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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

LA MEMORIA


Caro amico Giorgio Bocca
una vita insieme alla tua fantasia
di EUGENIO SCALFARI


Giorgio Bocca con Eugenio Scalfari (agf)
È STATA l’ultima volta che l’ho visto, era il 6 dicembre scorso, le 11 del mattino e lui stava seduto alla sua scrivania, pallidissimo, il volto scavato con le ossa della fronte, degli zigomi e delle mascelle coperte dalla pelle e gli occhi fissi davanti a sé che guardavano il vuoto. Gli chiesi se avesse dolore in qualche parte del corpo, rispose "No, nessun dolore". "Questo è un buon segno - gli dissi mentendo - ma come ti senti?", mi guardava senza alcuna espressione, poi la bocca accennò un sorriso. La risposta fu "non ci sono". La moglie Silvia si era seduta accanto a lui, gli carezzò lievemente la guancia e quasi per cambiar discorso disse: "Per pranzo gli ho preparato la luganiga, gli piacciono quelle salsicce cotte nel vino". "Ma le può mangiare?", "Le assaggia".

Gli domandai se leggeva i giornali. Rispose: "Non c’è niente da leggere". Insistei: "La politica ti interessa sempre?". Rispose: "Non c’è politica". Poi fu lui a chiedermi: "Tu come fai a scrivere ancora?". Risposi che il mestiere, se lo hai imparato fin da ragazzo, è lui che ti porta sulle spalle e tu vai avanti senza fatica. Lui commentò "per me il mestiere non c’è più, se n’è andato prima di me ma l’attesa ormai sarà breve". Poi si voltò verso Silvia e lei mi disse che era stanco. Mi alzai, andai verso di lui e ci baciammo. "Tornerò presto". "Non

mi troverai, non venire, sarebbe inutile".

Sono uscito con una grande tristezza in cuore. Ora l’amica del destino è arrivata all’appuntamento e ha portato via la sua spoglia ma l’anima se n’era già andata e lui me l’aveva detto: non ci sono più. Per quanto mi riguarda continuerà a vivere finché vivrò. La memoria serve anche a questo: tiene vive le persone che ci sono state compagne di vita, di pensiero, di progetti e con le quali abbiamo discusso, litigato, gioito, sperato.

* * *

Giorgio è stato un grande giornalista, un grande cronista e un grande scrittore. Non era un letterato ma uno scrittore sì, dei vezzi letterari non aveva bisogno, era la fantasia a muovergli la mano e la penna. Vedeva i fatti, i luoghi, i personaggi e li raccontava, ma la fantasia li associava ad altri personaggi, ad altri luoghi e ad altri fatti. Passava da un tempo ad un altro e da un luogo ad un altro luogo senza separarli neppure con un "a capo", neppure con un punto, al massimo una virgola. La fantasia fa di questi miracoli e lui, sotto la maschera del contadino e del provinciale, sentiva e raccontava l’avventura delle persone, poi all’improvviso alzava gli occhi verso il cielo e descriveva le stelle come intermezzo e poi tornava a raccontare la storia d’un bandito o d’un corruttore, d’un mondo dove i leoni avevano lasciato il posto alle volpi e alle faine.

Io gli ho voluto molto bene. Lui non so, era burbero nei modi e anche chiuso in sé quanto io ero aperto. "Tu vuoi sedurre la gente - mi diceva - e capisco che questo è il tuo mestiere". Un giorno mi disse che ero un cinico. Un altro giorno che la mia presenza gli dava sicurezza. Era insicuro e timido, Giorgio Bocca, ma puro come il diamante. A vederlo da fuori tutto avresti pensato fuorché fosse impastato di fantasia, che avesse un mondo fantastico dentro di sé e invece era proprio così e basta leggere le prime pagine del "Provinciale" - forse il più bello dei suoi libri - per capirlo.

