Chiara Paolin, il Fatto Quotidiano 22/12/2011, 22 dicembre 2011
NON SI VENDERÀ UNA COPIA IN PIÙ
Stamattina, alle sei meno dieci, Alberto Mencaroni ha aperto la sua edicola sulla strada che porta da L’Aquila verso Campofelice. È il classico gabbiotto, nove metri quadrati dove ospitare più di duemila testate in vendita per dodici ore al giorno, domeniche a turno comprese. La temperatura di primo mattino è sette gradi sotto lo zero, durante il giorno sta poco sopra. Secondo il decreto Monti, si tratta di un’attività privilegiata: la vendita dei giornali non può più essere un’esclusiva legata alla concessione comunale, si liberalizzi.
Che ne pensa, Mencaroni?
Se anche domani aprissero altre trentamila edicole, pensa che il giornale costerebbe meno? Gli editori abbasserebbero il prezzo vendendolo al bar o dal tabaccaio? Dalle sperimentazioni del 1995 abbiamo capito che non funziona così: anche nei supermercati resta il prezzo imposto, nessun vantaggio per l’utente .
Però nuovi posti di lavoro, più vendite per un mercato da
sempre fragile.
Nessun lavoro in più, semmai la morte dei cinquantamila addetti: famiglie, gente che ha messo ogni risparmio e ogni minuto della sua vita nell’attività. Quanto alle vendite, dubito che la soluzione sia aumentare i punti commerciali.
Allora a cosa serve la liberalizzazione delle edicole?
A concentrare nelle mani dei distributori-editori l’intera filiera. Oggi Rcs e Mondadori sono leader nella distribuzione nazionale, di fatto condizionano il mercato dei distributori locali, cui poi devono rifarsi gli edicolanti accettando quantità e qualità delle forniture.
La parità di trattamento impone di regolare la presenza delle testate, per garantire il pluralismo.
Capisco la necessità dell’assortimento, ma se io sono un commerciante devo avere la possibilità di chiedere più copie di un certo giornale e meno di un altro. Invece in pratica ci sobbarchiamo l’acquisto anticipato di tanti prodotti poco appetibili: mensili, bimestrali, roba iperspecialistica che resta in edicola un sacco di tempo, e solo col reso ci viene ripagata.
Vuol dire che gli editori scaricano sulle edicole alcuni costi della commercializzazione?
Certo. E se penso che certi giornali hanno anche gli aiuti di Stato, gli sgravi fiscali, eccetera eccetera, mi sento davvero preso in giro quando mi dicono che il problema sono io.
Sciopererà?
Sarebbe meglio riuscire a evitare un fermo di tre giorni che manderebbe in tilt tutto il sistema. Anche se non si vendono i giornali, bisogna anticipare le somme dell’acquisto, e sono migliaia di euro. Ma lo scoperto di tre giorni dovuto al mancato incasso metterebbe nei guai gli edicolanti bloccando automaticamente le forniture anche nei giorni successivi.
Allora che deve dire oggi il sottosegretario per convincervi?
Malinconico conosce perfettamente il sistema, mi aspetto da lui un’indicazione precisa sulla riforma che attendiamo da anni. Ma se non si considera l’intera catena, non ci sarà una vera soluzione: solo la soppressione dell’ultimo anello. Che siamo noi.