Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 23 Venerdì calendario

LA PAGINA PIÙ GLORIOSA DELLA RESISTENZA


Laurent Binet è un giovane scrittore francese che l’anno scorso ha vinto un importante premio letterario con un romanzo che non è affatto un romanzo e che è stato appena tradotto da Einaudi, HHhH. Un titolo crudo (che allude alle lettere iniziali dell’espressione tedesca Himmlers Hirn heißt Heydrich, ossia «il cervello di Himmler si chiama Heydrich») come il libro, un libro che ai miei occhi se la stramerita la qualifica di «libro dell’anno». Ed è un libro che gli invidio moltissimo per quanto lo aspettavo da anni questo racconto, il racconto dettagliato di ogni atto ed emozione di quei pochi e sconvolgenti giorni tra maggio e giugno del 1942, quando un commando di paracadutisti cecoslovacchi addestrati in Inghilterra venne lanciato nei dintorni di Praga a uccidervi Reinhard Heydrich, il capo della Gestapo e l’uomo che per conto di Hitler stava macellando tutto quel che poteva della Cecoslovacchia occupata. La “bestia bionda”, come lo chiamavano, era figura di supremo spicco del vertice nazi. Nella scala gerarchica delle SS occupava il secondo posto, subito dopo Heinrich Himmler. Da quanto era brutale ed efficace Hitler lo prediligeva su tutti. Era stato Heydrich ad avere un ruolo centrale allorché, nel gennaio 1942, i nazisti approntarono i tempi e i modi della “soluzione finale”. Portargli un agguato mortale era un sfida della Resistenza ceca che aveva dell’incredibile. Che era anzi impensabile, tanto è vero che Heydrich scorrazzava per Praga senza scorta su un’auto dovelo accompagnava solo un gigantesco autista. Dopo avere studiato per giorni e giorni i suoi movimenti da casa al suo ufficio, alla mattina del 27 maggio i due partigiani cecoslovacchi Jozef Gabcike Jan Kubis lo attesero al varco, nel momento e nel luogo in cui l’auto di Heydrich rallentava a causa di una curva molto pronunciata. Tecnicamente, l’attentato in un certo senso fallì. Gabcik s’era parato innanzi all’auto e da pochi metri di distanza aveva puntato la sua mitraglietta Sten contro Heydrich, solo che gli si inceppò e non ne uscì un solo colpo. Alle spalle dell’auto s’era allora lanciato Kubis a gettare una bomba anticarro contro l’auto in quel momento ferma. Solo che la sua mira fu tutt’altro che perfetta, e la bomba esplose relativamente lontano da dov’era seduto Heydrich che ne fu ferito in modo che non sarebbe stato mortale. Non fosse che l’esplosione gli aveva conficcato in corpo delle particelle del sedile posteriore in cuoio che fecero infezione. Heydrich morì di setticemia qualche giorno dopo. Era stata l’azione più straordinaria e più mirata sul piano simbolico di tutta la Resistenza europea. Niente a che vedere con l’azione di via Rasella del marzo 1944, dove i gappisti romani fecero a brandelli un plotone qualsiasi di soldati che indossavano la divisa tedesca; niente a che vedere con il famoso agguato teso dal “Colonel Fabien” il 21 agosto 1941 nella stazione della metropolitana parigina a un cadetto tedesco, una vittima che era stata scelta per il solo fatto che si trovava a passare da lì e che non era particolarmente difficile piantargli due pallottole in testa. I due paracadutisti cecoslovacchi autori dell’agguato del 27 maggio riuscirono a scappare e a rifugiarsi successivamente in una chiesa, protetti com’erano da famiglie di cecoslovacchi antinazisti. La immediata e belluina rappresaglia aveva sì distrutto tutto quello che toccava al suo passaggio, a cominciare da un villaggio contiguo a Praga dove uomini, donne e bambini furono massacrati dal primo all’ultimo, e questo perché i tedeschi avevano saputo che da quel villaggio provenivano due cecoslovacchi arruolatisi volontari nell’esercito inglese, ma quanto all’identità e al rifugio degli attentatori non avevano saputo di nulla, benché avessero messo su di loro una taglia gigantesca. I giorni passavano, i tedeschi non avevano nulla in mano di che catturare gli attentatori. E finché un altro dei paracadutisti cecoslovacchi che era stato lanciato su Praga non tradì. Per soldi, perché erano tanti i venti milioni di corone che i tedeschi avevano promesso a chi dava loro informazioni sugli autori dell’agguato a Heydrich. In cambio dei venti milioni di corone Karel Curda andò dai nazi e quelle informazioni che avrebbero portato al massacro dei suoi ex compagni le diede. Non che sapesse esattamente dov’erano rifugiati, ma sapeva i nomi chi li aveva accolti e aiutati. (E comunque i venti milioni se li godé per poco. Alla fine della guerra lo arrestarono e nel 1947 lo impiccarono). I tedeschi piombarono nelle case delle famiglie che ai due paracadutisti avevano offerto una zuppa, un sorriso, un letto. Qualcuno riuscì a suicidarsi col cianuro prima di essere catturato, qualcuno non resistette alla tortura. Nella notte tra il 17 e il 18 giugno 1942, alle quattro del mattino, 700 SS circondano la chiesa dove sono nascosti i due autori dell’attentato e altri cinque paracadutisti cecoslovacchi. I quali sono asserragliati in una posizione da dove è impossibile fuggire ma da dove è pressoché impossibile che riescano a stanarli vivi. La lotta è furibonda, dura otto ore, e i paracadutisti rispondono con sprezzo alla promessa di trattarli bene se si arrenderanno. «I cecoslovacchi non si arrendono», gridano alle SS. Tre di loro muoiono durante lo scontro a fuoco, gli altri quattro si uccidono con l’ultima pallottola rimasta nel caricatore. È il mezzogiorno del 18 giugno quando le armi tacciono definitivamente. Nei giorni successivi i nazisti rastrellano tutti quelli che a Praga avevano incontrato i paracadutisti, le loro fidanzatine, famiglie intere che li avevano ospitati, gente che quando erano nascosti in chiesa aveva portato loro un maglione con cui proteggersi dalla fredda notte praghese. Binet scrive che morì di dolore anche un cane che uno dei paracadutisti aveva incontrato per caso nelle strade di Praga e che aveva in un certo modo adottato. Ma questa è forse un’invenzione del romanziere. In una storia che di invenzioni ne ha bisogno zero perché di per sé è una storia impossibile da inventarsi. È una storia semplicemente vera. Dove a fare da sfondo è una delle città più belle del mondo, dove sono anni di furore e di odio in cui era come Dio fosse «in riparazione», dov’è in gioco il coraggio più sovrumano e la ferocia più inumana. L’ho detto, l’azione più strabiliante di tutta la Resistenza europea.