* * *

Tra le mille inchieste, interviste, cronache di guerra e di dolorosa pace, ricordi di vita partigiana che Giorgio ha pubblicato in libri e giornali, dall’Europeo al Giorno, e poi su Repubblica, è difficile scegliere.
Da noi venne fin dal primo giorno della fondazione e c’è rimasto fino a ieri, è durato 36 anni questo sodalizio. È incredibile la sua scrittura. Per la professione che faccio ho letto migliaia di articoli e le firme di chi vi scriveva sono state tra le più pregiate. I confronti sarebbero impropri, ognuno aveva la sua cifra, il suo stile, ognuno la sua visione della vita e del Paese. Ma quello di Bocca è stato unico. Pensava, vedeva, raccontava, si indignava, si innamorava dei personaggi, li faceva rivivere e vivere sulla pagina.

Tra i tanti luoghi che ha visto il Sud è stato una passione. Aveva in testa racconti di banditi, liturgie di iniziazione alla mafia e alle "’ndrine", violenze, soprusi, corruzione, ma anche gli antichi insediamenti della Magna Grecia, Sibari, Crotone, Agrigento, Locri e Ulisse, il mare azzurro di Scilla e Cariddi, le coste ioniche, Pitagora, il ratto di Proserpina, gli aranceti, le spiagge a perdita d’occhio. E il cielo. Un cielo blu da Croce del Sud che invece era quello dell’Orsa Maggiore e delle costellazioni di questa parte del pianeta, le Pleiadi, Orione, Andromeda.
Quel cielo blu sopra di lui gli ispirava il ricordo di Omero e di Odisseo che naviga tra l’isola di Circe e quella di Calipso. Ma poi lasciava all’improvviso quel mondo di fantasia, s’arrampicava per i sentieri dell’Aspromonte e raccontava i mafiosi, le donne matriarcali, i pastori, la cosca di Mommo Piromalli e infine i bronzi di Riace, apollinei nelle loro posture guerriere.

Ho riletto, proprio dopo il nostro ultimo incontro di Milano, alcune delle sue inchieste tra le quali quelle che intitolammo "Aspra Calabria", scritta oltre vent’anni fa. L’inizio è sbalorditivo. È in Calabria e deve raccontare per i nostri lettori che cosa è l’Aspromonte, i suoi borghi arrampicati, le tane dove sono imprigionati per mesi e anni i rapiti. E invece comincia così: "Nel 1968 a Saigon, Vietnam, alloggiavo all’hotel Metropole, in una stanza liberty color avorio, solo il geco incollato sul muro mi ricordava che ero nel lontano sudest asiatico. Nella sala da pranzo camerieri in giacca bianca servivano "tournedos" alla Rossini e volendo lo chef ci faceva le "crepes" alla fiamma. Poi uscivo e a duecento metri passavo lungo la caserma dei rangers vietnamiti, con le porte e le finestre murate perché non si vedessero e non si sentissero i prigionieri vietcong chiusi nelle gabbie di bambù, corpi martoriati dalle torture sotto i pigiami neri".

Ma che cosa scrive? È matto? È andato a raccontare l’Aspromonte e descrive l’hotel Metropole e le gabbie dei vietcong. Ah, non conoscete Giorgio Bocca. Va a capo e scrive: "Oggi, 1992, sono in un hotel della Locride e posso vedere di qui l’Aspromonte" e continua "in questi boschi c’è un uomo, il giovane Celadon, che da due anni sta in una tana alta mezzo metro e quando lo fanno uscire deve star lì, sulla buca della tana, legato a una gamba con una catena come un maiale".

E da lettore ormai sei avvinto da quel racconto, ci sei entrato dentro fino al collo, ti sembra di leggere un romanzo di uomini d’avventura, guardie e ladri, corrotti e corruttori, un Hemingway, ma no, un Conrad che scrive sul cuore di tenebra. E invece stai leggendo il "reportage" d’un giornalista che s’è arrampicato fino a Platì, poi scenderà a Taurianova, a Gioia Tauro, poi risalirà di nuovo sulla montagna e intanto fruga nella memoria e rivede Saigon e una guerra spaventosa, ma quella guerra è finita e Saigon è ora una città moderna e ricca, ma qui questa guerra primitiva non finisce mai. Ieri leggevate Bocca, oggi leggete Saviano. Mafia, ’ndangheta, camorra sono sempre là da un secolo e mezzo. Solo che oggi da Platì e dagli altri borghi-rifugio gli ordini e gli affari arrivano a Milano, a Marsiglia, ad Amburgo, a Bogotà, a Tokyo, in Kosovo, in Montenegro, a Mosca. Si commercia la droga, si comprano i casinò di Las Vegas, fabbriche in Brianza, ristoranti a Roma, aree fabbricabili a Firenze e a Brescia. Il volume degli affari supera i 200 miliardi l’anno. Ma i capi vivono ancora nei tuguri sulla montagna o scontano il carcere duro e continuano a mandare ordini, a comandare, a governare il commercio insieme a tutte le mafie del mondo, mentre i figli e i nipoti parlano le lingue, sono seguiti da uno stuolo di avvocati e discutono di fidi e di prestiti con le banche e le fondazioni nei Caraibi, nel Liechtenstein, a Zurigo e a Miami.

