Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 21 Mercoledì calendario

DAL 150° ALLA CRISI, L’ANNO DI «RE GIORGIO»

Non è chiaro se abbia gradito oppure no l’appellativo di «re Giorgio» attribuitogli dal «New York Times», che lo ha definito «un garante chiave della stabilità politica in tempi instabili». Alla monarchia preferisce di gran lunga la Repubblica. Battute a parte, non vi è dubbio che il 2011 si chiude sotto il segno di Giorgio Napolitano. E non solo perché ha pilotato dal Quirinale un passaggio politico, che in tempi "normali" sarebbe stato impensabile. Fuori da tentazioni vuotamente retoriche, ha colto le chance offerte dalle celebrazioni del 150mo anniversario dell’unità per spingere sul tasto della coesione nazionale. E gli indici di popolarità che ha raggiunto sembrano proprio dargli ragione. Lo sostiene apertamente in ogni occasione: il paese da questo evento «è uscito più sicuro della sua identità, riconciliato con la propria storia più di quanto potesse prevedersi». E il leit motiv del 2011, che Napolitano ribadirà anche nel prossimo messaggio agli italiani: in un anno tra i più critici del nostro recente passato, che ha visto l’economia e il nostro debito vacillare sull’orlo del precipizio, è certamente motivo di consolazione constatare che le ragioni che ci tengono uniti sono di gran lunga superiori a quelle che ci separano. Alla Lega ha già detto chiaramente che la «Padania non esiste», è un’astrazione geografica, e ora parla senza mezzi termini di «artificiosità e vanità della predicazione secessionista».
La svolta, in realtà, era all’orizzonte già nella scorsa estate, quando è parso chiaro che ben due manovre correttive, in una crisi certo prima di tutto dell’Eurozona, non erano bastate ai mercati per invertire il giudizio negativo sul nostro paese. Un anno fa, in quel fatidico 14 dicembre quando si decise il destino della legislatura, era parso lanciare una ciambella di salvataggio al governo Berlusconi, imponendo il voto di fiducia dopo lo strappo con i finiani all’indomani dell’approvazione definitiva della legge di stabilità. Tre settimane preziose per il Cavaliere, che gli consentirono di reclutare quel drappello di deputati cui di fatto è stata legata la sopravvivenza del governo fino all’esplodere della crisi finanziaria. Ma in politica i tempi vanno ponderati con attenzione.
Quel che è certo è che Napolitano, dalla scorsa estate ha pilotato dal Quirinale tutti i passaggi che hanno condotto alla nascita del nuovo governo. Il crescendo degli eventi ha richiesto una regia accorta, soprattutto quando è emerso in modo eclatante e clamoroso che la svolta politica in Italia era chiesta a gran voce, oltre che dai mercati dai principali partner europei, sotto la preoccupata "vigilanza" di Barack Obama. Nel vuoto politico creato dalla crisi del governo Berlusconi, proprio al Quirinale si è rivolto il presidente degli Stati Uniti per ottenere rassicurazioni, dopo il tonfo dei titoli italiani in quel drammatico mercoledì 9 novembre. Contatti continui anche con Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, e i vertici delle istituzioni europee. La crisi del debito italiano, con lo spread tra BTp e Bund al livello di 575 punti base e il rendimento del Btp decennale a quota 7,25%, ha imposto la svolta. Pur in un contesto di evidente crisi dell’intera eurozona, l’Italia pagava il prezzo delle mancate riforme. La «sostenibilità anche internazionale» di tale stato di cose era giunta - come ha osservato chiaramente ieri - «a un punto limite».
Osservata a distanza di oltre un mese, la sequenza degli eventi in quelle giornate drammatiche chiarisce ora con maggiore precisione il contesto in cui è maturata la decisione del Capo dello Stato. Di fatto già nel comunicato emesso nella stessa serata del 9 novembre, si delineavano i passaggi successivi: le dimissioni di Berlusconi vi sarebbero state un minuto dopo l’approvazione definitiva della legge di stabilità. Poi consultazioni immediate con due soli possibili scenari: nuovo governo oppure elezioni. Il percorso era già in sostanza delineato, ma l’esito tutt’altro che scontato. La nomina di Mario Monti a senatore a vita era la preinvestitura. L’incarico la scelta conseguente. A Napolitano non piace la dizione «governo dei tecnici». Certamente è un governo «del presidente».