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 2011  dicembre 24 Sabato calendario

GORBACIOV IN PIAZZA 20 ANNI DOPO

Mikhail Gorbaciov sa bene cosa vuol dire uscire di scena. «Termino qui le mie attività di presidente dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche», annunciò in tv la sera di Natale del 1991, mentre sul Cremlino veniva ammainata la bandiera rossa dell’Urss. Le sue riforme gli erano sfuggite di mano: Gorbaciov avrebbe voluto modernizzare il sistema mantenendolo in vita, ma perse il controllo di tutto. Dell’impero, che si divise; dell’economia, che passò di colpo al mercato; della politica, che abbandonò il comunismo. Oggi la sua Russia, che in questi vent’anni ha portato sulle spalle il peso di un’eredità senza precedenti nella storia, è ancora in cammino. Decine di migliaia di persone sono attese lungo la via di Mosca che porta il nome del dissidente riabilitato da Gorbaciov nel 1986, Andrej Sacharov. Non vogliono smembrare imperi o marciare sul Cremlino, chiedono di prendere parte alla vita politica del Paese, pretendono la dignità di un voto. Gorbaciov sarà con loro.
Così come è avvenuto il 10 dicembre scorso, sulla piazza Bolotnaja, si faranno mille congetture sul numero dei presenti: 50mila si sono registrati su Facebook ma Aleksej Navalnyj, blogger anti-corruzione divenuto uno dei punti di riferimento più noti della protesta, parla di un milione di russi pronti a intervenire. Il vero interrogativo però riguarda la consistenza del movimento, fatto di migliaia di voci unite dall’indignazione per un voto scorretto ma ora in cerca di una direzione. Saranno in grado di mettere un giorno Vladimir Putin nella stessa situazione di Gorbaciov, incapace di fermare il cambiamento?
«Sono molto preoccupato, ma ho anche fiducia e speranza», aveva detto l’ultimo presidente dell’Urss quel giorno di Natale. Il suo discorso era stato drammaticamente onesto: «Avevamo molto di tutto - terra, petrolio e gas, altre risorse naturali - e intelletto e talento in abbondanza. Eppure, vivevamo peggio dei Paesi industrializzati...Questo Paese soffocava incatenato da un sistema di comando burocratico...schiacciato dal peso della corsa agli armamenti...Stavamo andando verso il nulla, dovevamo cambiare tutto radicalmente».
Poi Gorbaciov difese la decisione di imboccare la via delle riforme, e fece un bilancio: «Le elezioni libere sono diventate realtà...libera stampa, libertà di culto, un sistema multipartitico, un’economia diretta verso la parità di tutte le forme di proprietà». Disse: «Questa società ha acquisito la libertà...ma non abbiamo ancora imparato a usarla».
Negli anni successivi vennero lo sviluppo selvaggio dell’economia e le disuguaglianze, la ricerca di un’identità per un Paese abituato a essere impero e non più potenza. Vennero povertà e crisi e guerre e poi venne Putin, che garantì stabilità in cambio di una gestione autoritaria del sistema, sicuro di poter contare sull’apatia e la rassegnazione considerate simbolo del suo popolo. «Dobbiamo sradicare gradualmente il cinismo che si è radicato negli anni», dicono gli organizzatori della protesta di oggi. Lev Ponomariov, veterano tra i difensori dei diritti umani in Russia, chiarisce l’obiettivo dei dimostranti: «Arrivare attraverso un percorso pacifico alla realizzazione di diritti e libertà civili, politiche e sociali». Finora Putin ha risposto alla domanda di cambiamento con aperture lontane da quanto chiesto dalla piazza, e con battute (i dimostranti paragonati al popolo delle scimmie del Libro della Giungla) giudicate «vergognose» da Gorbaciov. Oggi, sulla prospettiva Sakharov, basterebbe la presenza dell’ultimo segretario generale del Pcus a ricordare quanto è importante capire il mondo che cambia. Ma sembra ancora un mondo che a Putin non appartiene.