Fabrizio Massaro, Corriere della Sera 23/12/2011, 23 dicembre 2011
MILANO —
Lo spread: chi era costui? Fino a pochi mesi fa quasi nessuno ne parlava, tantomeno si preoccupava del suo andamento, a parte i tecnici della finanza. Dallo scorso agosto invece quella cifra, che esprime la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, ha cominciato a crescere sempre di più: prima 300 punti, poi 400, fino alla vertigine di 500 punti. Ed è diventato il misuratore della febbre del Paese e forse il parametro più noto della finanza. Non è invece altrettanto nota la «casa» dello spread, il luogo nel quale esso viene deciso: come tutte le cose della finanza, è un luogo virtuale chiamato Mts, ovvero «Mercato dei titoli di Stato», una rete di computer sparsa fra Roma, Milano e Londra — visto che Mts è della Borsa Italiana a sua volta controllata dall’inglese London Stock Exchange — nel quale ogni giorno compratori e venditori del debito pubblico trattano Bot, Btp Ctz e così via.
Al di là delle sofisticazioni della finanza, il mercato dei titoli di Stato funziona né più né meno di un qualsiasi mercato all’ingrosso di frutta e verdura: non vi accedono i piccoli risparmiatori ma solo le grandi banche, i grandi investitori e le banche centrali. In questo particolare mercato ogni giorno vengono scambiati titoli per 60-80 miliardi di euro di controvalore, e in giornate di grande volatilità si arriva anche a 100 miliardi di euro, decisi attraverso computer ad altissima frequenza di calcolo, precisi al centesimo di secondo, che arrivano a «sparare» fino a 22 milioni di proposte di prezzo al giorno, tra domanda e offerta.
È dall’incrocio dei prezzi offerti (per acquistare il bond, in gergo «denaro» o «bid») e richiesti (per vendere il bond, in gergo «lettera» o «ask») che si fissa il rendimento del bond, e da lì lo spread. «Essendo il nostro un mercato regolamentato e vigilato, il prezzo che si forma qui serve da riferimento per la vendita dei titoli di Stato sugli altri mercati del mondo», spiega Ciro Pietroluongo, 51 anni, direttore generale di Mts. Il prezzo servirà alle banche per rivendere i bond alla clientela finale, «esattamente come i mercati generali di frutta e verdura servono a definire il prezzo sul quale il negoziante applicherà il proprio ricarico».
Pietroluongo è la memoria storica di Mts: è nella società dalla fondazione, nel 1988, quando la piattaforma venne creata con un decreto del ministro del Tesoro di allora, Giuliano Amato; ne ha vissuto la privatizzazione nel 1997 e il passaggio sotto un gruppo di 55 banche italiane e internazionali, poi da lì l’acquisto da parte di Borsa Italiana, quindi l’approdo all’interno del Lse.
Cuore del Mts è una piattaforma dedicata espressamente alla formazione del prezzo: a questo banco principale, chiamato Mts Cash, operano una trentina di clienti particolari: sono le più importanti banche del mondo, americane, canadesi, europee, giapponesi. Due le italiane, Unicredit e BancaImi (gruppo Intesa Sanpaolo). Questi intermediari propongono sui terminali, in maniera anonima, ciascuno i propri prezzi «ask» e «bid». Il sistema individua la più alta offerta di acquisto e la più bassa offerta di vendita: dal loro incrocio nasce il prezzo ufficiale del titolo, e di conseguenza lo spread. Non si può però affermare che siano trenta persone a fissare lo spread, visto che a loro volta le banche determinano le loro offerte sulla base delle richieste di migliaia di clienti. A questo banco accedono poi altre 120 banche, per acquistare e vendere, senza però potere incidere sul prezzo. In sostanza, su Mts Cash operano 150 grossisti di Btp, che garantiscono la liquidità dei titoli stessi in ogni momento. Lo scorso 14 dicembre il mercato ha vissuto un passaggio delicato: il cambio del bond di riferimento («benchmark») sul quale costruire lo spread, abbandonando il Btp decennale a settembre 2021 per adottare quello in scadenza a marzo 2022. In quel giorno lo spread Btp-Bund ha vissuto una fiammata oltre i 500 punti: solo un fatto tecnico, legato al fatto che il nuovo bond benchmark era meno in circolazione del precedente. Tanto è vero che poi il dato è rientrato sotto quota 500: ieri ha chiuso a 494 punti base.
A un secondo banco, più ampio, chiamato Bond Vision, accedono invece circa 350 investitori istituzionali, banche, assicurazioni, fondi, e anche le banche centrali. Qui non c’è anonimato: il potenziale acquirente vede le varie offerte e può così individuare 5 potenziali venditori, con i quali può trattare sul prezzo per cercare di strappare uno sconto. Una terza piattaforma, sempre più importante in questo periodo di grande prudenza sulla liquidità, è quella dove si chiudono le operazioni di «pronti contro termine», chiamata Mts Repo. Qui i titoli vengono venduti a breve termine, anche pochi giorni: si guadagna poco sul margine di interesse ma il titolo comunque gira.
Gli uomini di Mts ogni giorno monitorano il sistema affinché l’infrastruttura sia funzionante ed efficiente. Perché passa anche da qui il controllo sul debito italiano: «Non ci potrebbe essere mercato efficiente se non ci fosse un debito ben gestito da parte del Tesoro. Che ha provveduto negli anni a creare un debito liquido, di lunga durata e di grande efficienza», continua Pietroluongo. Che cosa cambierebbe di Mts? «Niente, mi piacerebbe solo vedere lo spread un po’ più ristretto, e che se ne parlasse un po’ meno. Significherebbe che tutto va bene».
Fabrizio Massaro