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 2011  dicembre 22 Giovedì calendario

COSI’ CANTA IL PERFETTO SEDUTTORE

«Quanti figli aveva Lady Macbeth?». (Anche per il tormentone delle successioni a quel trono)... E «Nulla al mondo più alcuno paventa, se a Spoleto difende l’onor!»... Erano giochetti d’altri tempi, fra la più rinomata saggistica british e le sprezzature nostrane gorgheggianti ai migliori festival. Ma adesso, fra le ombre e luci delle inaugurazioni e delle memorie si protendono fra Roma e Milano lo spettro di Banco e il fantasma del Commendatore. Bentornate, care salme!
Siamo qui pronti! Da tutta una vita!
Circa il Macbeth verdiano, già sessant’anni addietro era definitivo Giorgio Vigolo. «Affascinante mistura di bello e di brutto, di orroroso cattivo gusto e di balzante istintività sanguigna: qualcosa come un minotauro infiocchettato... Difficile immaginare scena più sinistra di questa Lady Macbeth che intona il brindisi della Traviata fra i ballabili di Luigi Filippo, rovesciati nella remota Scozia dell’anno 1000». Poi, «la bassa lega quasi ingiuriosa» dei ballabiletti e marcette da giostrina programmaticamente villereccia per accompagnare il corteo regale, accanto al Sublime delle due grandi scene di lei: «surrealismo involontario o avanti lettera»...
Certo, ai tempi di Verdi o di Vigolo, non si poteva ancora definire «postmoderne» queste contraddizioni eclettiche, o confusioni «diacroniche» fra stili e moda e beltà e magari «camp» delirante o demoniaco, secondo le epoche... E le gran voghe dell’Alienazione e del Kitsch?
Qui le memorie si intrecciano. Dalla leggendaria Callas con De Sabata alla «magia» di Schippers e Visconti e Tosi a Spoleto. E le volte successive alla Scala. Con la direzione di Scherchen, e la regia di Jean Vilar, un fantastico battente di luci che si estinguevano dietro la scomparsa della suprema Birgit Nilsson. Poi, stupendi, Abbado e Strehler in un torvo baluginio di lastroni di rame. Sempre alla Scala, il greve cubone di Graham Vick per il magnifico Muti. E lui ancora al San Carlo napoletano, con le tante figure chiare del bergamasco Manzù. Naturalmente anche a Salisburgo, un quarto di secolo fa: con Chailly, Faggioni, la Dimitrova, Cappuccilli, Ghiaurov. Opulento, sontuoso. Indimenticabile, poi, fra i mille laghi e boschi finlandesi, un Macbeth all’aperto davanti al castello molto medievale e diroccato di Savonlinna, il più giusto dei fondali.
Stavolta, all’Opera di Roma, Muti ha trionfato per intelligenza non disgiunta da pathos nel dar vita delirante anche ai minimi anfratti della partitura, già magari considerati mero «accompagnamento» o volontario «camp». Sensazionale il successo della protagonista Tatiana Serjan, magistrale voce fulgidamente «nera»: opposta dunque ad ogni «creaturalità» pucciniana, e bravissima nel far sentire che «una macchia è qui tuttora» è un rovescio macabro di «spunta la bella aurora».
Lo spettacolo di Peter Stein è molto bello se la scena si riempie di cespugli danzanti, scontri d’armi, banchetti funestati. Quando è nuda e vuota, fa un po’ concerto malgrado la bravura degli interpreti e le sapienti luci alla Rembrandt. Questo Macbeth sempre «in crisi», poi, rinvia alla celebre incisione di Füssli, fine Settecento? Ne ho qui una: Macbeth e Banco, epici e atletici, con vistosi drappi alle spalle. Uno si erge, uno si difende (ma chi è chi?) davanti alle streghe. Povere barbone, hanno appena detto: «Un tamburo. Che sarà?». E la caldaia, allora, a cosa serve?
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Quanti magnifici Don Giovanni, poi. Lungo tutta la gran carriera di Karajan, direttore e regista: dal debutto bianco-e-oro tutto pimpante alla Scala, con le indispensabili Schwarzkopf e De Los Angeles e Noni e le lunghe gambe dominanti di Mario Petri, alle vetrate finali con Samuel Ramey terminalmente smarrito nel vasto grigiore dei cosmi, a Salisburgo. Ma lì accanto, un eccellente Don Giovanni di Giuseppe Gazzaniga, in una baita o cascina, inappuntabile, e come protagonista un tenore. Poi quello di Molière, al Landestheather, con regìa di Ingmar Bergman: molti bagnetti di saltrati ai piedi, con le vaschette, per i due vecchi compari, dopo tanto notte e giorno camminar. E mai un cavallo, mai una carrozza.
