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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

SCALFARI VUOL RENDERE ATEO MARTINI

Di nuovo Eugenio Scalfari, nel ruolo da lui stesso preferito, cioè non di giornalista bensì di filosofo, pensatore, storico, si è recato a colloquio dal cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano e, per i progressisti nostrani, simbolo di una supposta Chiesa-non-chiesa, oltre che anti Wojtyla e anti Ratzinger per eccellenza e, va da sé, reputato apostolo dell’antiberlusconismo.

Le condizioni fisiche del cardinal Martini sono da parecchio tempo infelici.

Secondo quanto lo stesso Scalfari dipinge, è «ammalato di Parkinson, cammina con difficoltà, la voce è diventata quasi un soffio», tanto che ha bisogno costantemente di un badante, «don Damiano, che è quasi la sua ombra». Invece di lasciare il prelato tranquillo nella sua faticosa vecchiaia, il Fondatore ogni tanto ritiene opportuno rompergli le scatole, per sottoporlo a colloqui nei quali gli impartisce brutali lezioni di ateismo, razionalismo e relativismo, che costringono l’incolpevole contraddittore a spiegargli la posizione della Chiesa, che non è proprio quella di Scalfari. Bisogna riconoscere al cardinale una notevole dose di cristiana pazienza nel tollerare le frecciate, le elucubrazioni, le sparate del proprio interlocutore, e un’indubbia resistenza, posto che finora, nonostante tutte le sollecitazioni del giornalista, non si è ancora convertito allo scientismo e alla miscredenza.

Paginate della Repubblica sono state così dedicate, la vigilia di Natale, all’ultimo incontro Scalfari-Martini. I lettori possono abbeverarsi ai rapporti avvenuti nel lontano 1944 tra il giovane universitario, collaboratore di Roma fascista (entrò allora in rapporti col giovane Mario Tedeschi, destinato nel dopoguerra a dirigere il Borghese dal 1957 al ’93), e i gesuiti. Questi provvidero, e chissà quanto se ne dovettero poi pentire, a salvare lo studente, divenuto antifascista e ricercato, ospitandolo nella Casa del Sacro Cuore, destinata di solito a esercizi spirituali. Il ringraziamento di Scalfari è il seguente: la fede «che si respirava al Sacro Cuore aveva un sentore di sacrestia piuttosto sgradevole per chi come me la fede non ce l’ha e neppure sente il bisogno di cercarla».

Tutt’altra, invece, risulta la fede di Martini: il cardinale può stare tranquillo, un teologo del calibro di Scalfari lo rassicura, perché la fede dell’ex arcivescovo di Milano «emerge dal suo profondo». L’entusiasmo scalfariano è tale che non si perita di elogiare l’interlocutore perché «non è frequente che un gesuita diventi cardinale e ancor meno frequente che sia stato alla guida della diocesi più importante d’Europa». Sarebbe bastato al Fondatore dare una scorsa al sito internet della S. Sede per rendersi conto che l’istituto di vita consacrata col maggior numero di cardinali è oggi proprio quello dei gesuiti: sono ben sette i gesuiti prìncipi della Chiesa. Quanto agli arcivescovi di Milano, risulta che, in effetti, il cardinale Martini sia stato il primo gesuita ad assurgere alla cattedra ambrosiana: peccato per Scalfari, però, che prima di lui solo altri due religiosi l’avessero preceduto. Dunque, in questo caso i gesuiti sono uno su tre.

Dovremmo, a questo punto, soffermarci sulle poderose riflessioni del Filosofo. Basti dire che egli arriva al punto di asserire che «Gesù tentò il miracolo di cancellare l’amore per sé stessi, ma quel miracolo non riuscì». Lo sventurato interlocutore si limita a richiamarlo alla realtà storica: «Gesù non tentò di cancellare l’amore per sé stessi, anzi lo mise come misura per l’amore degli altri». Scalfari paragona la propria visione («noi siamo un caso, una specie creata dalla natura») a quella del cardinale (che crede l’uomo creato «da un dio trascendente», con la minuscola), rilevando che la concezione intensa della divinità propria del cardinale «sconfina nell’immanenza».

Ovviamente le lezioni scalfariane non si limitano alla filosofia, ma investono la teologia: «Dio morirà se nessun essere vivente sarà in grado di pensarlo», «il cristianesimo è una religione monoteistica? Oppure storicamente è una religione ellenistica?», «quando il giudizio universale sarà avvenuto, il Figlio non avrà più ragion d’essere e lo Spirito santo neppure». Segnaliamo solo che il presule deve chiarire che «il Figlio avrà la beatitudine delle anime che vivranno nella luce». Peccato per lui che il Fondatore non creda né al Figlio, né alla beatitudine, né alle anime, né alla vita eterna, né alla luce. Peccato, altresì, che nonostante le palesi ambizioni, né Scalfari appare all’altezza di Platone, né, ammettiamolo, Carlo M. Maria è un novello Socrate; sicché il dialogo natalizio della Repubblica resta un po’ distante dal Fedone.