Marco Cobianchi, Italia Oggi 22/12/2011, 22 dicembre 2011
LA CAMUSSO FA I PASTICCI QUANDO CITA I DATI DELL’ISTAT
La più importante argomentazione usata dagli oppositori all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è che, in base ai dati Istat, la precarietà fiorisce nelle piccole imprese, dove non si applica il famigerato articolo, e non nelle grandi imprese, dove invece si applica. E questo dimostra che la precarietà c’è dove c’è flessibilità e non dove non c’è. “Se facciamo un’analisi della realtà, vediamo che la precarietà c’è soprattutto dove non si applica l’articolo 18, nelle piccole aziende. Quindi tutta questa discussione è fondata su un presupposto falso”, ha detto la Camusso. Solo che questa argomentazione si basa su un’interpretazione errata dei dati dell’Istat.
Secondo l’Istituto di statistica gli “addetti indipendenti alle piccole imprese” sono 5.441.349 mentre gli addetti “indipendenti alle imprese medio-grandi” sono solo 171.123. Questi due numeri dell’Istat dimostrerebbero che sono le piccole aziende ad usare i lavoratore precari. Ma non è così. Perché in quei 5.441.349 ci sono anche i “falsi autonomi”, cioè lavoratori ai quali la grande impresa fa aprire una partita Iva pur lavorando in modo continuativo per lei come se fosse un dipendente. Anche questi “falsi autonomi” sono considerati dall’Istat una piccola impresa anche se, appunto, è “falsa”. I 171.123 addetti “indipendenti alle imprese medio grandi” sono, invece, solo (solo) i titolari delle aziende stesse, i consiglieri d’amministrazione o gli amministratori delegati (ovviamente se non dipendenti dell’impresa). Quei numeri dell’Istat, insomma, dimostrano il contrario di ciò che si vorrebbe dimostrare: la precarietà è soprattutto nelle grandi aziende, non nelle piccole.