Dopo due anni da quella sua inchiesta arrivò un altro tsunami, sembrava un intermezzo da cabaret, Berlusconi, Dell’Utri, Previti, il partito dell’amore, il contratto con gli italiani, le televisioni, le paillettes e le escort.
I Piromalli e i Macrì sono sempre lì e il cabaret è gestito da una cricca "money money money", un vecchio satiro nel Palazzo e una certa Italia che recita la giaculatoria "meno male che Silvio c’è". Ma noi continuiamo a pensare che alla fine la brava gente vincerà e il mistero doloroso diventerà un mistero gaudioso. Così è stato e finalmente quella cricca ha fatto le valigie, cacciata dagli italiani di buona volontà ma anche da una tempesta che minaccia di travolgere un Paese impreparato ad affrontarla.

Giorgio Bocca s’è battuto per tutti questi anni affinché l’Italia si rialzasse dal letamaio ed ha anche visto il finale di quella drammatica farsa. Poi se n’è andato anche lui che si considerava un anti-italiano perché detestava l’Italia che aveva sotto gli occhi.

Io ti ricorderò sempre, caro amico e compagno, tu la tua guerra partigiana non hai cessato mai di combatterla e ora hai il diritto di riposare in pace.
(27 dicembre 2011)© Riproduzione riservata


http://www.repubblica.it/politica/2011/12/27/news/l_amicizia_di_una_vita-27248451/



Giorgio Bocca, l’ultimo dei grandi

Quando muore un grandissimo, come Giorgio Bocca, che se n’è andato oggi, giorno di Natale, a 91 anni, tutte le parole sono inutili tranne le sue. Ricordiamoci com’era, che cosa diceva, che cosa scriveva e soprattutto come scriveva. Acquistiamo i suoi libri, leggiamoli. Io vorrei ricordarlo con l’intervista che gli feci per il Fatto Quotidiano nel febbraio 2010, in occasione dell’uscita del suo penultimo libro, Annus Horribilis.

Giorgio Bocca, lei ha appena scritto Annus Horribilis (Feltrinelli): ma si riferiva al 2009. Il 2010 si annuncia ancora più horribilis…
Vedremo. Il 2009 mi è sembrato il più orribile per una tendenza irresistibile alla democrazia autoritaria. Più Berlusconi ne combinava di cotte e di crude, più i sondaggi lo premiavano. Ora, con questi ultimi scandali, la gente potrebbe cominciare a stancarsi e capire qualcosa.

Quindi c’è speranza?
Non esageriamo. Qualche barlume. E’ come all’inizio della guerra partigiana, ma allora ero giovane e forte dunque fiducioso. Ora sono vecchio e fragile, mi è più difficile essere ottimista. La cecità degli italiani mi ricorda la Germania all’ascesa di Hitler: tutti potevano vedere che tipo era, Hitler, eppure i tedeschi, e anche gli europei, gli cascarono tra le braccia come trascinati da un vento ineluttabile.

Che cosa la spaventa di più?
Il muro di gomma. Succedono cose terribili, o terribilmente ridicole, e nessuno reagisce. Lanci allarmi, provocazioni anche forti, e non risponde nessuno. Come dicono i giudici dello scandalo Bertolaso? “Sistema gelatinoso”. Ecco, è tutto gelatinoso. Non resta che sperare, come sempre nella nostra storia, in qualche minoranza coraggiosa che cambi la storia.

