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 2011  dicembre 22 Giovedì calendario

CROLLANO LE SCORTE USA DI GREGGIO

Le cifre sono un compendio di record: la settimana scorsa le scorte di greggio degli Stati Uniti sono crollate di 10,57 milioni di barili, il massimo da un decennio, portandosi al livello più basso da fine 2008 (benché esattamente in linea con la media degli ultimi 5 anni: 322.365 mb).
Le statistiche del dipartimento per l’Energia (Doe) non hanno però provocato scossoni sul mercato: il rialzo delle quotazioni del barile – legato soprattutto al riemergere di tensioni geopolitiche e a un ampio ventaglio di preoccupazioni sull’offerta – non si è ampliato vistosamente rispetto all’avvio di seduta. Dopo il balzo di oltre il 3% di martedì, il Brent ha quindi chiuso a 107,71 dollari al barile (+0,9%) e il Wti a 98,67 $ (+1,5%).
Il crollo delle scorte trova spiegazioni non particolarmente inquietanti. La settimana scorsa, ricordano gli stessi esperti del Doe, il canale di Houston – attraverso il quale si riforniscono otto raffinerie, con una capacità complessiva di 2,2 mbg – è rimasto chiuso diversi giorni, a causa della nebbia e per la collisione tra due navi. È proprio in quell’area che gli stock di greggio sono diminuiti di più (-7mb) ed è probabilmente anche per questo motivo che le importazioni sono calate vistosamente: -741mila barili al giorno rispetto alla settimana precedente, a 7,55 mbg, il minimo da settembre 2008.
Gli impianti di raffinazione, intanto, hanno continuato a lavorare a ritmi discreti: l’utilizzo della capacità è salito dello 0,2% all’84,9 per cento. Ma un rimbalzo della domanda di carburanti (soprattutto quella di distillati, che a 3,95 mbg è ai massimi dell’anno) ha provocato anche per questi ultimi una diminuzione delle giacenze: -2,35 mb per i distillati e -0,41 per le benzine. Niente di eclatante neppure in questo caso, considerato il clima rigido, che fa salire i consumi per riscaldamento, e l’avvicinarsi delle festività, che aumenta gli spostamenti di merci e persone.
La tensione di questi giorni sui mercati petroliferi deriva in realtà soprattutto da vicende che si svolgono lontano dagli Stati Uniti. Sullo sfondo c’è sempre l’ansia per la possibilità di un’interruzione totale dell’export dall’Iran: un evento che, secondo Francisco Blanch, responsabile della ricerca sulle commodities di BofA-Merrill Lynch, potrebbe aggiungere 40 dollari al prezzo del barile.
Ci sono state tuttavia tensioni inattese – e dunque, come si suol dire, non ancora scontate nei prezzi – anche in Kazakhstan. Venerdì scorso la polizia ha sparato per disperdere la folla durante una manifestazione di lavoratori dell’industria petrolifera, già da mesi protagonisti di scioperi, uccidendo quindici personi. Le proteste, che proseguono, sono concentrate nella regione occidentale di Mangistau (lontano, per intendersi, dai supergiacimenti di Tengiz, Kashagan e Karachaganak) e la KazMunaiGaz Exploration & Production ha assicurato che non ci sono stati danni alle operazioni estrattive. Ma la possibilità che l’export dal Kazakhstan (1,6 milioni di barili al giorno) possa subire contraccolpi allarma i mercati. Così come preoccupa l’instabilità in Iraq, ora che le truppe americane se ne sono andate: a poche ore dalla loro partenza, il premier Nuri al-Maliki, sciita, ha fatto arrestare il vicepresidente (sunnita) Tareq al-Hashemi.Le cifre sono un compendio di record: la settimana scorsa le scorte di greggio degli Stati Uniti sono crollate di 10,57 milioni di barili, il massimo da un decennio, portandosi al livello più basso da fine 2008 (benché esattamente in linea con la media degli ultimi 5 anni: 322.365 mb).
Le statistiche del dipartimento per l’Energia (Doe) non hanno però provocato scossoni sul mercato: il rialzo delle quotazioni del barile – legato soprattutto al riemergere di tensioni geopolitiche e a un ampio ventaglio di preoccupazioni sull’offerta – non si è ampliato vistosamente rispetto all’avvio di seduta. Dopo il balzo di oltre il 3% di martedì, il Brent ha quindi chiuso a 107,71 dollari al barile (+0,9%) e il Wti a 98,67 $ (+1,5%).
Il crollo delle scorte trova spiegazioni non particolarmente inquietanti. La settimana scorsa, ricordano gli stessi esperti del Doe, il canale di Houston – attraverso il quale si riforniscono otto raffinerie, con una capacità complessiva di 2,2 mbg – è rimasto chiuso diversi giorni, a causa della nebbia e per la collisione tra due navi. È proprio in quell’area che gli stock di greggio sono diminuiti di più (-7mb) ed è probabilmente anche per questo motivo che le importazioni sono calate vistosamente: -741mila barili al giorno rispetto alla settimana precedente, a 7,55 mbg, il minimo da settembre 2008.
Gli impianti di raffinazione, intanto, hanno continuato a lavorare a ritmi discreti: l’utilizzo della capacità è salito dello 0,2% all’84,9 per cento. Ma un rimbalzo della domanda di carburanti (soprattutto quella di distillati, che a 3,95 mbg è ai massimi dell’anno) ha provocato anche per questi ultimi una diminuzione delle giacenze: -2,35 mb per i distillati e -0,41 per le benzine. Niente di eclatante neppure in questo caso, considerato il clima rigido, che fa salire i consumi per riscaldamento, e l’avvicinarsi delle festività, che aumenta gli spostamenti di merci e persone.
La tensione di questi giorni sui mercati petroliferi deriva in realtà soprattutto da vicende che si svolgono lontano dagli Stati Uniti. Sullo sfondo c’è sempre l’ansia per la possibilità di un’interruzione totale dell’export dall’Iran: un evento che, secondo Francisco Blanch, responsabile della ricerca sulle commodities di BofA-Merrill Lynch, potrebbe aggiungere 40 dollari al prezzo del barile.
Ci sono state tuttavia tensioni inattese – e dunque, come si suol dire, non ancora scontate nei prezzi – anche in Kazakhstan. Venerdì scorso la polizia ha sparato per disperdere la folla durante una manifestazione di lavoratori dell’industria petrolifera, già da mesi protagonisti di scioperi, uccidendo quindici personi. Le proteste, che proseguono, sono concentrate nella regione occidentale di Mangistau (lontano, per intendersi, dai supergiacimenti di Tengiz, Kashagan e Karachaganak) e la KazMunaiGaz Exploration & Production ha assicurato che non ci sono stati danni alle operazioni estrattive. Ma la possibilità che l’export dal Kazakhstan (1,6 milioni di barili al giorno) possa subire contraccolpi allarma i mercati. Così come preoccupa l’instabilità in Iraq, ora che le truppe americane se ne sono andate: a poche ore dalla loro partenza, il premier Nuri al-Maliki, sciita, ha fatto arrestare il vicepresidente (sunnita) Tareq al-Hashemi.