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 2011  dicembre 24 Sabato calendario

Troppi, sporchi e interattivi Dietro i libri, niente - Mi capita sempre più spesso, in questi anni, di leggere li­bri che in realtà non sono li­bri

Troppi, sporchi e interattivi Dietro i libri, niente - Mi capita sempre più spesso, in questi anni, di leggere li­bri che in realtà non sono li­bri. Non importa che siano saggi o romanzi o racconti, non importa il genere letterario. È una confusione che avverto e che mi si comunica attraverso tanti particolari. Non molto tempo fa ho ordinato una nuova edizione dei racconti di un grande scrittore. Aprendo il volume, ho cercato l’indice generale e non l’ho trovato,né al­l’inizio né alla fine. Il libraio si è offerto di cambiarlo con un’altra copia,e qui abbia­m­o scoperto che nessuna copia aveva l’in­dice. L’editore (un grosso editore) aveva dimenticato questo piccolo particolare. Una svista, forse. Ma anche una svista ha un senso, racconta qualcosa. Del resto, non ho nessuna intenzione di mettere gli editori sul banco degli imputati. Tutti co­n­osciamo le difficoltà che l’editoria sta at­traversando e le capriole che deve fare per mantenersi.L’epoca in cui un editore aveva a sua disposizione eserciti di cura­tori, traduttori, correttori di bozze, tipo­grafi ecc. è finita da un pezzo. Il problema è che si sta perdendo il sen­so del libro, vale a dire la capacità di ri­spondere alla domanda «che cos’è un li­bro? ». Una domanda alla quale va data una risposta allegra e speranzosa. Prima di offrire la mia ipotesi di risposta, vorrei fare alcune osservazioni. Lascio perdere la vecchia polemica di chi dice che oggi si pubblica tutto (che è come dire che non si pubblica niente): questo è un aspetto del problema, che riguarda l’editoria. Ma il problema è generale, o meglio: è di cultu­ra generale. Lo svuotamento del concetto di «libro» si nota dagli eccessi che lo cir­condano e dalla vuotezza di certe polemi­che al suo riguardo. Per esempio, c’è chi considera il libro come un «supporto» del testo, e così parla di supporto cartaceo, supporto informati­co e così via. Il ministro Profumo fa benis­simo a dire ( ieri, sulla Repubblica ) che i ra­gazzini lavoreranno sull’iPad e non più sui libri. Questo eviterà molti disturbi del­l­a spina dorsale dovuti al peso delle cartel­le, i caratteri potranno essere ingranditi a piacere. Tuttavia un libro non è affatto un supporto. Lo dimostra il fatto che si è svi­luppata negli anni una letteratura online i cui caratteri sono diversi da quelli della letteratura cartacea, e che il successo onli­ne non implica quello cartaceo e vicever­sa ( a meno di grossi interventi pubblicita­ri). Quello che l’iPad non potrà mai sosti­tuire è l’interezza del libro, il suo corpo. Vedersi scorrere davanti I promessi sposi pagina per pagina non è come tenere il li­bro in mano. Contro la retorica del supporto si erge, poi, quella del bibliofilo, che ama e talvol­ta venera il libro- oggetto e solitamente de­pr­eca l’editoria contemporanea e rim­piange i tempi in cui tutto, in un libro, raccontava la cura di chi l’aveva fatto: composi­zione e giustezze, dimen­sione e bellezza dei ca­ratteri, accuratezza del­le note e degli indici, rile­gatura, qualità della car­ta e così via. Ma tutte que­ste qualità sono il segno di qualcosa, non la cosa stessa. Il corpo rinvia all’ani­ma, ma può anche esserne sprov­visto. La posizione del bibliofilo è insuffi­ciente come quella alla quale si oppone. La posta in gioco non è l’insostituibilità o meno della carta (è di questo, normal­mente, che si parla) ma il libro come for­ma nel senso aristotelico, che come ognu­no sa coincide con la sostanza. Bisogna capire dove sta la necessità del libro. È la sua necessità a rivelarcene il sen­so. Anche qui, però, ci scontriamo con una falsa opposizione. Da una parte, infat­ti, c’è chi misura la necessità di un libro dal suo successo commerciale (mentre probabilmente è stato proprio l’anonima­to del mercato a renderne più difficile la comprensione); dall’altra c’è la crisi del­l’università, che ha grandi difficoltà, oggi, a produrre uomini in grado di scrivere ve­ri e propri libri . I libri degli accademici so­no, normalmente, miscellanee di scritti (più o meno) scientifici quando non un frettoloso riordino di ricerche effettuate dagli studenti e risistemate con il nome del docente. Non finirò mai di ammirare la testardag­gine con la quale i francesi (la cui cultura non gode di uno stato di salute generale molto migliore del nostro) difendono il li­bro come bene, come risorsa. La Francia produce libri che il mondo accademico italiano non si può permettere, e questo non per la superiorità dei loro studiosi, ma per la difesa della ricerca, della libertà e del coraggio intellettuale come beni in sé , come risorse in sé . E per la buona abitu­dine, istituzionalmente sostenuta, di far sì che le parole della cultura «alta» abbia­no un significato per tutti, ossia pongano un problema interessante per la nazione intera e non soltanto per gli altri studiosi. Mi rendo conto di avere usato diverse parole il sui senso ha subito in questi anni un pericoloso slittamento: quando dicia­mo «coraggio», per esempio, non dobbia­mo intendere «velleità» (che produce al massimo qualche instant-book). Dobbia­mo intendere la responsabilità che un uo­mo si prende di dire - attraverso un ro­manzo, un saggio, una rivista ecc. - qual­cosa che ritiene importante per la comu­nità, bucando la cortina di consuetudine, luoghi comuni, gerarchie prestabilite, rendite di posizione che esiste sempre, in tutte le culture. Questo atto di libertà sta a fondamento del libro come forma e non solo come supporto o oggetto fisico. Il nes­so tra pertinenza e universalità, promos­so dal nostro normale senso di responsa­bilità e dal coraggio che ne consegue, de­vono trovare sostegno nell’istituzione. Di­fendere il libro come risorsa significa in­nanzitutto difendere questa possibilità.