JOHN LLOYD , la Repubblica 22/12/2011, 22 dicembre 2011
Tutti i dubbi di noi inglesi - I britannici non sono "anti-europei". Come quasi tutti gli stereotipi anche questo – ancor più diffuso da quando David Cameron si è rifiutato di approvare il piano più recente per salvare l´euro e promuovere l´integrazione fiscale – è solo in parte vero
Tutti i dubbi di noi inglesi - I britannici non sono "anti-europei". Come quasi tutti gli stereotipi anche questo – ancor più diffuso da quando David Cameron si è rifiutato di approvare il piano più recente per salvare l´euro e promuovere l´integrazione fiscale – è solo in parte vero. La Gran Bretagna è europea a metà: una condizione che non muterà in tempi brevi. Bisogna anche ammettere – ovviamente – che non si tratta di un´opinione univoca. Ci sono britannici federalisti, che auspicano uno stato europeo – non molti, senza dubbio. C´è chi invece pensa che la Gran Bretagna debba uscire subito dall´Ue, e sono molti di più, ma non la maggioranza. Tra questi due poli il pensiero si declina in vari modi: dall´euroscetticismo di David Cameron – molto diffuso – all´eurofilia dell´ex premier Tony Blair, meno frequente. Ma, con le debite differenze, tutti subiscono l´influsso della stessa cultura politica, prettamente britannica. E anche questo aspetto non è destinato a mutare in fretta. Cosa significa? Innanzitutto che l´Europa è "laggiù" (siamo o non siamo un´isola?): parlando delle vacanze diciamo "siamo stati in Europa quest´estate". È nota la pigrizia britannica quando si tratta di imparare le lingue (che sono sempre meno insegnate nelle scuole pubbliche): "tanto tutti parlano inglese", si dice. Si dice poi che l´Ue è governata da gente che non conosciamo. Questo vale per tutti i paesi membri dell´Unione ma Bruxelles appare particolarmente remota vista da qui, dove non si parlano le lingue straniere ed esiste una forte tradizione di rappresentanza parlamentare, associata alla sensazione che il parlamento europeo conti pochissimo. In terzo luogo ai britannici le istituzioni piacciono vecchie. La monarchia è una delle più antiche del mondo; il parlamento risale al medioevo, l´Inghilterra fu unificata nel nono secolo; la democrazia britannica si annovera a buon diritto tra le più antiche del mondo. Quarto, l´espansione della sfera di influenza britannica dal XVII secolo in poi nelle Americhe, in Australia, in India, in Africa, in Medio Oriente – ha lasciato un cospicuo retaggio di Stati anglofoni. Il mondo anglofono, soprattutto i paesi ancora parte del Commonwealth è straordinario: nessun altro paese vanta una tale diffusione della propria lingua madre in altri Stati, legati da rapporti familiari e sentimentali. È in questo mondo che i britannici si sentono più a loro agio. Quinto, la Gran Bretagna non è più una grande potenza: ha smesso di esserlo dopo la seconda guerra mondiale (con grande rammarico di Winston Churchill). Ora la sua economia è inferiore a quella tedesca o francese. Ma la memoria degli antichi fasti è ancora viva nelle canzoni, nella narrativa, nei programmi tv e nei film, nelle cerimonie nazionali e, soprattutto, nella cultura popolare. Benché gli storici abbiano evidenziato le crudeltà dell´imperialismo britannico, la rappresentazione della sua storia è ancora gloriosa. I britannici vi si rifugiano e questo implica che, in fondo al cuore, sono nel migliore dei casi per metà europei. Sesto, i britannici amano immaginarsi pragmatici. Non è sempre del tutto vero – la cultura è zeppa di fantasie – ma quanto basta a far sì che tutti i leader politici si proclamino tali. Il pragmatismo britannico non ha mai creduto fino in fondo nell´Europa come nuovo stato, come "unione sempre più coesa", entità capace di sollecitare l´immaginario e gli affetti come ancora riescono a fare le nazioni. Ed oggi che l´euro trema, i britannici sentono di aver ragione. (Traduzione di Emilia Benghi)