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 2011  dicembre 22 Giovedì calendario

IN ITALIA FINISCONO 116 MILIARDI - È

meglio ottenere prestiti al tasso dell’1%, oppure pagando interessi del 7-8%? La risposta è banale, ovvia: è meglio l’1%. È per questo che ieri le banche italiane hanno risposto in massa all’offerta della Banca centrale europea, che erogava finanziamenti illimitati della durata di tre anni: gli istituti di credito italiani hanno infatti "prelevato" a Francoforte 116 miliardi di euro. Cioè il 23% dei 489 miliardi che la Bce ha erogato alle banche di tutta Europa. E il motivo è ovvio: la Bce applica ai prestiti un tasso d’interesse agevolato dell’1%, mentre le banche italiane se cercassero finanziamenti analoghi sul mercato a stento riuscirebbero a ottenere il 7%. È per questo che ieri gli istituti di credito ne hanno approfittato. La domanda, ora, è: che uso faranno di questi 116 miliardi? Le possibilità sono varie: rimborsare e/o riacquistare le obbligazioni in scadenza nel 2012-2013, comprare BTp, aumentare il credito a imprese e famiglie. Oppure, più banalmente, tenerli sotto il materasso: cioè depositarli nuovamente in Bce e aspettare tempi migliori.
Il grande "bancomat"
Andiamo con ordine. Francoforte ieri ha erogato finanziamenti agevolati a tutte le banche europee. Gli importi erano illimitati, il tasso era bassissimo. Una sola era la condizione: che le banche dessero in garanzia alla Bce dei titoli obbligazionari. Per tutelarsi, infatti, l’Eurotower chiede un ammontare di titoli maggiore rispetto al finanziamento che eroga: per ottenere 100 euro, dunque, ogni banca deve dare – a spanne – almeno 110-120 euro di obbligazioni in garanzia. È per questo che, per le banche, è di vitale importanza avere da stanziare più bond possibili: perché maggiore è l’ammontare di titoli, maggiore è la quantità di finanziamenti agevolati che si possono ottenere.
I titoli stanziabili come garanzia sono di vario tipo: bond governativi, bancari o aziendali e altro. Da ieri, in Italia, c’era una possibilità in più: le banche potevano – per effetto del decreto del Governo Monti – offrire anche nuove obbligazioni emesse da loro stesse con la garanzia dello Stato. Negli ultimi giorni le banche italiane si sono affrettate a "creare" più obbligazioni possibili garantite dallo Stato (in totale gli istituti italiani ne hanno emesse per 40 miliardi di euro): l’obiettivo era proprio di aumentare al massimo le possibilità di ottenere finanziamenti in Bce. Sommando questi bond a tutti gli altri che le banche già avevano da stanziare in Bce, gli istituti italiani sono dunque riusciti a raggiungere il loro obiettivo: "prelevare" da Francoforte 116 miliardi.
Salvarsi e salvare lo Stato
La prima cosa che le banche faranno con questi soldi sarà di eliminare i rischi del 2012. L’anno prossimo solo le prime 5 dovranno rimborsare 88,2 miliardi di obbligazioni in scadenza. Questo era un problema fino a due giorni fa, perché – in assenza di investitori disposti a prestare soldi – rifinanziare quelle scadenze sarebbe stato difficile. Ora, con 116 miliardi a disposizione, quel rischio non c’è più. Stessa musica per il 2013. Anche qui ci sono altri 88 miliardi di bond in scadenza. Totale: 176 miliardi di debito bancario (e solo dei primi 5 istituti) che può essere coperto evitando la scure del mercato con la nuova liquidità. Le banche potrebbero anche fare di più: ricomprare, a prezzi di saldo, i bond che giungeranno a scadenza in futuro.
Ma le possibilità non finiscono qui. Gli istituti potrebbero anche comprare titoli di Stato italiani. Finanziandosi con un tasso dell’1%, potrebbero insomma acquistare BTp che rendono il 6,5%: il guadagno, per loro, sarebbe automatico. E anche l’Italia beneficerebbe di questi acquisti, perché i rendimenti dei BTp potrebbero scendere alleviando i dolori del ministero dell’Economia. Ma le banche lo faranno? I dubbi sono tanti. Innazitutto perché sono già piene zeppe di BTp (ed è per questo che la Borsa le penalizza da mesi).
La fine del credit crunch?
