Luigi Guiso, Il Sole 24 Ore 21/12/2011, 21 dicembre 2011
LIBERALIZZARE NON È UNO SLOGAN
In risposta al mio articolo di sabato scorso ho ricevuto numerosi messaggi. Molti da liberi professionisti, farmacisti, notai. Ma anche da dipendenti di studi notarili, trasportatori in proprio che già esercitano questo mestiere e altri che vorrebbero entrare in quel mercato. Diversi hanno sollevato dubbi e contrarietà sulle liberalizzazioni di cui potrebbe essere destinatario il loro settore. Alcuni aprono a una rivisitazione dell’attuale organizzazione. Molti si preoccupano allarmati per le conseguenze su se stessi o obbiettano che non capiscono di che liberalizzazione si parli. Altri dicono che le limitazioni oggi esistenti – per esempio al numero di notai – sono giustificate in quanto è un modo di tutelare gli utenti: i contraenti nel caso di un atto notarile, i viaggiatori nel caso di un taxi.
Ho ricevuto anche messaggi di supporto a un programma di liberalizzazioni da parte di lavoratori dipendenti o generici cittadini. Le lettere pubblicate oggi sono un piccolo campione di opinioni e sentimenti che animano questo importantissimo dibattito. Servono anche per dare voce a persone che si sentono escluse dalla discussione e temono che i loro problemi vengano ignorati o che le conseguenze della liberalizzazione, nel caso vada in porto, possano essere travolgenti. Non deve sorprendere: liberalizzare un settore a lungo regolamentato comporta dei costi per le persone che sopportano la transizione al nuovo regime. È proprio come riformare un sistema pensionistico quando non regge più al calo demografico o al calo della produttività.
Ma il punto importante che manca nelle tante lettere che ho ricevuto è una buona comprensione del perché bisogna liberalizzare, che cosa significhi e come debba esser fatto. Chiarisco che cosa intendo per liberalizzare: eliminare barriere derivanti da norme di legge all’ingresso in un settore per consentire a chi ha le abilità richieste (appurate, se necessario, secondo qualche criterio) di esercitare un determinato mestiere. Quindi: libertà di ingresso non di chiunque si sveglia la mattina e, poniamo, vuole fare il notaio o l’avvocato o il tassista. Ma libertà di chi ha le caratteristiche per fare il farmacista, il tassista o il notaio di svegliarsi un mattino e poter iniziare quella attività perché così ha deciso: senza che nessuno possa reclamare che ci sono solo x posti e non ne è rimasto alcuno. Lasciamo al mercato stabilire quale è la capienza.
Perché vogliamo che prevalga questo meccanismo? Tento un esempio. Io scrivo sul Sole 24 Ore come economista. La mia posizione potrebbe trarre notevole vantaggio se potessi consorziarmi con altri editorialisti e, grazie a una sponsorship politica, riuscissi a convincere un gruppo di parlamentari a far approvare una norma con cui disporre che per fare l’editorialista economico, oltre a essere economisti, occorre un patentino. Ovviamente a quelli che già scrivono editoriali il patentino verrebbe garantito in virtù, diciamo, della esperienza maturata. Il passo successivo è stabilire che di patentini al massimo se ne concedono "enne" (un numero piccolo) e che la concessione è demandata a una commissione mista di editorialisti economisti e un paio di professori universitari.
Questo gruppetto di insiders – persone dotate di patentino – beneficiano in due modi: a) perché tutti i giornali dovranno passare da loro, il che aumenta il loro potere contrattuale e quindi il compenso per i "pezzi" che scrivono; b) poiché di slots ce ne sono solo "enne", chi vuole fare quel mestiere può farlo solo ottenendo uno dei patentini esistenti. Il patentino, ottenuto gratis, acquista valore e può essere rivenduto dal suo detentore. Si è creata una rendita a favore dei detentori del patentino. Ma anche una rendita politica perché, in cambio del voto, quegli stessi parlamentari che hanno proposto la norma si offriranno di difenderla. Finché vige quella legge i giornali devono attingere dal pool e non possono giovarsi dei servizi di un nuovo brillantissimo editorialista economista perché privo di patentino. Il maggior costo va in parte a detrimento dei profitti del giornale, in parte viene traslato sui consumatori come maggior prezzo del giornale. I lettori devono per forza leggere i commenti di questi editorialisti e pescare solo da quel menu. All’inizio forse non è male, ma alla lunga la qualità ne risente: perché sforzarsi a immaginare cose nuove se comunque non si può essere scalzati? Si sentirà pure dire, a giustificazione, del nuovo assetto, che tutto è fatto nell’interesse del lettore: la selezione severa, la garanzia della qualità nel concedere il patentino, testimoniata dal fatto che chi lo possiede dopotutto è docente della Bocconi, professore a Chicago eccetera. E alla lunga magari chi ha il patentino finisce pure per credere che sia giusto.
Spesso si è liberalizzatori quando si è fuori – come oggi chi fa Ncc (Noleggio con conducente) e non è tassista – salvo diventare protezionisti una volta dentro. Rafael Di Tella, economista di Harvard, documenta che un gruppo di occupanti abusivi nella periferia di Buenos Aires da duri oppositori diventano strenui difensori della proprietà privata e del mercato dopo che il governo concede loro la proprietà di pezzi di terra. In altre parole: gli interessi creano anche la cultura. Una volta in essere è difficile smantellarli e smantellarla. Se diversi economisti editorialisti – tornando all’esempio – comprano il patentino dai loro detentori, magari indebitandosi per farlo o ottenendolo in eredità dai loro genitori, avranno un fortissimo interesse a opporsi alla liberalizzazione perché il valore del loro investimento (o regalo) potrebbe seriamente risentirne.
Oggi per molti professionisti questa è la situazione. Credo che occorra tenerne conto, liberalizzando non guidati dall’ideologia, ma dal pragmatismo. Magari adottando meccanismi di compensazione come quelli indicati da Michele Polo su lavoce.info. Tenendo però fermo l’obiettivo di stabilire un nuovo regime in cui chi ha i numeri e la voglia di fare un qualunque mestiere non possa essere ostacolato da una legge pensata per garantire una rendita a pochi.