Alla Scala, fu toccata la perfezione con Muti e Strehler e la sublime Gruberova, e Thomas Allen, e Francisco Araiza come un virile Don Ottavio che non può credere all’infamia di altri Don. A Ferrara, con Abbado, lo splendido Simon Keenlyside faceva un insolito Don guizzante e sexy come un Rolling Stone, e Bryn Terfel era un imponente Leporello tipo camionista gallese. Ancora Abbado con Peter Brook, a Aix-en-Provence, concentrarono il Don Giovanni in una sala prove quasi minimale, coi cantanti seduti sulle panche intorno, e alzandosi per i loro numeri. Sempre ottimo anche Zubin Mehta, coi consueti interpreti specialisti, nella giusta Pergola fiorentina.
Quando il Don «sente odor di femmina», e giunge Donna Elvira in abito da viaggio, i soliti conoscitori calcolano le centinaia di chilometri fra Burgos e Siviglia, e i derivati effetti olfattivi afrodisiaci. E alla fine, quando Leporello va all’osteria «a trovar padron miglior», lì a Siviglia, chi vi potrebbe trovare se non altri farfalloni amorosi come Cherubino, parrucchieri tipo Figaro, o contrabbandieri della Carmen?
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Alla Scala, l’apparizione iniziale della grande specchiera riflettente ci rammentava appunto gli specchi sistemati con Vittorio Gregotti nella nostra remota Carmen bolognese, come fondale per le habanere di Adriana Lazzarini, ove però il pubblico poteva specchiarsi, e magari aggiustarsi qualche mise. Un classico dell’Arte Povera sono poi gli specchi di Michelangelo Pistoletto, che riflettono gli astanti accanto alle figure dipinte. Invece lo specchio tremolante faceva impressione soprattutto riflettendo come quadri di Bacon in movimento le facce di Franca Valeri e di Annamaria Guarnieri nelle Serve (anziane) di Genet.
Lo spettacolo scaligero, poco buffo e anzi cupo, musicalmente e scenicamente, si fonda su varie trovate, non giocose ma di successo. Scenari sempre in moto, come ricavati da vecchi pezzi polverosi del sipario solito. Il presupposto maschile per cui «le donne, la danno, e poi si lamentano». Abiti e sottovesti memori di collezioni attuali di prêt-à-porter, e anche vecchie riviste degli anni Quaranta, film con telefoni bianchi e guanti neri. Assenza notata di qualunque sensualità, tuttavia, ad eccezione della zelante Zerlina. Ma in quali epoche feudali i villici avrebbero puntato spade contro i nobili? O questi avrebbero allacciato l’ultimo bottone del gilet?
«No’l sperate» o «Non sparate»? Non si capisce mai bene. Però Masetto ha già un moschetto e una pistola: simile a quella che nell’analoga prima scena della Forza del Destino sciaguratamente ammazza il Marchese di Calatrava quando sorprende la figlia Leonora col giovanotto Don Alvaro, nottetempo. Ancora lì a Siviglia, «sforzar la figlia ed ammazzar il padre!».
Alla Scala, «chi poteva in quel vegliardo, tanto sangue immaginar!» (E non in Macbeth). Però poi la dialettica servo-padrone rimane eterna, alternando battibecco e compiacenze, anche se il mood è grave. E resta memorabile (recitato da Jeanne Moreau) il Racconto della serva Zerlina, di Hermann Broch: ove la poveraccia, vecchia e rincoglionita, confusamente ricorda quegli strani avvenimenti vissuti.
E la Morale? Macché «non temere, nelle mani son io di un Cavaliere»? Piuttosto, spese e sperperi all’insegna di Lusso e Cultura europei; e tante ragazze — tutte lo cercano, tutte lo vogliono, macché più escort — insegna Don Giovanni. Dunque, all’inferno quanti gli ruotano intorno come pianeti spenti, senza più un motore luminoso. E quell’infame, nonostante il Commendatore sul Palco Reale, ironizzò.
Alberto Arbasino