Che cosa la colpisce di più negli ultimi scandali?
La loro incomprensibilità. Leggo la confessione di questo consigliere comunale di Milano beccato con la tangente in mano: ‘Mi sono rovinato per 5 mila euro’.O è un pazzo incapace di ragionare, o faceva sempre così. Almeno Berlusconi ha le sue giustificazioni: è ricco sfondato, ha ville dappertutto. Almeno Tangentopoli era un sistema di corruzione che portava almeno una parte dei soldi ai partiti: una logica, sia pure perversa e criminale, c’era. Ma qui i partiti non ci sono più. E questi si vendono in cambio di qualche massaggiatrice, di qualche viaggio gratis, di pochi spiccioli… La corruzione dilaga a tal punto che c’è gente che ruba senza nemmeno sapere il perché.

Anche Tangentopoli, 18 anni fa, partì da una mazzettina di 7 milioni a Mario Chiesa.
Andai a intervistare Borrelli e gli domandai perché i magistrati fossero riusciti a scardinare il sistema così tardi. Mi rispose che la magistratura in Italia riesce a incidere nel profondo solo quando nella società c’è un grande allarme, quando si accende una grande luce. Oggi la luce non si accende, non ancora. Ce ne sarebbero tutti i presupposti, la corruzione ci costa decine di miliardi all’anno, siamo in fondo alle classifiche di tutti gli indicatori civili, scavalcati anche da metà del Terzo Mondo, eppure tutto va ben madama la marchesa.

Possibile che, in Italia, le classi dirigenti non riescano a smettere di rubare?
Quando esplose Tangentopoli, a costo di essere frainteso, dissi che i gerarchi fascisti rubavano molto meno dei democristiani e dei socialisti. Arrivai a elogiare i “barbari” della Lega che ce li avevano tolti dai piedi. Ora questi rubano ancor più della Dc e del Psi. E lo fanno alla luce del sole, con trucchetti da ciarlatani: invitiamo i capi del mondo al G8 e buttiamo centinaia di milioni. Ma non possono farsi una telefonata, i capi del mondo?

Paolo Mieli dice che sta per saltare il tappo, come nel ’92.
Eh eh, Mieli è un mielista, furbo ma intelligente. Siamo in attesa della grande luce di Borrelli. Forse Berlusconi finirà per stancare, ma siamo ancora all’accecamento della morale: quegli imprenditori che si fregano le mani per il terremoto dicono che la febbre del denaro è ancora alta. E’ come nella Bibbia: Mosè che scende dal Sinai con le tavole della legge e trova gli ebrei che festeggiano attorno al vitello d’oro. Noi li abbiamo superati.

Che idea si è fatto di Bertolaso?
Non credo che abbia rubato di suo, ma che abbia lasciato rubare gli altri. Quando si vuol fare tutto in fretta, si aboliscono i controlli e succede di tutto. L’ha perduto la vanità: si credeva Superman, uno che va a dare lezioni agli americani… Non era difficile capire cosa succedeva. Se gli italiani fossero raziocinanti gli avrebbero impedito di buttare i soldi in tante opere inutili.

Forse, con più informazione e più opposizione, sarebbe più facile ribellarsi.
La cosa più deprimente è la lettura dei giornali, per non parlare della televisione. La nostra democrazia diventa autoritaria anche perché ci sono giornalisti comprati con prebende e privilegi, ma soprattutto terrorizzati. Incontro colleghi, si finisce per parlare di quel che combina Berlusconi, e quelli cambiano subito discorso. Se diventi nemico, sei segnato. Tu ce l’hai spesso col Corriere: credo che la carta stampata sia rimasta democratica, ma ha paura di lui. Si inventa di tutto, pur di parlar d’altro: chiamano ‘terzismo’ il doppiogiochismo. Dicono persino che, a parlar male di Berlusconi, si fa il suo gioco. Ma a chi la danno a bere?

Lei guarda molta televisione?
Sì, ho il gusto dell’orrido. E’ una galleria di mostri. Non riesco a levarmi l’incubo di Feltri, Belpietro, quel Sallusti… E le facce di Ghedini, di Brunetta… Quando li critichi, ti rispondono che sei un vecchio arteriosclerotico. Ma come si fa a diventare così?

