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 2011  dicembre 23 Venerdì calendario

L’Accademia di Brera sforna i nuovi Giotto made in China - Precisi, studiosi, seri. Niente affatto caciaroni anzi, piut­tosto tranquilli se non addirittura timidi

L’Accademia di Brera sforna i nuovi Giotto made in China - Precisi, studiosi, seri. Niente affatto caciaroni anzi, piut­tosto tranquilli se non addirittura timidi. In due parole: studenti mo­dello. Arrivano per lo più da Pechi­no e­ora siedono nelle aule dell’Ac­cademia di Belle Arti di Brera per seguire i corsi di pittura ma anche di moda e design. Vogliono sciac­quare i loro panni in Occidente co­me direbbe un moderno Manzo­ni, per imparare la nostra arte, en­trare dentro la nostra cultura. Quest’anno c’è stato un vero e proprio boom di iscritti che pro­vengono dalla Cina. Un’assoluta novità per l’Accademia nonostan­te sia abituata da tempo a ricevere iscrizioni dall’estero. Se infatti gli studenti stranieri iscritti a Brera sono sempre stati una discreta fet­ta, quest’anno gli aspiranti artisti che arrivano dalla Cina sono addi­­rittura quadruplicati. Ben 400 con­tro i 120 contati lo scorso anno, il 10 per cento di tutti gli studenti del­l’Accademia, tanto per dare qual­che numero. Un’artista su 10 che uscirà da Brera sarà cinese. D’al­tronde la Lombardia risulta esse­re la regione in Italia che attrae maggiormente col suo Politecni­co Brera, ma anche Bocconi Stata­le e Cattolica. L’incremento è sta­to esponenziale: in percentuale l’aumento dal 2006 a al 2010 del 220 per cento. Oggi i cinesi iscritti all’università in Italia sono circa 10mila. Tant’è che nella classe di pittu­ra del professor Nicola Salvatore gli iscritti al primo anno sono un terzo, 8 su 24 «e tutti di grandissi­ma qualità », fa notare il professo­re che d­i studenti alle prese con te­le e pennelli ne ha visti passare di­versi visto che insegna qui dal 1995. «La presenza degli stranieri è sempre stata numerosa all’Acca­demia- gli fa eco Stefano Pizzi, vi­cedirettore di Brera- Pensi che tra gli iscritti ci sono ragazzi che arri­vano da 40 diversi Paesi. Ma la pre­senza dei cinesi non era mai stata così significativa come quest’an­no ».Insomma,l’immagine stereo­tipata del gruppone di cinesi (an­che giapponesi però...) che con le macchine fotografiche al collo ru­bavano scatti di Occidente dalle vetrine milanesi pare che vada or­mai relegata al passato. Ora a vent’anni o poco più muniti di iPad,iPhone e traduttore automa­tico s’i­nfilano nei programmi mes­si a punto dal ministero per studia­re la nostra cultura da dentro. Par­tendo dai banchi dell’Università. I programmi messi a punto dal mi­nistero equivalgono i vari Era­smus, Leonardo eccetera ma so­no studiati apposta per la Cina. A partire dal nome:oltre all’Uni-Ita­lia c’è il Marco Polo , e il Turandot l’ultimo nato. E’ attivo da appena un paio di anni, ma a quanto pare sta riscuotendo già un bel succes­so, visti i numeri di Brera. Il vicedi­rettore Stefano Pizzi racconta che un gruppo di professori ogni anno va in Cina a spiegare i nostri corsi di studi. I risultati eccoli qua, nel­l’aula di pittura di Brera. Caschet­ti neri corvino e occhi a mandorla attenti e curiosi, a eseguire ritratti che dimostrano la loro grande ca­pacità. In questa classe i giovani «artisti»sono 5 ragazze e 3 ragazzi. Hanno lasciato dall’altra parte del mondo genitori e famiglia e masticando in qualche caso appe­na un accenno di italiano si sono iscritti all’Accademia. «Dopo 3, 4 mesi c’è già chi parla l’italiano», racconta il professor Salvatore, piuttosto stupito dalle capacità dei suoi nuovi studenti. Vanno e vengono dalla Cina co­me fosse una gita fuori porta. Ov­viamente hanno tecnologie da fa­re invidia, spirito di sacrificio e una capacità di applicazione note­vole anche se devono lavorare un po’ sul loro marcato tradizionali­smo. Fanno un po’ fatica a lanciar­si in nuove sperimentazioni, non nascondono il loro timore ad ab­bandonare il classicismo. E dal canto loro costringono anche i professori ad adattarsi a un modo un po’ diverso di porsi. Vietato al­zare la voce, oppure essere troppo autoritari. In compenso pare che per loro il futuro sia più brillante che per i colleghi europei. Secondo i dati della Fondazio­ne Italia- Cina che ha un program­ma universitario simile, il proget­to Uni-Italia, ci sono molte azien­de che mettono gli occhi addosso a questi ragazzi molto presto. Gli imprenditori sono attratti da quel­lo che diventa un mix ideale, fatto di mentalità cinese e stile italiano.