Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 22 Giovedì calendario

Notizie tratte da: Pietro Ichino, Inchiesta sul lavoro. Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma, Mondadori 2011, pp

Notizie tratte da: Pietro Ichino, Inchiesta sul lavoro. Perché non dobbiamo avere paura di una grande riforma, Mondadori 2011, pp. 248, 18 euro.

Immaginario Il libro, scritto sotto forma di colloquio con un interlocutore-ispettore immaginario. Uniche cose fittizie: denuncia nei confronti dell’autore, Pietro Ichino, e conseguente inchiesta sul suo operato negli ultimi tre anni, da quando è stato eletto al Senato con il Partito democratico.

Tessera Nel novembre 2010, a Ferrara, sei dirigenti della Cgil iscritti al Pd hanno restituito la tessera al segretario della federazione per protestare contro il fatto che la provincia e le Camere di commercio avessero affidato a Pietro Ichino la relazione introduttiva a un convegno sul mercato del lavoro.

Elezioni Ichino è stato eletto nel 1979, appena trentenne, al Parlamento nelle liste del Partito comunista; rieletto nel 1983.

Violenza «(…) le minacce di aggressione e i tentativi di intimidazione, che pure ci sono stati e che pure si ammantano di motivazioni politiche di sinistra. Questi preannunci di violenza, nella loro rozzezza inaudita, hanno semmai giovato alla mia battaglia, rendendo più evidente che non la conduco per interesse personale: il grave sacrificio della libertà che essi impongono a me e alla mia famiglia vale, se non come garanzia, almeno come indizio della mia buona fede» (Pietro Ichino).

Intelligenza Tu sai, esattamente, cosa mi contestano? (Ichino). «Per quel che ho capito, l’imputazione essenzialmente è questa: intelligenza col nemico» (interlocutore fittizio). Intelligenza con nemico? Quale nemico? «La destra, il patronato, non lo so con precisione. Dicono che saresti stato tu l’eminenza grigia che ha dettato la linea a Sacconi e a Brunetta, poi avresti preparato la strada a Marchionne. Ora i big prevedono che nelle interviste e nei talk show dei prossimi giorni si parli anche di questa cosa e mi chiedono di preparare le schede per rispondere».

Ministro Nel 2008 Ichino riceve una telefonata da Berlusconi, che gli chiede di diventare ministro del Lavoro: «C’erano state da pochi giorni le elezioni politiche del 2008 e imperversava già il totoministri del nuovo governo Berlusconi. La mattina del 23 aprile mi telefona Gianni Letta e mi dice: “Professore, la chiamo per preannunciarle che la chiamerà il presidente Berlusconi”. Mi dice proprio così, forse si riferiva alla presidenza del Milan, perché in quel momento il Cavaliere di cariche politiche non ne aveva ancora ripresa nessuna. Gli chiedo: “Per dirmi cosa?”. E lui: “Le anticipo che intende proporle di fare il ministro del Lavoro. Non mi risponda niente, né sì né no. La sua risposta la darà a lui. Ci pensi, perché è una proposta molto seria. Le va bene sentirvi intorno alle due?”. Alle due il braccio destro mi richiama e mi passa Berlusconi. “Buongiorno, professore. Io la seguo, sa? Condivido tutto quel che scrive sul Corriere. Per questo le propongo di fare il ministro del Lavoro nel mio governo”. Gli rispondo: “Presidente, non basta che lei sia d’accordo con le mie proposte di politica del lavoro; occorrerebbe anche che io fossi d’accordo con lei su tutto il resto, a cominciare dal fisco e dalla giustizia”. Qui lui mi colpisce, perché non replica all’obiezione. O meglio, replica a modo suo: “Lei non mi conosce; ma guardi che sono molto simpatico”. Come dire: più importante delle idee, dei programmi, dell’intesa sulle cose da fare è l’intesa personale; se c’è quella, su tutto il resto poi ci si accorderà».

Costituente Berlusconi: «Questa non sarà una legislatura come tutte le altre: sarà una legislatura costituente. Dobbiamo cambiare l’Italia».

Rifiuto Ichino rifiuta di diventare ministro del Lavoro.