La beatificazione di Craxi, i dossier su Di Pietro e ora l’immunità parlamentare d’accordo col Pd.
Beh, è tutto collegato. E’ la complicità fra colpevoli delle due parti. Di Pietro lo attaccano perché ha il merito di essere l’unica opposizione. Craxi piace tanto a questa destra e a questa sinistra per due motivi: intanto perché era un corrotto, e poi perché, con l’idea della Repubblica presidenziale, ha dato un’ideologia alla democrazia autoritaria che questi selvaggi di oggi inseguono ma non riescono nemmeno a teorizzare. Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più.

Dicono che non bisogna attaccarlo, che i problemi sono altri.
E quando ne parlano, degli altri problemi?Allora almeno parlino male di un aspirante tiranno, no? Prima avevamo i Bobbio, i Foa, ora che fine han fatto gli intellettuali di sinistra? Possibile che non nascano più persone intelligenti?

Violante si spende molto per l’immunità parlamentare, dice che la magistratura non deve scalare il trono del principe.
Perché lo fa? Boh, vorrà fare carriera anche lui. Che personaggio viscido, non lo sopporto.

Il presidente Napolitano non le pare troppo condiscendente?
Va considerato nella sua biografia. E’ sempre stato un comunista prudente. Vuole durare, e non so se sia un bene o no. Ogni tanto tira un colpetto, ma chiedergli di fare l’eroe è troppo.

Che speranza abbiamo?
Che la gente si accorga del suicidio di farsi governare da uno abilissimo a fare soldi: quello i soldi, invece di darteli, te li porta via. Che gli italiani si vergognino almeno per le sue cadute di stile, tipo gli sghignazzi sulle belle ragazze mentre parla del dramma degli immigrati col presidente albanese. Che capiscano come un minimo di decenza e legalità è meglio di questa anarchia lurida. Non dico la virtù, l’onestà: un po’ di normalità e di civiltà. L’unica bella notizia degli ultimi anni è il Popolo viola, spero che le prossime manifestazioni siano ancora più massicce e visibili. Se si ribellano i ragazzi, non tutto è perduto.

travaglio, fatto quot



Gianni Barbacetto | 15 agosto 2010

Giorgio Bocca: “Tutti i regimi
alla fine cadono”

Il decano del giornalismo italiano compie novanta anni e racconta la sua carriera. Fino ai giorni nostri:"Berlusconi è peggiore di Mussolini"

Giorgio Bocca sarà festeggiato per i suoi novant’anni, il 18 agosto, in un momento complicato per il Paese, “difficile per la democrazia”, dice. Partigiano, giornalista, ha fatto un pezzo della storia del giornalismo italiano. E oggi assiste allo spettacolo di giornali e tv poveri di notizie e ricchi invece di silenzi, omissioni, dossier e ricatti.

Cominciò negli anni Sessanta, dopo la gavetta alla Gazzetta del popolo, con il Giorno di Italo Pietra, che cambiò la maniera di fare giornalismo: “Era il 1962 – racconta – Pietra mi chiama e mi dice: devi scoprire che cos’è l’Italia reale. Vai a vedere che cosa c’è a Vigevano. E io pensavo: ma questo che cosa dice? Chi se ne importa di Vigevano! Invece ci sono andato e ho scoperto che c’era davvero un mondo da raccontare. Era il boom economico, il grande cambiamento dell’Italia. Come editore avevamo Enrico Mattei: un avventuriero con grande passione per il giornalismo e grandi mezzi. Ha profuso miliardi nel giornale”.


C’era anche un gruppo di giornalisti che cambiato il modo di raccontare la politica e soprattutto la società italiana.
Certo, è vero. Il giornalismo, la notizia, l’inchiesta erano preminenti su tutto. Ma devo dire che avere alle spalle un editore che non badava a spese aiutava… Poi il Giorno è finito già subito dopo la morte di Mattei. È arrivato Gaetano Afeltra, la negazione del giornalismo. E l’Eni di Raffaele Girotti viveva il Giorno come un fastidio.

