Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 24 Sabato calendario

“IL CASO ITALIANO, UNA PATOLOGIA”

Irapporti con i taxisti? Bè, ogni tanto qualcuno mi insulta su facebook, ma tutto sommato sono buoni. Anche perché noi forniamo un servizio diverso”. Carlotta Fabietti, ex libraia torinese, 42 anni, tre anni fa si è inventata “Yoyo Driver”: chi non se la sente di guidare può chiamare un numero verde, loro arrivano con un miniscooter pieghevole, lo caricano nel portabagagli e portano il cliente a destinazione guidando la sua macchina.
Immagino che lei sarà totalmente a favore della liberalizzazione del servizio Taxi...
Lo sono per questo e per molte altre cose. Ogni volta che si parla di liberalizzare il servizio taxi mi dispero e gioisco allo stesso tempo. Mi dispero perché ogni volta finisce in un nulla di fatto e – avendo vissuto a lungo all’estero – mi rendo conto che il caso italiano è una patologia inspiegabile. Gioisco perché così posso tenere bassi i prezzi ed essere competitiva.
Sta dicendo che il mercato protetto conviene anche a lei?
Sì e no. Conviene perché i prezzi rimangono alti, non mi conviene perché se liberalizzare il mercato significasse sviluppare una cultura di condivisione, per cui si affida anche ad altri il trasporto personale, ne guadagneremmo tutti. Io per prima, che già faccio questo lavoro. Ma sono certa che ne guadagnerebbero tutti. È una questione culturale, di fiducia. C’è gente che piuttosto che affidarti il volante della sua auto preferisce guidare ubriaco.
Ma lei come ha fatto a inserirsi nel mercato?
Semplice. Il nostro è un servizio diverso da quello dei taxi, noi guidiamo la vettura del cliente, non abbiamo bisogno di licenze. Anche alla Camera di Commercio di Torino siamo registrati come “altri servizi”, non come trasporto pubblico.
Però, se potesse, differenzierebbe la sua offerta?
Probabilmente sì. Più licenze significano maggiore offerta e prezzi più bassi. Mi risulta che questo accada nelle grandi città europee e americane. Basta prendere un taxi a Barcellona o a New York per rendersene conto. Non differenzio perché la barriera, per ora, è invalicabile. E preferisco dirigermi altrove, per esempio verso il car sharing.
Chi chiama Yoyo? Solo chi non vuole mettersi alla guida avendo bevuto anche solo un bicchiere di troppo?
No. Ultimamente ci capita di accompagnare la gente in aeroporto. Il cliente sfrutta il nostro rimessaggio gratuito, cioè non paga la tariffa per il parcheggio. E se per esempio parte da Torino Caselle e, magari una settimana dopo, torna a Milano Malpensa, noi andiamo a prenderlo. E se serve torniamo in treno. Stefano Caselli • “PIÙ AUTO? NON CONVIENE A NESSUNO” - Tutti parlano sempre di New York, dove i taxi girano in continuazione e basta alzare la mano per fermarne uno. Vero, ma lo sappiamo che vita fa la maggior parte dei taxisti di New York? Pachistani, senegalesi che praticamente vivono 24 ore su 24 a bordo del loro taxi? Mangiano al massimo un panino e una birra e magari non hanno la possibilità di fare la manutenzione delle loro vetture? Vogliamo arrivare a questo? Io non credo”. Parola di Loreno Bittarelli, presidente del sindacato Uritaxi, e personaggio noto nella Capitale.
Per voi la liberalizzazione è fumo negli occhi. Ma gli utenti?
Dire no alla liberalizzazione è soprattutto nell’interesse degli utenti. Tutte le esperienze degli altri paesi hanno provocato un aumento delle tariffe, della precarietà degli operatori, delle loro tutele sociali e uno scadimento del servizio.
È sicuro che all’estero la liberalizzazione abbia provocato un aumento delle tariffe? In molte città europee l’impressione è che i prezzi siano decisamente inferiori che in Italia...
All’estero costa meno? Secondo i nostri calcoli non è vero. In Italia la tariffa non è così cara come si pensa. Certo, costa molto la corsa taxi, ma questo è un problema dovuto alla pessima viabilità delle nostre città. La tariffa media a Roma è 23 euro all’ora, non è uno sproposito. Un imbianchino, che magari lavora in nero, viene pagato di meno? Non credo.
Ci riprovo: più licenze,
prezzi più bassi, più domanda. Vale?
Guardi, questo è un falso problema e i dati lo dimostrano. A parità di bacino d’utenza se i prezzi diminuiscono non è affatto detto che più gente prenda il taxi. Se una corsa invece che 15 euro ne costasse 10, la diminuzione certo è evidente, ma non per questo chi si muove in bus a un euro, un euro e mezzo cambierebbe le proprie abitudini. E poi mi chiedo se la liberalizzazione diminuirebbe i prezzi. Aumentare le licenze significa diminuire le corse, ma i costi fissi rimangono gli stessi e quelli bisogna comunque coprirli. Quindi il prezzo potrebbe addirittura aumentare. Il risultato vero sarebbe l’accaparramento delle licenze da parte di chi ha maggiore disponibilità economica e può permettersi dei dipendenti.
Ma uno che da un giorno all’altro volesse diventare taxista, può farlo?
E perché no? Basta avere l’abilitazione professionale, iscriversi al ruolo e acquistare una licenza.
Appunto, la licenza. Qual è il prezzo medio?
A Roma circa 100 mila euro.
Una bella cifra...
Anche per aprire un bar ci vuole la licenza. Il sistema è impostato così perché delle regole ci devono essere. Ste. Ca.