Remare «Dopo venticinque anni in cui mi era toccato remare faticosamente controcorrente, considerato come un eretico, o quanto meno un eccentrico, sia nel partito sia nel sindacato. Però mi devo accorgere subito che una cosa è Veltroni, altra cosa è l’establishment del partito» (Pietro Ichino).

Vincolo «L’appartenenza a un grande partito moderno qual è il Pd non può comportare un vincolo di uniformità di pensiero: nello stesso partito devono poter convivere e confrontarsi idee diverse, anche su temi sui quali il partito medesimo abbia assunto una posizione ufficiale. Questo accadeva persino nell’ultimo ventennio del Pci; figuriamoci se non può accadere oggi, anche e soprattutto nel Partito democratico. Quello che conta è che una effettiva coesione interna del partito ne garantisca l’unità nel momento in cui si esprime il voto nelle assemblee elettive; ma questa unità non è indebolita – anzi, semmai è esaltata – dal fatto che essa sappia manifestarsi senza alcuna compressione della libertà di pensiero, ed eventualmente di dissenso, di tutti gli iscritti e in particolare di tutti i militanti».

Patto Patto che si legge sull’homepage del sito di Ichino dal 2008: «Ora ho accettato il mandato parlamentare assumendo due impegni: verso il partito che ho contribuito a fondare, la massima lealtà nel voto; verso i miei lettori ed elettori, continuare a dire, scrivere e proporre in modo chiaro e diretto tutto quello che penso».

Consenso Il politico non può prescindere dal consenso immediato; l’intellettuale deve saper guardare lontano e deve dire fino in fondo le sue convinzioni, senza preoccuparsi di essere impopolare nell’immediato. Ichino: «La buona politica non può accontentarsi del consenso immediato così come lo trova, deve saperlo orientare su scelte che reggano anche sulla distanza; deve creare un ponte tra il consenso dell’oggi e quello di domani. Per questo, alla politica è indispensabile anche l’intellettuale che fa bene il suo mestiere e che sa guardare lontano».

Valore Per dare valore al lavoro, manifesto del 14 marzo 2008, scritto da Ichino su incarico di Walter Veltroni. Delinea il programma di politica del lavoro del nuovo Partito democratico. Tra i firmatari: Pierpaolo Baretta, Cesare Damiano, Sergio D’Antoni, Alessia Mosca, Adriano Musi, Paolo Nerozzi, Achille Passoni e Tiziano Treu.

Scatto «La mia idea è che la buona politica è fatta anche di questo: di tempestività delle iniziative, qualche volta proprio della capacità di uno scatto bruciante, che è possibile soltanto saltando la cena e facendo le ore piccole» (Pietro Ichino).

Idee Alcune idee contenute nel manifesto del Pd: detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminili, concretizzatasi nel disegno di legge n. 2102/2010; flexsecurity per la riforma del diritto e del mercato del lavoro, base per i disegni di legge n. 1481/2009 e n. 1873/2009; necessità di aprire il sistema delle relazioni industriali agli investimenti stranieri, anche attraverso il potenziamento della contrattazione collettiva aziendale, base per il disegno di legge n. 1872/2009; concetti di trasparenza totale, valutazione indipendente e benchmarking, base per il disegno di legge n. 746/2008 per la riforma delle amministrazioni pubbliche.

Condiviso Fino all’Assemblea nazionale programmatica del 22 maggio 2010, il manifesto del 2008 era l’unico punto di riferimento condiviso. Le posizioni sono state poi superate nel corso dell’Assemblea del Pd.

Pilastri Pilastri mancanti nel progetto di riforma del 2008 di Brunetta sull’impiego pubblico: trasparenza totale, valutazione indipendente, benchmarking (misurazione e confronto) tra le amministrazioni in modo da costringere quelle più arretrate ad allinearsi a quelle più virtuose, responsabilizzazione rigorosa del management in relazione agli obiettivi.

Trasparenza Modello per la trasparenza totale: full disclosure del Freedom of Information Act britannico e di quello statunitense. Qualsiasi documento o informazione inerente all’attività di un’amministrazione pubblica deve essere immediatamente accessibile a chiunque, online o su carta.