In alternativa le banche potrebbero invece "girare" i benefici artificiali della Bce sui loro clienti: famiglie e imprese. Questo, almeno, è ciò che tanti chiedono. E ciò che tanti banchieri auspicano. Ma sarà veramente così? Nella teoria sì, ma nella pratica non sarà facile. Quei 116 miliardi diminuiscono infatti i costi della raccolta per le banche, ma non in maniera così evidente. Quei 116 miliardi sono infatti poco più del 5% del monte raccolta delle banche italiane (2.200 miliardi): se abbassano il tasso medio, oggi all’1,9%, del costo dei depositi retail, possono fare poco su quegli oltre 800 miliardi di funding via obbligazioni sul mercato internazionale che ha tassi ben più alti. Insomma: 116 miliardi sono tanti, aiutano le banche. Ma difficilmente saranno sufficienti per abbassare in maniera significativa i tassi applicati a imprese e famiglie. Sono un passo avanti, certo. Ma non la medicina che guarisce tutti i mali dell’economia. Morya Longo, Fabio Pavesi • I VANTAGGI - Dire che la LTRO della Bce sia stata un fallimento, come sostiene buona parte dei broker anglosassoni, è un falso motivato in parte dalla deludente reazione dei mercati e soprattutto dalla prevenzione verso la Bce diffusa in Usa e Gran Bretagna. Compiaciuti delle falsità della Fed (o della BoE) che spaccia i quantitative easing come aiuti all’economia, gli anglosassoni disapprovano le surrettizie operazioni della Bce che mirano a ottenere (per vie contorte) gli stessi risultati. La negativa risposta dei mercati può, forse, essere spiegata con qualche presa di beneficio dopo l’effervescente seduta di martedì. In ogni caso, i 489 miliardi presi a prestito da 523 banche sono circa il doppio delle stime che giravano due giorni fa tra i broker. Quell’ammontare è anche superiore alle necessità di finanziamento degli istituti di credito per i primi sei mesi del 2012 (e a febbraio vi sarà una seconda asta), per cui è lecito pensare che una parte verrà impiegata proprio per comprare titoli di Stato, come auspica Mario Draghi.
Ma da New York le banche d’affari proclamano il fallimento del Ltro, adducendo (come fa Citi) il severo comunicato dell’Abi, che chiede la modifica delle regole dell’Eba sui bilanci bancari. Se la normativa non viene ammorbidita nessun istituto si assumerà il rischio di acquistare altri titoli di Stato, dice l’Abi e sottolineano compiaciuti gli analisti di Citi. In realtà le banche hanno già iniziato a comperare titoli. Per non rischiare, si sono limitate a quelli di breve periodo: a sei mesi in Italia (come dimostra il rendimento sceso di 30 punti in controtendenza con il mercato) o a 3 mesi in Spagna.
In effetti, per veder una maggior aggressività tra le banche italiane ed europee, bisognerà aspettare ancora. Le lobby bancarie si stanno muovendo su due direzioni. La prima è una revisione degli stress test dell’Eba, poiché la regola del mark to market impone di ricapitalizzare il sistema europeo per 114 miliardi. La seconda è favorire un chiaro pronunciamento dei politici europei e della Bce sul Fondo di stabilità (Efsf) che potrebbe essere usato proprio per patrimonializzare in parte le banche europee. Se qualcosa si muovesse su questi due fronti, potremmo davvero aspettarci una rapida inversione di tendenza
sui mercati. Walter Riolfi • I RISCHI - Lo Stato presta la sua garanzia alle banche italiane e queste emettono obbligazioni, "rafforzate" proprio da questa garanzia. Non vendono ad alcun investitore i bond nuovi di zecca, ma li consegnano alla Banca centrale europea per ottenere in cambio finanziamenti al tasso agevolato dell’1%. Infine, nella speranza dei banchieri centrali, dovrebbero usare questi finanziamenti per comprare titoli dello stesso Stato che ha prestato loro le garanzie. Chiamatela partita di giro. Chiamatela catena di Sant’Antonio. O, come scrivevano alcuni blog americani nei giorni scorsi, Schema Ponzi. Sta di fatto che tutta questa impalcatura rischia di non reggere.
La logica è semplice: se le banche ottengono finanziamenti all’1%, possono comprare BTp che hanno rendimenti del 6,5% e guadagnare – facile facile – sulla differenza. Detto così sembra geniale. Ma i rischi dietro questo giochetto - che i tecnici chiamano carry trade e i non-tecnici più semplicemente speculazione - sono potenzialmente tanti. Uno: le banche italiane sono finite sotto pressione sui mercati nei mesi scorsi proprio perché erano piene di titoli di Stato italiani. Intesa Sanpaolo – stimava Goldman Sachs a settembre – ne ha 58 miliardi di euro. UniCredit 48 miliardi e Montepaschi 32. Domanda: se i BTp erano un problema ieri, perché mai le banche italiane dovrebbero aumentarli in portafoglio domani? E poi: come reagirebbe la Borsa quando ne compreranno di nuovi?
Due: l’Eba, l’Autorità europea, ha richiesto alle banche del Vecchio continente 114 miliardi di aumenti di capitale proprio perché queste sono piene di titoli di Stato dei Paesi periferici. A quelle italiane ha chiesto 15 miliardi di maggiore capitale. Il rischio, dunque, è che se aumentassero "patriotticamente" i BTp in portafoglio, potrebbero poi trovarsi un giorno l’Eba che chiede loro nuovi aumenti di capitale. E, se non fossero in grado di realizzarli sul mercato, questo si tradurrebbe in minore credito a imprese e famiglie. Non si capisce dunque perché le banche dovrebbero a priori decidere di aumentare i BTp in portafoglio, se poi rischiano di essere prese a schiaffi da Eba e mercato. Morya Longo