Sarà forse morto il Giorno, ma non la maniera di fare giornalismo che avevate inventato.
Il nostro gruppo è passato quasi tutto a Repubblica. Lì la cosa nuova è che c’era come direttore un grande giornalista, Eugenio Scalfari, che è un vero direttore d’orchestra. Vedo che nel Fatto quotidiano ci sono gli stessi principi ispiratori. A volte siete un po’ disordinati ed eccessivi, e pretendete di poter scrivere tutto. Ma almeno ogni tanto dite qualcosa, e questo spiega il vostro successo. Forse vi manca quello che avevamo noi al Giorno: molti mezzi, un grande editore alle spalle.

Oggi il giornalismo prevalente, in tv e nei giornali, le notizie proprio non le ama…
Non ci sono più editori che credono nel mercato delle notizie. Conta di più la pubblicità. Come si fa a essere liberi di scrivere tutto quello che si vuole, se poi gli inserzionisti ti tolgono la pubblicità? E poi è arrivato il gossip, il pettegolezzo si è impossessato di tutti i giornali. Anche i migliori (compresa Repubblica) sparano pagine e pagine di pettegolezzi e istruzioni su come si fanno le marmellate. In passato, lo scontro politico era durissimo, eppure la destra non ha mai attaccato Palmiro Togliatti per il fatto che andasse a letto con Nilde Iotti. C’era comunque un rispetto delle persone e della loro vita privata. Oggi invece tutto può essere usato come arma per la lotta politica. Non ci sono più direttori capaci di stabilire confini di tipo etico. Imperversa lo stile di giornalismo di Vittorio Feltri, uno che è stato cacciato dal Corriere perché faceva scandalismo e ora, da direttore, ha imposto il suo modello a tutti.

Anche tu hai ricevuto attacchi duri, hanno scritto che il partigiano Bocca era stato fascista.
Sì, dopo aver fatto venti mesi di guerra partigiana, mi hanno rinfacciato un articoletto scritto su un giornaletto del Guf a 17 anni, quando ancora non avevo conosciuto che cos’era il fascismo. Quando l’abbiamo capito, l’abbiamo combattuto con le armi. È stato doloroso ricevere quell’attacco. Ho scoperto che gli uomini sono carogne. Nella vita puoi fare quello che vuoi, puoi diventare anche un eroe, ma c’è sempre chi cerca di inchiodarti per sempre a un particolare del tuo passato. Non ho mai risposto. Mia moglie mi ha detto: se ciò che ti possono rimproverare in una vita è tutto qui, allora stai tranquillo.

Oggi si fa anche di peggio, si organizzano campagne di denigrazione e ricatti, da Boffo a Fini. E si accumulano dossier.
Fini oggi dice cose politicamente intelligenti. Ma io non riesco a fidarmi di uno che, potendo scegliere tra democrazia e Repubblica di Salò, sceglie Salò e i nazisti e diventa missino. E dopo, come mai non si è accorto che la moglie e il cognato sono dei profittatori e dei traffichini? Sta di fatto, però, che l’opinione pubblica italiana oggi accetta come normale che il presidente del Consiglio usi anche i Servizi segreti per le sue lotte politiche personali.

Al centro di questa scena, a controllare sistema mediatico e apparati dello Stato, c’è Silvio Berlusconi.
Credo che sia ingenuo pensare che l’attuale situazione politica dell’Italia sia determinata soltanto dalla presenza di Berlusconi. Lui è l’uomo fatale che ha capito che cosa vogliono gli italiani, che il Paese ha bisogno di fascismo. È l’uomo giusto al momento giusto, con la sua capacità di menzogna, di raccontare cose che non ci sono, di trasformare quattro casette in Abruzzo nel miracolo della ricostruzione… Non è Berlusconi ad aver provocato questa situazione, sono gli italiani ad amare questa maniera di fare politica. Siamo l’unico Paese dell’occidente che per due volte sceglie una strada autoritaria, prima il fascismo e ora Berlusconi. In Germania, in Francia, vicende così non si sono ripetute. Negli Stati Uniti, l’opinione pubblica si fa sentire. Dopo i Nixon e i Bush, arriva Obama. Qui no.


