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 2011  dicembre 23 Venerdì calendario

L’arte di fare a pezzi gli artistoidi - Alzi la mano chi non ha vissuto la sofferta espe­rienza intellettuale di trovarsi di fronte a un’opera d’arte misteriosa quan­to conclamata e si è sentito - come Fantozzi - voglioso di urlare alla «cagata pazzesca»

L’arte di fare a pezzi gli artistoidi - Alzi la mano chi non ha vissuto la sofferta espe­rienza intellettuale di trovarsi di fronte a un’opera d’arte misteriosa quan­to conclamata e si è sentito - come Fantozzi - voglioso di urlare alla «cagata pazzesca». In genere, poi, si tace: per timore reverenziale verso un lavoro riconosciuto da esperti, e quindi inattaccabile dai profani. Così è, per dirne una, ri­guardo al fenomeno dilagante del­le installazioni. Chiunque abbia deciso di definirsi artista, e riesca a farsi passare per tale, usa un luo­go importante e lo fa diventare la cornice che nobilita l’opera (e non viceversa);l’opera può essere qualunque cosa: «una selva di or­sacchiotti di peluche, un pesce rosso che gira in tondo dentro un monitor... Basta firmarli e les jeux sont faits ».Poi,i deboli di spirito an­dranno «a farsi vedere, a sgambet­tare su e giù per un edificio famo­so, a prendersi un aperitivo alla caffetteria annessa, a sgranocchia­re all’happy hour, ci si va a fare le vasche come al Corso de lu paese, a sculettare, a dimostrare di esse­re very aggiornati sul trend di merd». La citazione viene da Controsto­ria dell’arte (Gallucci, 144 pagine, 18 euro), di Pablo Echaurren. Un li­bro da comprare per sé e da regala­re purché­ vi prego, anche a nome dell’autore, credo - non a Natale, ma almeno due giorni dopo: un piccolo gesto contro il conformi­smo del pensiero e delle abitudini mentali, proprio ciò che questo li­bro combatte. In 28 rapidissimi ca­pitoli illustrati (sembra di visitare un museo su un ottovolante), Echaurren castiga ridendo l’affli­zione di subire i pre-giudizi della critica paludata, sia quella dei li­b­ri di scuola sia quella degli uomi­ni che ci spiegano l’arte di oggi sen­za farcela capire. La controstoria capovolge il punto di vista tradizionale, vede le cose da un’altra angolazione e te le mostra in modo ragionevolmen­te irriverente. Del resto, Echaur­ren è solito pensare in proprio. Pit­tore figlio di un pittore famoso, fa di tutto per non farlo sapere. Ap­passionato del futurismo, ha la più importante collezione al mon­do di libri futuristi, e ne ha pubbli­cato uno singolare, Caffeina d’Eu­ropa. Vita di Marinetti (Gallucci) a fumetti eppure rigorosissimo, perché Echaurren fa parlare Mari­ne­tti attraverso le parole dello stes­so, dei manifesti, delle opere. Non solo (anche se i due detesteranno questa intrusione nella loro vita privata, pardon), è pure sposato con la più importante studiosa del futurismo, Claudia Salaris, autri­c­e del capolavoro Alla festa della ri­voluzione . Artisti e libertari con d’Annunzio a Fiume (il Mulino). Scrittore aduso alle sfide «con­tro », Echaurren ha già pubblicato Controcultura in Italia 1966-1977 (Bollati Boringhieri) e Il suicidio dell’arte: da Duchamp agli sciam­pisti ( Editori Riuniti), che è il prelu­dio di questa Controstoria dell’ar­te , vero codice del pensare con la propria testa, dalla preistoria a og­gi. Già,perché si esordisce parlan­d­o dell’arte dell’uomo delle caver­ne, per cui tutto era creativo, tutto era arte: scheggiare una selce, in­ventare la ruota, imparare a cuci­nare, e anche dipingere nelle grot­te, rito propiziatorio della caccia. Poi, da quando si è separata dal­­l’utilità, l’arte«ha cominciato a va­golare in un limbo confuso, circon­fuso di un’aura lontanante, stra­niante, deviante. Come se non fos­se di per se stessa appannaggio dell’intero genere umano, ma so­lo terreno per gli esercizi di stile di una élite intellettuale». La quale