Riccardo Sorrentino, Il Sole 24 Ore 24/12/2011, 24 dicembre 2011
SI ALLARGA LA FORBICE USA-EUROPA SUL PIL
Sembrano destinati a percorrere strade diverse: gli Usa verso una ripresa non ancora soddisfacente ma forse più solida del passato, Eurolandia verso la recessione. E se si proiettano nel futuro le tendenze più recenti è questo il quadro che si disegna.
Eurolandia è oggi il grande ammalato: alcuni Paesi - tra questi una delle maggiori economie, l’Italia - non riescono a riconquistare la fiducia degli investitori e fanno fatica a finanziarsi sui mercati, mentre le banche piene di bond "deprezzati" irrigidiscono la concessione di crediti. Al più tardi in primavera l’intera area vedrà l’economia contrarsi, anche se alcuni analisti (come gli economisti di Oxford economics) sono convinti che la recessione sia già tra noi: -1,4% è la previsione di Dean Maki di Barclays per il quarto trimestre annualizzato. Contro il +2,5% degli Usa....
La politica economica non sembra poter aiutare molto la zona euro, e non solo perché è priva dei poteri magici che spesso le vengono attribuiti. I governi sono impegnati in una manovra restrittiva che potrà ridurre i consumi pubblici (con un effetto immediato sul Pil), in un contesto che richiederà intanto trasferimenti di natura essenzialmente "microeconomica" - ma di grande respiro e impegno - a sostegno per esempio dei disoccupati.
La politica monetaria resterà espansiva, ma il calo dei tassi in corso non riesce a far scendere dappertutto il costo del credito sulle scadenze più lunghe, mentre si discute se l’ampia liquidità creata dalla Banca centrale europea con le sue ultime operazioni - che qualcuno considera come un quantitative easing passivo - sia sufficiente a compensare la riduzione della velocità degli scambi e a garantire quindi la necessaria "fluidità" degli scambi. In alcuni Paesi - e l’Italia è tra questi - gli aggregati monetari si stanno addirittura riducendo; potrebbero quindi aggravare le fluttuazioni nella produzione, cioè la recessione in arrivo.
Soprattutto, la Banca centrale europea ha limiti istituzionali che le impediscono di creare le aspettative "giuste", quelle che muovono davvero l’economia. Anche se ha promesso, con strumenti diversi, di soddisfare tutta la domanda di liquidità, ha scelto - non senza motivi seri - di isolare in un "recinto sacro" queste misure straordinarie. Il rialzo dei tassi di luglio 2008, che pure sembrava giustificato in un contesto di petrolio in forte aumento e di possibile surriscaldamento delle quotazioni, si è rivelato un errore - come l’introduzione di tassi positivi sulle riserve Fed a novembre dello stesso anno - perché ha ridimensionato le aspettative sulla politica monetaria di Francoforte: persino l’inflazione derivante dagli shock sull’offerta, oppure dagli aumenti dell’Iva (che non arricchiscono nessuno) preoccupa la banca centrale per le ricadute sulle rivendicazioni salariali. È proprio dal gioco tra le aspettative e la liquidità che dipende però gran parte del futuro di Eurolandia.
Non molto diverso è il discorso sugli Usa. Gli Stati Uniti devono fare i conti oggi con una politica fiscale caotica, che vive di misure "temporanee" e quindi incapaci di dare certezze a imprese e famiglie. Non hanno però perso credibilità sui mercati. E se la Fed è in stand-by, malgrado una massa monetaria non molto ampia (la liquidità resta tutta nelle sue "casse"), ha una reputazione di aggressività che un po’ aiuta.
Gli ultimi dati non sono univoci, possono essere puro "rumore", come spiega Scott Sumner, l’economista che anima il blog The money illusion. Per ora però le statistiche disegnano per gli Usa una ripresa più solida: l’indice Pmi sull’attività delle imprese segnala espansione (in Eurolandia contrazione), la disoccupazione è in calo (nella Uem cresce marginalmente), la produzione aumenta (e nella zona euro cala); e persino l’immobiliare - il vero settore in difficoltà - lancia qualche primo segnale incoraggiante.
Non tutto brilla: gli ordini di beni capitali sono calati a novembre e così le consegne, le quali hanno appannato le prospettive del quarto trimestre. Il problema più serio infatti è che se la Sparta europea piange, l’Atene statunitense non può ridere. Sganciarsi del tutto non è possibile.