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 2011  dicembre 22 Giovedì calendario

«PRECARI E DISOCCUPATI SONO LE VERE PRIORITA’. NON I LICENZIAMENTI» —

«Il mercato del lavoro non è solo l’articolo 18. Neanche l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ndr) ci chiede più di modificarlo. Forse qualcuno ha voluto aizzare la discussione...».
Il senatore Tiziano Treu (Pd), che da ministro del Lavoro inaugurò il tema della flessibilità, raccomanda «nervi saldi» e «gradualità»: «Ci sono tante cose da fare sul tema dell’occupazione».
Anche per lei l’articolo 18 è un tabù?
«Mi considero uno che non ha tabù, io stesso presentai, a suo tempo, una modifica in chiave tedesca all’articolo 18. Però noi riformisti del Pd ci aspettiamo che il governo segua una certa sequenza nell’assumere provvedimenti, dopo che abbiamo ingoiato questa manovra necessaria».
Che tipo di sequenza?
«Ora servono i provvedimenti per la crescita. Si deve aprire un confronto con i sindacati e, nel frattempo, speriamo ci siano i segni di ripresa. Dobbiamo prima affrontare la mancanza di ammortizzatori sociali per coprire chi è malmesso: due milioni di persone senza nessuna tutela, come ha detto Draghi».
Lei è per il sistema «danese»?
«Non sarà la Danimarca, sarà qualcosa di meno, ma devono essere ammortizzatori dinamici, non pura assistenza. Devono riguardare i più giovani e quelli di 55 anni e rotti che non vedono più la pensione, che si è spostata in avanti. Servono politiche di active aging in tutta Europa».
Dove si prendono le risorse per gli ammortizzatori?
«Gli ammortizzatori servono ai precari, che sono appena entrati nel mercato del lavoro e non hanno i requisiti assicurativi, ai 55enni e ai disoccupati che dopo due anni non riescono a rientrare. Nel 2007-2008 facemmo i conti: servivano 5 miliardi l’anno».
Non sono pochi.
«Più o meno quanto costa la cassa in deroga che in realtà è una droga, che nasconde una realtà ormai marcia. Riduciamo queste casse e facciamo un patto generazionale: quello che si risparmia sulle pensioni va ai giovani».
E poi si può parlare di articolo 18?
«Dopo, se ci siamo un po’ rincuorati e siamo un po’ più europei su questi punti, si possono affrontare le altre anomalie: i troppi tipi di rapporti di lavoro, ciascuno con un costo diverso».
Bisogna allineare i costi dei vari contratti?
«Quando feci la legge sull’interinale, lo feci costare di più: c’era il 4% per la formazione, c’era la percentuale dovuta all’agenzia interinale. Alla fine oggi è interinale solo l’1% dei contratti. C’è invece un 7% di co.co.pro, più o meno falsi, perché c’è concorrenza sleale sui costi».
Vuole portare tutti a un livello di contribuzione pari al 33% della retribuzione?
«Magari non riusciamo a portare tutti al 33%, ma al 26% sì. Facendo come in Europa, dove ci sono tre tipi di contratti: a tempo indeterminato, che è quello prevalente, a termine, con la variante della somministrazione, e l’apprendistato».
E poi si potrà parlare finalmente di articolo 18?
«Dopo di che, se vogliamo arrivare ai licenziamenti, al controllo delle uscite, vedremo in che condizioni saremo a marzo. Se avremo ottenuto queste cose europee, allora vedremo».
Senza fretta...
«Non è che tra abrogare l’articolo 18 e tenerlo c’è un’alternativa secca: ci sono gradazioni possibili».
Quali?
«C’è la proposta di Boeri di un contratto con i primi tre anni di prova. C’è quella di alcuni confindustriali che vogliono la certezza dei costi e dei tempi del processo del lavoro. A costoro interessa sapere che il processo finisce entro tempi certi e brevi, e se si sfora, a pagare i costi è un Fondo o l’amministrazione della giustizia. E poi c’è la proposta di Franco Marini».
Che è sui licenziamenti?
«Che punta a distinguere quelli discriminatori da quelli per motivi economici. Per questi ultimi si stabilisce una procedura con i sindacati, al termine della quale, se c’è un accordo bene, altrimenti c’è un indennizzo».
Lei pensa che questo governo avrà il tempo di seguire tutta questa sequenza?
«Certo, se uno agita i drappi rossi... sta cercando di destabilizzare».
Ce l’ha con il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che ha toccato il tema dell’articolo 18?
«Dice di non averlo fatto ex professo, forse c’è dell’inesperienza. L’articolo 18 è una sofferenza: non lo sbattiamo in prima pagina».
Se il governo ne parla, va di rigore in prima pagina.
«Io so che Monti ha i nervi saldi. Napolitano li ha saldissimi. Il clima dei partiti è responsabile e nessuno vuole far cadere il governo prima che si avvii la crescita. Perciò...».
Anche il sindacato deve tenere i nervi saldi?
«Se il sindacato ora va nelle piazze, lo capisco: la gente è colpita. Se a gennaio si mettesse al tavolo, farebbe il suo mestiere e aiuterebbe tutti. Soprattutto il Pd».
Già. Come si conciliano le varie posizioni nel Pd?
«La vita dei riformisti è faticosa, non disperiamo di uscirne. Sono ottimista».
Antonella Baccaro