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 2011  dicembre 22 Giovedì calendario

Siddiqui Aafia

• Karachi (Pakistan) 2 marzo 1972 • «[...] scienziata e forse terrorista: pachistana di formazione occidentale; laureata al Mit, il più prestigioso istituto al mondo per le nuove tecnologie; musulmana praticante; sospettata di legami con al Qaida [...] è stata giudicata colpevole di avere tentato di uccidere militari americani cercando di sottrarsi a un interrogatorio in Afghanistan dov’era detenuta [...] nelle cronache americane come “lady al Qaida” [...] Se l’è “cavata” con una condanna a 60 anni: il verdetto di colpevolezza per tentato omicidio e aggressione a mano armata è stato pronunciato dopo una camera di consiglio durata due giorni. Quando la Corte federale di New York ha emesso la sentenza, la donna ha puntato al cielo l’indice destro e ha detto: “Questo verdetto viene da Israele, non dall’America”. Quella della Siddiqui è una storia dove si mescolano molti, se non tutti, gli ingredienti e le contraddizioni della guerra al terrorismo dei primi dieci anni del XXI Secolo. Madre di tre figli [...] è una pachistana ed è dunque cittadina di un Paese che gli Stati Uniti considerano al loro fianco nel combattere in Afghanistan e dentro i propri confini al Qaida e talebani. Ed è una donna che non ha certo subito tutti i condizionamenti della tradizione islamica e che ha mostrato grosse qualità di ricercatrice e di scienziata, se è riuscita ad accedere al Mit, il Massachusetts Institute for Technology, e poi alla Brandeis University. Ma questo non l’ha messa al riparo dalle tentazioni dell’estremismo integralista, se l’accusa è vera. O dalle prevenzioni anti-islamiche dell’intelligence americana, se l’accusa è falsa. La Siddiqui sarebbe stata fermata in Afghanistan nel 2008 perché trovata in possesso di materiali chimici ed era detenuta a Bagram, la base aerea Usa nei pressi di Kabul, uno dei luoghi che evocano i metodi anti-terrorismo sbrigativi della presidenza Bush e il ricorso alle torture. Ma l’Amministrazione Obama, che quei metodi ha condannato e bandito, non ne misconosce le conseguenze giudiziarie con la sentenza di New York, in un processo dove l’imputata non era accusata di reati di terrorismo. La famiglia Siddiqui sembrerebbe lontana dalle tentazioni dell’integralismo: Aafia è figlia di un medico che s’era formato in Gran Bretagna, ha un fratello architetto a Houston, in Texas e una sorella neurologa con studi ad Harvard e un posto al Mount Sinai Hospital di Baltimora, prima di tornare in Pakistan. Adolescente, aveva raggiunto i fratelli in Texas nel 1990, aveva studiato lì e in Massachusetts, aveva ottenuto premi al Mit (uno per una ricerca sull’impatto sulle donne dell’islamizzazione del Pakistan) e non aveva mai nascosto la sua fede, partecipando a un’associazione di studenti musulmani e scrivendo guide per insegnare l’Islam. Dopo la laurea, sposò, con un matrimonio combinato secondo tradizione e formalizzato via telefono, un anestesista di Karachi: mentre lei si specializzava in neuroscienza e lavorava in una moschea, la coppia viveva a Boston e faceva tre figli. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001, la Siddiqui non voleva più vivere negli Usa: aveva paura che le Autorità le sottraessero i bambini. Ma, prima di lasciare Boston, lei e il marito sono interrogati per avere acquistato per oltre 10mila dollari cannocchiali per la visione notturna e giubbetti anti-proiettile e per avere scaricato da internet manuali militari. I due spiegano gli acquisti con l’organizzazione di trekking in Pakistan. Il ritorno in patria coincide più o meno con il divorzio. Di lì in poi, la vicenda è meno chiara. La Siddiqui “sparì” nel 2003, quando l’Amministrazione Bush, dopo avere rovesciato il regime dei talebani e apparentemente stabilizzato l’Afghanistan, aveva avviato l’invasione dell’Iraq. L’ipotesi più probabile è che Aafia sia stata presa in custodia dalla polizia pachistana e tenuta in una prigione segreta, o in Pakistan o in Afghanistan, anche se le autorità pachistane e americane in quel periodo si contraddicono reciprocamente sul suo “status”. Ufficialmente, la donna ricompare, nel luglio del 2008, a Ghazni: viene arrestata perché in possesso di sostanze chimiche e sospettata di essere una kamikaze. Portata alla base di Bagram, la Siddiqui dice di essere sposata con il nipote di uno dei cervelli degli attacchi dell’11 Settembre. Pochi giorni dopo, mentre è interrogata da soldati Usa e agenti Cia, tenta di fuggire, strappando l’arma a uno dei militari. Ne segue un parapiglia, un colpo viene esploso e c’è pure un ferito: Aafia. Ma l’accusa ha sostenuto, sulla base delle testimonianza degli astanti, che – altrimenti – rischiavano di essere a loro volta incriminati, che nella zuffa la donna avrebbe tentato di premere il grilletto e che militari e agenti avrebbero agito solo per legittima difesa. La difesa afferma, invece, che la Siddiqui voleva solo lasciare la stanza dov’era interrogata, senza attaccare soldati e agenti. E ricorda che l’imputata, durante la detenzione in una prigione segreta Cia, ha subito torture e violenze. Ma l’accusa prevale: la scienziata e la mamma della porta accanto nella liberal Boston resterà in carcere 60 anni, una vita» (Giampiero Gramaglia, “il Fatto Quotidiano” 7/2/2010) • Vedi anche Elena Dusi, “la Repubblica” 6/8/2008.