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 2011  dicembre 22 Giovedì calendario

1961, a chi faceva paura l’uomo della pace? - L’ uomo, il senso teologico e duro con cui ha affrontato la sua strada tutta polvere e spine, è nelle cose che mise nella ventiquattrore, quel 17 settembre 1961, quando, di furia, si diresse all’aeroporto di Leopoldville, si chiamava ancora così, e lo attendeva il suo ultimo volo di pace: un Vangelo, una copia della carta delle Nazioni Unite, le Elegie duinesi e i Sonetti a Orfeo di Rilke, Ich und Du di Martin Buber (lo stava traducendo in svedese), il Noè di Jean Giono e un quaderno di appunti

1961, a chi faceva paura l’uomo della pace? - L’ uomo, il senso teologico e duro con cui ha affrontato la sua strada tutta polvere e spine, è nelle cose che mise nella ventiquattrore, quel 17 settembre 1961, quando, di furia, si diresse all’aeroporto di Leopoldville, si chiamava ancora così, e lo attendeva il suo ultimo volo di pace: un Vangelo, una copia della carta delle Nazioni Unite, le Elegie duinesi e i Sonetti a Orfeo di Rilke, Ich und Du di Martin Buber (lo stava traducendo in svedese), il Noè di Jean Giono e un quaderno di appunti. Vuoto. Mancava (un segno, ora che noi leggiamo i fatti di quel giorno con la atroce post-veggenza dei postumi?) la copia della Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis. La portava sempre con sé; e il segnalibro era il testo del giuramento del segretario delle Nazioni Unite. Dag Hammarskjold era questo: un giansenista come spesso nascono nelle terre del Nord dove Dio è una presenza che ha gli ardori nascosti e l’invincibile credulità della Passione. Non una comparsa diplomatica, ma un Chisciotte o un Cristo d’icona capace di scendere nel gran palcoscenico di volontà ambigue e nude, di avidità e di dedizioni, di orgogli e di umiliazioni mortali che toccano, per mestiere, all’«impiegato della pace» che vive nel Palazzo di Vetro. I segretari dell’Onu sono personaggi scoloriti. Chi è in grado di ricordarne i nomi? Una soda, incalzante biografia, meglio un ritratto in piedi, opera di Susanna Pesenti ( Dag Hammarskjö ld. La pace possibile , ed. Brioschi), con una prefazione del neo ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, toglie dall’oblio l’unico segretario dell’Onu che meriti davvero la Storia, l’uomo che ha inventato il peacekeeping, i caschi blu come esercito della pace, la diplomazia della prevenzione e la ingerenza umanitaria. Nei terribili anni Cinquanta ha camminato su binari inflessibili la cui stazione finale è stato il sacrificio della vita. Non giudichiamolo dagli impacci, dagli errori, dalle imprudenti utopie. Semmai serbiamo le sue misteriose chiaroveggenze. Perché è stato un Messia triste, commovente, epico, nel suo voler correggere in scibile il caos del mondo. E ci consola di decenni di atroce Realpolitik, di mezzo secolo di feroci ipocrisie fino alla Libia «liberata» di oggi, di bugiardi promotori di democrazie. Il mondo in cui «Mister U.N.» come lo chiamavano i giornalisti per aggirare l’impronunciabile cognome assassino di titoli, si immerse nel 1953 era, diplomaticamente, spietato, Come diceva Foster Dulles, era «immorale essere neutrali». E il sovietico Kruscev gli dava ragione: non esiste l’uomo neutrale. La guerra di Corea gridava che il mondo era diviso in due e in quella morsa manichea bisognava inventarsi una politica di pace e distensione. E l’Onu? che cosa era l’Onu nata sette anni prima dagli entusiasmi della lotta comune contro il nazismo? In America dominava il maccartismo che proprio nel Palazzo di Vetro sospettava tentacoli infiniti dell’idra comunista; tanto che il neo segretario dovette affannarsi per espellerne l’Fbi. Gli Stati aderenti erano appena 76, dominavano gli occidentali; gli africani solo quattro, perché fino al 1960 sarebbero stati in piedi gli imperi. Tra il personale prevalevano i mediocri: lo avevano reclutato in fretta, tra i militari disoccupati della guerra. Modesto l’entusiasmo del ruolo di professionista della pace; si era leali in primo luogo al proprio paese, soprattutto gli americani. Mancavano i fondi, centellinati dai