il Giornale 23/12/2011, 23 dicembre 2011
Viaggio tra le imprese messe in ginocchio da Stato e banchieri Nel Nord-Est ditte schiacciate da una morsa: tassi da usura e crediti bloccati
Viaggio tra le imprese messe in ginocchio da Stato e banchieri Nel Nord-Est ditte schiacciate da una morsa: tassi da usura e crediti bloccati. Anche quelli degli enti locali Stefano Filippi nostro inviato a Padova Giovanni Schiavon era un piccolo imprenditore veneto di 59 anni, aveva una ditta di asfaltature e movimento terra chiamata Eurostrade 90 a Peraga di Vigonza, poco fuori Padova. Gran lavoratore, riservato, preciso, una fama di serietà che gli aveva fatto ottenere parecchi appalti pubblici. Lunedì 12 dicembre si è sparato, sepolto dai debiti: 250mila euro per lavori finiti, ma non pagati, in gran parte dalle pubbliche amministrazioni. «Perdonatemi, non ce la faccio più», ha lasciato scritto alla moglie Daniela e ai collaboratori. Nell’ultimo mese si sono suicidati due imprenditori nel Padovano e uno presso Treviso. Il grido senza speranza di questi gesti estremi sgomenta ma non deve diventare un’eco lontana. Per piccoli imprenditori, commercianti e professionisti la crisi di questi mesi è più subdola e pericolosa di quella del 2009, quando le banche cominciarono a tagliare i fidi in ossequio a quelle parole inglesi, credit crunch , che sembrano masticarti. Era un’emergenza vicina ma dalle cause lontane, i mutui americani. Intervennero i governi, gli Stati si fecero garanti, le banche italiane erano solide e le difficoltà circoscrivibili, intervenne la cassa integrazione. Nella prima tragica ondata di suicidi morirono 50 imprenditori in tutta Italia.Ma c’era spazio per ricominciare, e molti ripartirono senza perdere lo sguardo positivo sulla realtà, cogliendo ancora le opportunità e infilandosi negli spiragli aperti dal mercato. Adesso, invece, è ancora peggio. Le banche sono di nuovo senza soldi, e anche lo Stato, che non paga più. Sei mesi fa le fatture con le amministrazioni pubbliche conservavano un valore, garantivano anticipazioni e crediti. Oggi no. Se non sei capace di farti liquidare non sai fare il tuo mestiere, si sentono rispondere gli imprenditori agli sportelli bancari. Ma gli stipendi vanno pagati, le fatture emesse, l’Iva versata ogni 30 giorni in attesa di pagamenti che arriveranno chissà quando. Non girano soldi. È un problema non di debito ma di cassa, di liquidità. «Su un bilancio di 10 miliardi di euro ne abbiamo 1,4 fermi in Tesoreria a Roma per il Patto di stabilità », dice il governatore veneto Luca Zaia. Per la piccola e media impresa italiana, lo Stato è di nuovo il Grande Nemico. Si stima che il debito del settore pubblico verso le imprese ammonti a 60 miliardi di euro che non si sa dove scovare. Negli ultimi 10-15 anni, a fronte dei crescenti tagli dei trasferimenti da Roma, enti locali e Asl hanno appaltato sempre più servizi ai privati, per i quali si sono aperte nuove possibilità. Ma su di loro si sono trasferite le difficoltà finanziarie delle casse pubbliche. E per un perverso paradosso, il patto di stabilità premia gli enti locali che ritardano di pagare le forniture per beni di investimento e lavori immobiliari. Meno paghi, più sei virtuoso: una trappola spietata perché accompagnata da una stretta fiscale asfissiante. Da questa spirale è sempre più difficile uscire. «Io sono costretto a prendere due Xanax (un ansiolitico, ndr) al giorno », confessa Stefano Gallo, titolare della Al. Ga. Costruzioni di Saonara (Padova) e amico di Giovanni Schiavon. Le associazioni di categoria forniscono dati agghiaccianti. Secondo Confindustria Padova, per il 67% delle piccole e medie aziende locali (due su tre) i tempi di pagamento sono peggiorati negli ultimi sei mesi. Il cliente meno affidabile è lo Stato che non salda le fatture prima di 120 giorni contro i 63 del resto d’Europa. Ma quattro mesi è una media. «In associazione riceviamo segnalazioni di casi-limite con ritardi fino a 600-700 giorni - dice Massimo Pavin, presidente degli industriali padovani - . La mancanza della minima certezza sui tempi di incasso