no nei confronti del dollaro. Dalle auto ai treni, dalla tecnologia verde agli strumenti chirurgici o alle rotative, il made in Germany continua a primeggiare. Da decenni. Di chi è il merito? Delle scelte politiche di Frau Merkel o dei suoi predecessori? Degli investimenti nella ricerca, della superiorità delle facoltà scientifiche, dell’abilità degli imprenditori, di Lutero che inculcò agli abitanti di quelle terre che sarebbero diventate la Deutschland di Bismarck virtù ignote altrove, l’obbedienza, l’operosità, la parsimonia, il sacrificio in nome della collettività?
Tutto vero, e certamente ho dimenticato qualche altro fattore, ma la chiave del successo credo che stia in una semplice virtù: rispettare la parola data, tra cittadino e stato, tra dipendente e datore di lavoro. Cioè il patto sociale in Germania non è una formuletta vuota. Io ti chiedo sacrifici, ma poi, quando sarà possibile, ti darò quanto promesso in cambio. E non barerò sulle date, non svuoterò con opportune modifiche il patto siglato.
Nell’immediato dopoguerra, sotto Adenauer, si decise di ricostruire prima le fabbriche e poi le case private, e i lavoratori avrebbero dovuto stringere la cinghia, fin quando il paese sarebbe tornato concorrenziale. Così fu. E i tedeschi furono ricompensati con generosi aumenti. La Banca centrale e il governo si sono sempre battuti, über alles, contro l’inflazione che è, si sa, una tassa occulta e la più ingiusta socialmente.
I diritti acquisiti sono sacri. In Germania hanno portato la pensione da 65 a 67 anni, due anni scaglionati su vent’anni, un mese di posticipo all’anno. Nessuno si sogna di cambiare le carte in tavola mentre si gioca. In Italia, qualcuno che aveva già dato le dimissioni in cambio di uno scivolo, pensando di andare in pensione domani si trova a dover vivere tre o cinque anni senza stipendio. Ha la liquidazione? Magari l’aveva investita per stipulare un mutuo, per sé o per i figli. La riforma giusta sarebbe stata: se ha già lavorato per 38 anni, invece di 40, in base alla riforma, dovrà ancora lavorare un 10% in più, diciamo 4 o 6 mesi.
Un patto, quello che una volta, sulla piazza del mercato, si sanciva con una stretta di mano, che viene rispettato anche dai privati. Il prodotto viene consegnato ai cinesi, o a me a Berlino, nei tempi concordati, e se qualcosa non funziona la garanzia mi protegge. Anche negli ultimi anni, ai lavoratori è stato chiesto di rinunciare ad aumenti di stipendio, e di fare gli straordinari senza venir pagati, accumulando crediti orari da riscuotere in seguito. Ora che la macchina è ripartita non sono stati dimenticati, o tenuti buoni con vaghe promesse. Nell’80% delle imprese, dalle gigantesche a quelle familiari, valgono accordi aziendali. Quanto influisce sullo spread il rispetto della parola data?