Berlusconi è diverso da Mussolini.
Ma non migliore. Semmai è peggiore: nel fascismo di Mussolini c’era una reazione etica, il suo regime è stato meno corrotto della precedente amministrazione liberale. Oggi Berlusconi riesce invece a essere autoritario (i dissidenti li licenzia, è naturalmente incompatibile con la democrazia) e anche a imporre le cricche come metodo di governo. Riesce a far apprezzare anche il suo malgoverno. In fondo, le cricche che vengono scoperte hanno schiere di ammiratori segreti, i quali pensano: capitasse anche a noi di essere come loro, di ottenere finanziamenti dello Stato, di avere soldi e potere…

Ma Berlusconi oggi è all’inizio della sua crisi o alla vigilia di un suo nuovo trionfo? Riccardo Chiaberge ha scritto che teme di essere non al 24 luglio 1943, vigilia della caduta di Mussolini, ma al 6 aprile 1924, quando il Partito nazionale fascista prese il 61 per cento dei voti e il regime si consolidò.
L’unica speranza che ho è che alla fine tutti i regimi cadono. È caduto anche il nazismo, che aveva sistemi di controllo più violenti, finirà anche il berlusconismo. Non so quando, la crisi potrà essere lunga. Del resto, è un regime senza opposizione: la sinistra ragiona con la stessa testa del berlusconismo, ha dimenticato, per esempio, l’egualitarismo e fa ogni giorno l’elogio delle differenze sociali. La crisi però c’è, questo tardocapitalismo senza regole, né etiche, né religiose, è destinato ad andare verso una sua apocalisse: divora tutto ciò che c’è, le fonti d’energia, il territorio, l’ambiente, senza curarsi del domani. Consuma il presente senza avere più una idea di futuro. Quanto potrà durare tutto ciò?

Una visione un po’ cupa…
Uno come me in un periodo come questo ha il dubbio: sono io che sono troppo pessimista, che non capisco il presente? Ma vedo il mondo del tardo capitalismo diventare feroce. Il crollo del comunismo si è dimostrato una fregatura: quel modello opposto almeno obbligava anche il capitalismo a stabilire regole e un ordine di valori. Adesso invece vale tutto e contano solo i soldi. Niente regole etiche. L’unica regola è fare soldi, anche rubando. E l’unico disonore è perdere soldi. Una volta se un industriale faceva bancarotta, si sparava. Oggi onorabilità, amor proprio, rispetto, professionalità non contano niente. Mi stupisce che la Chiesa su questo sia assente: ha rinunciato del tutto a proclamare la necessità di un’etica. Uno considerato un grande manager, come Sergio Marchionne, dice che l’unica cosa che importa sono i conti e mette in discussione il diritto di sciopero. E se non vi va bene, dice, sposto la produzione in Serbia: non si era vista una cosa così dal tempo degli imperi. E di questo i giornali non si occupano, o fanno finta che non sia importante.

Nel 1992 hai sdoganato la Lega, votando a Milano il sindaco Marco Formentini.
Nell’amministrazione i leghisti erano gente in gamba e Umberto Bossi, dopo Tangentopoli, poteva dire: nel mio partito non si ruba. Adesso anche lui ha cedimenti, con quel figlio che ha: una roba un po’ coreana…

Citi spesso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Un uomo di cui pure non condividevi i metodi antiterrorismo, a cui hai fatto l’ultima intervista prima che fosse ucciso dalla mafia.
Siamo tutti e due piemontesi, ma il generale Dalla Chiesa può sembrare il mio opposto: io sono azionista, giellista, mentre lui era un carabiniere, diceva di avere gli alamari cuciti sulla pelle. Però era una persona rigorosa che ha combattuto il terrorismo più con l’intelligenza che con la forza. Finalmente un funzionario dello Stato che fa il suo mestiere: era carabiniere e faceva il carabiniere. E poi aveva capito le connivenze tra Stato e mafia. Nella sua intervista-testamento mi ha confermato che metà dei ministri lo aveva abbandonato: e la mafia ti uccide quando sei solo. Come Mattei, come Falcone e Borsellino, è stato ammazzato sapendo che sarebbe stato ucciso. In Italia succede così.

Da Il Fatto Quotidiano del 15 agosto 2010