pregiudica ogni operatività e programmazione dell’azienda ». Le banche infatti abbassano il «rating» di chi fatica a riscuotere: anche se l’azienda è sana e avrebbe mercato e competenze, essa diventa meno affidabile per colpe altrui. Mario Pozza, agguerrito presidente di Confartigianato Treviso, mette in luce il rovescio della medaglia. Per quei pochi che riescono ancora a ottenere finanziamenti bancari, i tassi di interesse sono sempre più elevati: dal 4,5% dello scorso settembre si è balzati all’8 e in certi casi addirittura al 12%. Percentuali da usura. Stasi economica, restrizioni del credito, aumento dei costi, eccezionale allungamento dei tempi di pagamento. «Un mix velenoso per il funzionamento delle imprese »: Pozza è allarmatissimo. Il ritardo nelle liquidazioni colpisce soprattutto gli artigiani e i piccoli e medi imprenditori, ovvero il tessuto più vitale dell’economia italiana, quello che meglio potrebbe far fronte alla crisi, perché più flessibile e capace di adattarsi rapidamente ai mutamenti del mercato. Il settore maggiormente colpito è quello delle costruzioni: un anno fa, spiega Pozza, un edile doveva aspettare 94 giorni ma oggi siamo a 157. Il punto critico resta il rapporto con la Pubblica amministrazione. E se un impresario sceglie di tutelarsi in tribunale si scontra con i tempi infiniti della giustizia civile. La Banca mondiale stima che in Italia servano 1.210 giorni pertutelareuncontratto, 170˚ Paese sui 183 monitorati. Il doppio della media delle nazioni più avanzate. Dove chi può si rifugia: il presidente della provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, ha rivelato che i provvedimenti del governo Monti stanno spingendo alcune aziende altoatesine a trasferirsi in Austria e Svizzera, dove già le ditte di autotrasporto vanno abitualmente a fare gasolio. Come se ne esce? Corrado Passera ha proposto di saldare le imprese in Bot; altri, come l’onorevole Raffaello Vignali, ipotizzano l’intervento della Cassa depositi e prestiti esclusa dal Patto di stabilità. Nel frattempo la Provincia di Padova sta vendendo le quote nelle autostrade venete per saldare i debiti più urgenti, mentre l’Associazione dei costruttori di Verona ha ingaggiato lo psichiatra Vittorino Andreoli per aiutare gli imprenditori in maggiori difficoltà. Imprenditori e forze sociali del Veneto hanno firmato compatti un appello al premier Mario Monti e al ministro Passera, chiedendo «un segnale concreto e immediato »: «Recepire già a gennaio la Direttiva comunitaria che stabilisce il termine massimo di pagamento in 30 giorni per merci e servizi forniti alla pubblica amministrazione e 60 giorni tra privati. Come può lo Stato chiedere sacrifici ai cittadini se è il primo a non rispettare i patti?». È l’unico diktat europeo cui Monti disobbedirà. *** «E quando scopre che non ha soldi il Comune ritira il suo appalto» Silvano Pavan presiede il Consorzio edile artigiano di Oderzo ( Treviso): sei mesi fa erano 19 soci, sono rimasti in nove. Tre hanno chiuso, gli altri si sono sfilati. Occupano tutta la filiera dell’edilizia, verde pubblico, serramenti, impianti elettrici e idraulici, costruzioni, pittura. «Prendevamo gli appalti come capofila, abbiamo tutte le certificazioni, poi li assegnavamo a un socio o all’altro, a seconda del tipo di lavoro», racconta Pavan. Hanno deciso di rinunciare ai lavori pubblici, poco remunerativi e dai tempi di pagamento eterni. «Qualche giorno fa una gara è stata aggiudicata con un ribasso del 41,7 per cento. Sono ditte che vengono da fuori, cercano squadre di gente senza lavoro, le pagano poco oppure rinviano, si aprono contenziosi infiniti e si finisce in nulla». Basta lavorare con gli enti pubblici. «Ci è capitato di aspettare i pagamenti anche un anno- dice Pavan- . Un Comune ha addirittura ritirato un appalto già bandito quando si sono resi conto che non potevano pagare. Altri, invece, tirano avanti lo stesso lasciandoti allo scoperto con cifre elevate. E prima di pagare pretendono ovviamente che sia tutto in regola, le fatture, l’Iva pagata, l’acconto delle tasse versato come i contributi