ricchi. Come ora. Forse peggio. Questo svedese, poeta e economista, non aveva nulla del diplomatico tipo, immutabile per l’eternità, il famoso Norpois della Recherche proustiana: nessuno sa cosa pensa, anzi nemmeno se pensa. Una sfinge la cui prima regola, sempre, è: pronto a ripiegare. Lo scelsero le grandi potenze: nome di compromesso, uno che non doveva disturbare, restare al suo posto in quel salottino delle chiacchiere in riva al fiume Hudson. Non immaginavano di aver promosso un giansenista nel cui capo turbinano le bibliche ossessioni di Giona. Avrebbe dovuto metterli sull’avviso il programma: «Dobbiamo rifiutare l’insignificanza per paura delle critiche e correre il rischio di fare la nostra parte. Dobbiamo scegliere un ruolo responsabile di indipendenza sacrificando l’illusorio senso di sicurezza che viene dalle porte chiuse». Forse se avessero letto l’annotazione di quel giorno nel suo diario, «essendo fondati e saldi in Dio non possiamo in alcun modo essere superbi». Hammarskjold aveva trovato la leva su cui avrebbe sollevato - con indomitafanciullezza di cuore, mentre sciabordavano le convulsioni del ‘56, l’Ungheria, guerre e rivoluzioni - la nuova diplomazia dell’Onu. Era l’articolo 99: «Il segretario generale può portare all’attenzione del Consiglio di sicurezza ogni materia che a suo giudizio può minacciare il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale». La sua formula era semplice: «Chiunque abbia integrità morale può superando le proprie visioni agire in uno spirito esclusivamente internazionale». Era la diplomazia quieta, certo, ma non Bildung edificante, che cercava di prevenire e disinnescare, che usava i caschi blu come arma virtuosa per evitare l’irreversibile. Macchina autarchica che vive della assediata clausura della propria autorevolezza. In fondo il suo pietoso limite e la sua dannazione. Il Congo fu il suo cuore di tenebra: questo gigante di savane e di foreste notturne, dove tra una città e l’altra c’è la distanza che corre tra Palermo e Copenhagen, e un fiume immenso come il mare trova lo spazio per percorrere più di 4000 chilometri. Esempio tra i più didascalici che traduce la sconfitta di questo Prometeo ridotto a miserando apprendista stregone. Tra ex colonizzati e ex colonizzatori, mercenari, «evoluées» in cerca feroce di un destino politico, re delle miniere e agenti della Cia, sbocciava già la maledizione tribale, con la secessione sanguinaria del Katanga, la provincia più ricca. Hammarskjold tentò di applicare la sua formula: un corpo di pacificazione Onu (il primo di una lunga serie, i caschi blu sono ancora lì!) e trattative a oltranza. Ma il fiele di quel caos sfuggiva alla sua comprensione di mattatore stanco, alla presa delle sue pinze diplomatiche. Lo accusano, in Occidente, di fiancheggiare i comunisti, perfino i suoi ordini vengono mal eseguiti: incapacità o sabotaggio? Il 17 settembre 1961 decide di volare in Rhodesia, ancora colonia britannica, a Ndola, per incontrare il capo della ribellione, Moise Ciombé. Gli ultimi contatti radio con il centro di controllo di Salisbury sono normali. Poi il vuoto. L’allarme viene dato con ore di ritardo in una grande, e sospetta, confusione. Eppure l’aereo è precipitato a sole nove miglia dallo scalo di destinazione. Alcuni testimoni che vivono in un villaggio vicino lo hanno visto cadere; le fiamme li hanno tenuti lontani dal relitto, e se ne vanno con la scatola dei codici. Pensavano contenesse denaro. Quando, infine, arrivano i soccorsi, trovano il corpo del segretario a qualche metro di distanza, risparmiato dalle fiamme. Alcuni testimoni raccontano che aveva un foro in fronte che non compare nelle fotografie del cadavere. Anche l’autopsia sparì. Le accuse di sabotaggio e delitto iniziarono subito, e le lanciarono governi, inquisitori e collaboratori del segretario: un attacco di un aereo dei ribelli katanghesi, mercenari pagati dalle società minerarie che non volevano la pace, una bomba nascosta a bordo. Nel 1976 un ex killer della Cia, Roland «Bud» Culligan, in cerca di protezione, confessò di aver partecipato alla eliminazione del segretario dell’Onu. Verità? Menzogna?