Alessandro Penati, la Repubblica 24/12/2011, 24 dicembre 2011
FREQUENZE TV L’ASTA NON BASTA
IL GOVERNO ha evitato l’insulto dell’assegnazione gratuita delle frequenze tv. Ma non ha detto cosa intenda fare. C’è chi invoca l’asta, per massimizzare l’introito per lo Stato; e prende come riferimento i 3,7 miliardi incassati con la recente gara per le frequenze telefoniche. E chi, come Berlusconi, sostiene che la televisione digitale rende poco, quindi lo Stato non guadagnerebbe nulla da un’eventuale asta.
Hanno torto entrambi: in un’asta, il prezzo pagato per un bene può essere anche molto inferiore al valore che i concorrenti attribuiscono a quel bene. Dipende da come è organizzata l’asta, dal numero di concorrenti rispetto al numero dei beni da assegnare, e dalla struttura di mercato in cui i concorrenti operano. Per le frequenze telefoniche, c’erano quattro società e tre frequenze; diventate indispensabili per servire tablet e smart phone. Il prezzo in asta è lievitato per i rilanci dell’operatore più debole, che non voleva perdere altro terreno, e che ha costretto i più forti a rilanciare, perchè senza la nuova banda avrebbero perso il dominio. Nel caso della tv, invece, ci sono già tanti canali:e quelli nuovi lanciati col digitale non sono riusciti a sottrarre audience e pubblicità ai vecchi canali analogici. Non potendo conquistare quote significative della torta pubblicitaria al duo Rai-Mediaset, nessuno sarebbe disposto a pagare molto per le nuove frequenze. L’unico interesse è di Mediaset, ma per ampliare l’offerta della tv a pagamento e competere con il suo vero concorrente, Sky, che però è sul satellite. Anche con l’asta, quindi, senza un outsider disposto a rilanciare, Mediaset otterrebbe le frequenze pagando meno del valore che attribuisce loro. Che lo Stato metta all’asta le frequenze pensando di poterne pianificarne l’uso è una follia. Infatti, ne ha assegnate troppo poche alla telefonia, non avendo previsto l’avvento di iPhone e iPad; ha puntato sulla tv via telefono (DvbH), rivelatasi un flop; e sul digitale terrestre per promuovere la "pluralità", ma favorendo solo Mediaset nella concorrenza alla tv satellitare! Lo stop imposto dal governo Monti crea però un’occasione irripetibile per una grande riforma. Come? 1. Assegnare le frequenze tramite asta competitiva, ma aperta a chiunque. I vincitori le possono poi rivendere liberamente, purché in un’asta aperta a tutti; o affittarle a terzi per qualsiasi uso. La libertà di negoziazione delle frequenze viene estesa anche a quelle già in uso. Lo Stato massimizzerebbe gli introiti, perché l’asta metterebbe in competizione operatori telefonici, televisivi, media e investitori puri. Nel tempo, le frequenze andrebbero sempre a chi le valorizza di più.
2. Per promuovere la concorrenza nella televisione, si crea un carrier puro. Il Governo scorpora la rete di trasmissione RaiWay dalla Rai, la dota di frequenze adeguate, e la colloca sul mercato. Il nuovo operatore, oltre a servire Rai, permetterebbe ai produttori indipendenti di contenuti di creare canali e lanciare programmi, senza dover più dipendere dai network. 3. Sempre per aumentare la concorrenza si privatizza il 100% della Rai, privilegiando l’ingresso di gruppi stranieri privi di altri interessi economici in Italia; e si abolisce il canone. Politici di ogni colore, dipendenti Rai, sindacati, Mediaset, e Telecom insorgerebbero; ma la concorrenza abbatterebbe il costo della pubblicità; e la popolarità di Monti andrebbe alle stelle.
4. Per limitare le posizioni dominanti, si stabiliscono rigidi limiti antitrust al totale delle frequenze utilizzabili da ogni gruppo (non ai ricavi complessivi, come oggi).
5. Si tassanoi detentori delle vecchie frequenze tv (regalate dallo Stato) mettendo all’asta ogni tre anni la numerazione automatica dei canali: la posizione sul telecomando vale. Rai e Mediaset non avrebbero più le prime posizioni per diritto acquisito, ma solo se fossero disposte a pagare per averlo.
6. Il fondo strategico della Cassa DD. PP acquista l’Auditel (oggi di Rai e Mediaset) e l’ADS (trasformata in Spa, oggi degli editori) per creare una società indipendente che certifichi il valore pubblicitario dei contatti per tutto il settore dei media; per poi privatizzarla, col divieto ai media di diventarne soci, onde evitare conflitti di interesse.
Forse è un piano troppo liberista per Corrado Passera.
Ma non per Mario Monti.