previdenziali. Ma loro salderanno il conto quando vogliono. Va meglio con i privati, soprattutto quando si tratta di lavori di manutenzione, ristrutturazione o miglioramento energetico che possono sfruttare le detrazioni fiscali del 36 o 55 per cento: in quei casi entro fine anno il denaro arriva perché altrimenti non si gode delle agevolazioni». E le banche? «Abbiamo provato anche con il leasing,ma non c’è modo di schiodare le cose. Non si fidano nemmeno tra di loro, non si prestano i soldi. Danno prestiti a chi non ne ha bisogno perché vogliono evitare qualsiasi rischio. E tra i più danneggiati ci siamo noi dell’edilizia,perché le banche non vogliono più avere immobili in garanzia. Vogliono contante. Così alla fine chi si svena, da tutto e ci rimette, siamo noi imprenditori e artigiani. SF **** Per le banche i crediti con le istituzioni non valgono nulla «Fino a poco fa le fatture venivano scontate, ora non più. Ma l’Iva si paga subito» «La mia azienda ha tecnologie, competenze intellettuali, voglia di fare. Operiamo in un mercato innovativo e ricco di possibilità, il lavoro non ci manca. Abbiamo tutto, ma siamo paralizzati nella crescita perché lo Stato non ci paga. Il capitale umano c’è, ma non può dare frutti».Quest’imprenditore padovano (che chiede di restare anonimo per evitare di complicare i rapporti con la Pubblica amministrazione) guida un’azienda di 22 persone nel settore dell’ information technology e ha crediti in sospeso per 200mila euro con enti locali e aziende sanitarie su un fatturato complessivo di 1.500.000 euro. Crediti che non riesce a sbloccare. «Le banche non scontano né anticipano più le fatture della Pubblica amministrazione - racconta - . Ordini importanti, fatti con enti virtuosi e rispettosi del patto di stabilità, non possono essere valorizzati. Mi rendo conto che nessuno ha la bacchetta magica per riempire le casse vuote dello Stato, ma il pagamento arriverà. Eppure, oggi, le banche non riconoscono alcun valore a questi contratti, come facevano fino a sei mesi fa. I nuovi lavori non sono considerati degni di ottenere anticipazioni». «Noi resistiamo perché il 70 per cento del nostro fatturato è con privati; non so come facciano quelli che hanno il pubblico come unico cliente. I rapporti con lo Stato sono peggiorati ultimamente, ma non sono mai stati buoni. La vera difficoltà viene dalla stretta bancaria, soprattutto dagli istituti locali, il credito cooperativo e le popolari. Hanno problemi di liquidità. Considerano il rating come la bibbia,l’unico modo per valutare la solvibilità di un cliente. Se l’azienda non riesce a incassare la fattura e rientrare dell’anticipazione ottenuta, la valutazione peggiora, i fidi si riducono e le banche non scontano più nulla». «Stiamo riducendo i rapporti con la Pubblica amministrazione e questo ci costa grandi sacrifici. Ho appena rinunciato a fornire a un’azienda sanitaria un applicativo per migliorare la gestione dei contratti: un’Asl ha decine di migliaia di contratti ogni anno e il nostro software avrebbe consentito di risparmiare il lavoro di 3 persone su 7. Mi hanno detto subito che avrebbero pagato dopo un anno, ma io non posso aspettare tutto questo tempo. E siamo nel Veneto, una regione ben amministrata e dove c’è una delle migliori sanità d’Italia». Ci si salva con i clienti privati: «Saldano spesso a 60 giorni, quasi mai oltre i 90». E con l’estero?«Se chiediamo dilazioni si mettono a ridere. In Olanda i termini tassativi sono 15 giorni. In Germania e Gran Bretagna dopo 30 giorni partono le lettere di recupero crediti. Se ritardi ti tagliano fuori. Non possiamo ribaltare su di loro i nostri problemi ».E dove potete rivalervi?«Questo è il problema. Lo Stato deve aiutarci. Quello stesso Stato insolvente ma che pretende da me il rispetto assoluto di ogni scadenza. Non chiedo la compensazione dei crediti, ma semplicemente di poter saldare anch’io a 365 giorni. Quando emetto la fattura non sono ancora stato pagato, ma devo versare l’Iva dopo 30 giorni: è una risorsa enorme per lo Stato che incassa subito, mentre a me costa il margine di guadagno». SF