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 2011  dicembre 23 Venerdì calendario

UN POEMETTO PATRIOTTICO DEGNO DI D’ANNUNZIO

Siccome leggo libri tutti i giorni, e varie ore al giorno, non ho mai un libro da consigliare. Temo di essere divenuto incontentabile, di utilizzare parametri eccessivi, insostenibili dai nostri poveri letteratuzzi che magari ce la mettono tutta ma poi, quando va bene, partoriscono testi imperdibili e indispensabili quanto i gialli di Gianrico Carofiglio. Sta di fatto che alcune uscite recenti mi hanno deluso e quasi tutte mi hanno annoiato. Purtroppo nel 2011 un bel romanzo italiano non mi è riuscito di leggerlo. Magari è stato pubblicato e mi è sfuggito: nulla di più facile, non possedendo cento occhi né disponendo di una giornata di 48 ore. E allora, se voglio suggerire agli amici un libro da infiocchettare oggi e regalare domani, devo orientarmi verso altri generi: la narrativa non romanzesca, il saggio di valore letterario... Penso all’ultimo libro di Franco Arminio, ma poi cambio idea: bello è bello, però come regalo di Natale rischia di risultare davvero troppo triste (per far capire il genere credo basti qualche titolo di capitolo: “Lettera a chi non si è salvato”,“La linea della pena”, “Odissea in fondo al pozzo”...). Sono arrivato tardi, dovevo consigliarlo a novembre. Poi mi ricordo dell’ultimo libro di Geminello Alvi: bellissimo è bellissimo come pure alquanto impegnativo (titoli di capitoli: “L’aritmetica cinese”, “Stato e capitale”, “Il logos e l’Europa”...) per un periodo, quello festivo, durante il quale ci si vuole rilassare. Non me la sento e quindi passo alla poesia. «Poesia?», direte voi, giustamente terrorizzati. Tranquilli, anch’io come ogni persona ragionevole non sopporto i poeti, detesto il verso libero, sfuggo come la peste le pagine in cui si va a capo (quasi mai secondo un criterio comprensibile) prima di fine riga. Ma siccome ogni regola (compresa il Tu-non-leggerai-poesia-anche-perchécosì-facendo-non-ti-verrà-in-mente-discriverne) deve avere la sua brava eccezione, ecco qui L’Italia è morta, io sono l’Italia di Aurelio Picca (Bompiani). Che è un’eccezione eccezionalissima, davvero un unicum nel panorama poetico italiano degli ultimi decenni. Innanzitutto è un poema, ossia un testo poetico caratterizzato da una certa consistenza e organicità, non la solita collezione di frammenti incollati insieme solo per raccontare a se stessi e agli altri di aver scritto un libro. Detto questo, non vorrei pensaste a un tomo di dimensioni esagerate, monumentali: sono meno di cento pagine e allora, per non confonderlo con la Gerusalemme Liberata, forse il termine più giusto è poemetto. Eccezionalissimo è anche l’argomento patriottico. I precedenti si perdono nella notte dei tempi: escludendo le pasoliniane Ceneri di Gramsci (1957), bisogna risalire a D’Annunzio e Carducci per trovare qualcosa di vagamente paragonabile. Libro talmente inattuale da essere attualissimo, nel tempo in cui la patria muore un’altra volta dopo l’8 Settembre, con un governo che prende ordini dall’estero e tecno-politici felici di cedere sovranità senza che nessuno li accusi di alto tradimento. Picca fonde nella sua visione la patria e la madre e, più carnalmente, la donna: «Io sarei impazzito / con un amore pescarese al fianco». I suoi versi accarezzano la penisola in ogni anfratto, di volta in volta venerato o bramato, volando dal «Monte Conero dove la notte è panna» alla foresta di sughere di Tempio Pausania, dalle chiese silenziose di Pienza ai caffè di Trieste... Se avete perduto la patria, l’unico luogo in cui si può amare ed essere amati davvero, in questo libro la ritrovate.