élite, diventata una casta sacerdo­tale, ha inventato e inverato «che l’arte è un qualcosa di impenetra­bile, inespugnabile, inesplicabi­le, almeno senza l’aiuto di inter­preti, commentatori, glossatori e grassatori». E poiché il potere vero appartie­ne sempre al mediatore ( fra il fede­l­e e la divinità è il sacerdote che co­manda), abbiamo finito per crede­re, a esempio, al rigore dell’arte classica greca e romana, non es­sendo stati informati a dovere che greci e romani coloravano con co­lori squillanti le loro opere, oggi sbiancate, tanto da renderle «spa­valdamente pop»: «Il Partenone era un baraccone blu-rosso-ver­de » e «non c’era scultura che non venisse ritoccata e truccata peg­gio di una baldracca ripicchiata». Per cui, «fatela finita una buona volta con la bubola degli antichi compassati e inamidati. Quelli erano peggio dei graffitari quan­do si mettono a imbrattare i vago­ni della metro». Ma sì, regaliamolo a Natale, que­sto libro: esorcizzerà la mielosità eccessiva del resto. Giordano Bruno Guerri *** I pop non amavano affatto la cultura popolare - Futurismo «Ma la concezione di Mari­netti­ che permette a chiunque di acce­dere all’empireo dell’arte senza passare per la selezione dell’istruzione e del censo, re­sta un caposaldo dello spontaneismo avan­guardista novecentista. La sua intuizione che l’arte è alla portata di tutti rimane la più ardita demolizione dell’erudizione al pote­re. Una visione fulminante». Astrattismo «Uno faceva i quadrati neri su fondo bianco, un altro si inventava nientepopodimenoché il bianco su bianco, qualche rompi scomponeva a tutto vapore in rettangoli,quadrati,rombi.Altri pazzerel­loni sceglievano i triangoli, i cerchi, le righe, i coni. Dai cilindri non si tiravano più fuori i conigli ma i prismi. I più musicalisti improv­visavano. La nuova bibbia recitava “non avrai altra religione oltre il punto, la linea e la superficie”. In Italia impazzò il verbo di Kn (scritto da Carlo Bel­li) che non voleva dire “Kazza­te alla ennesima potenza” ma era una contrazione anticipa­zio­ne da codice fiscale di KaN­dinskij ». Pop «Secondo me i pop non l’amavano affatto la cultura pop­olare. Anzi.La effigiavano,è vero,se ne servi­vano, ne facevano il centro del loro sistema narrativo,ma come a dire: “Guardate un po’ di che merda ci circondiamo”. Insomma, sfottevano. Sputtanavano il sistema. Attac­cav­ano il meccanismo di produzio­ne dei miti fondati sull’industria del consenso». Arte povera «Prendete a campione uno qualun­que delle centinaia di musei del contadino (o del seminatore o dello zappatore) sparsi sul nostro stivale super regionale. Sono quei seve­ri musei in cui si ricostruisce il piccolo mon­do antico della vita agreste attraverso un campionario di strumenti da lavoro corrosi dal tempo e dall’usura.Entrateci e vi ritrove­rete immersi nell’atmosfera familiare [...] delle fascine di Merz, vi sentirete pervadere dal calore dell’usato tarlato delle cassapan­che sospese di Jannis Kounellis, assaporere­te il gusto della polvere e del ciancicato caro alla Venere degli stracci di Pistoletto». Installazioni «Ma bisogna aver fatto la ga­vetta per creare un’istallazione ( o instal­lazione)? Bisogna aver sofferto, aver avuto un’infanzia difficile, un vicino molesto, un insegnante manesco? Bisogna essere usciti da un suburbio, da una borgata, da una man­­sarda super griffata? Bisogna vestirsi tutti di nero da capo a piedi?Bisogna aver l’aria pati­ta? Essere dei gran paraculi?». Streetart «Volete far sapere ai vostri ospi­ti quanto siete aggiornati, cazzuti, so­cialmente impregnati? Volete farli crepare di invidia? Ebbene cercate di dare al vostro loft borghesemente ristrutturato quel tocco da black-blocco, quel nonsocché da Centro Sociale Okkupato Autogestito, quel sapore di stupore da favela chic e vedrete. Vi ammi­reranno. Vi rispetteranno». Pablo Echaurren