Indipendente Modello per la valutazione indipendente: audit commissions britanniche e dei paesi scandinavi. Misurano costantemente la performance di ogni amministrazione o servizio, pubblicandone gli indici e consentendo il confronto. Con ogni dirigente, all’atto del conferimento dell’incarico, viene concordata una serie di obiettivi, in relazione al quale il dirigente stesso verrà poi valutato.

Smart Obiettivi SMART, in Gran Bretagna, Specific, Measurable, Achievable, Repeatable e Timely.

Cittadinanza Civic audit, altro pilastro del progetto di riforma dell’impiego pubblico di Ichino. Possibilità che alla valutazione operata dagli organi indipendenti pubblici si sovrapponga la valutazione della cittadinanza, soprattutto associazioni dei cittadini e degli utenti, stampa specializzata, ricercatori universitari.

Musicale L’ultimo concorso a cattedre nel settore dell’istruzione musicale è stato nel 1990. Le cattedre disponibili sono state assegnate per metà ai vincitori, le altri per «sanatoria» a persone che insegnavano già da tempo. Le liste dei vincitori vennero poi integrate con liste di «idonei». Tutti i posti disponibili nel corso del tempo sono stati assegnati o per trasferimento o sulla base della lista di idonei, sempre più stagionati.

Matita blu «Il senatore Ichino è… un professore di narcisismo. Il mondo gli piace solo se gira intorno a lui. Quando questo non avviene, cioè abbastanza spesso, si innervosisce e prende carta e penna. In tali circostanze, ossessionato com’è dalla forma, gli capita di perdere di vista la sostanza. Per un politico, anche se alle prime esperienze, si tratta di un errore da matita blu» (Brunetta al Corriere della Sera, 20/6/2009).

Civit/1 Antonio Martone, magistrato di Cassazione, scelto da Brunetta nel giugno 2009 come presidente della Civit (Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche). L’anno dopo, il ministro stipula una consulenza da 40 mila euro annui con il figlio di Martone, Michael. Oggetto della consulenza: i problemi giuridici della digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche di paesi terzi. All’interrogazione di Ichino sulla faccenda, Brunetta risponde negando ogni clientelismo.

Civit/2 Nel novembre 2010 sul sito della Civit: informazione secondo cui la Commissione ha conferito un incarico di consulenza ad Augusto Pistolesi. Oggetto: indeterminato; compenso: 50 mila euro per il periodo da luglio a dicembre. Di Pistolesi si sa solo che è stato compagno di scuola di Gianfranco Rotondi, ministro per l’Attuazione del programma di governo, e che è citato tra i suoi «consulenti».

Saluto Alla denuncia di Ichino sulla questione consulenze, Brunetta gli toglie il saluto, «come se la mia denuncia fosse stata una scorrettezza nei suoi confronti. E come se il peculato che avevo denunciato fosse cosa sua. Ma non si sente neppure una sola voce critica nell’intero schieramento di maggioranza» (Ichino).

Professore Pietro Micheli, uno dei cinque membri della Civit, si dimette. Era un professore nell’università inglese di Cranfield e lavorava per le audit commissions indipendenti britanniche. Torna in Italia a fine 2009. Dalla lettera aperta di Micheli a Brunetta: «Avevo lasciato il mio lavoro in Gran Bretagna come professore universitario e consulente per dare il mio contributo a quella che nel 2009 si profilava come un’ambiziosa e storica riforma della Pubblica amministrazione. Ebbene, dopo un anno, non credo vi siano più i presupposti per continuare. […] Quanto all’indipendenza della Civit, come può esserci indipendenza quando il governo si riserva ogni potere di determinare nomine, compensi e ambiti di operatività della commissione stessa, e per di più opera quotidianamente trattando la Civit come parte del proprio staff?».

Dimissioni Dopo Micheli si dimette anche un altro membro della Civit, Luisa Torchia.

Intesa Intesa firmata da Brunetta con Cisl, Uil e Ugl: «In sostanza, si garantisce che a nessuno, per quanto inefficiente, verrà tolto un solo euro del “salario accessorio” percepito nel 2010. E il compito della valutazione delle performance di ciascun ufficio o comparto, che la legge n. 15/2009 attribuisce agli organismi indipendenti di valutazione, viene ora assegnato a comitati composti pariteticamente dai rappresentanti dei sindacati firmatari a da dirigenti degli uffici stessi. […] La garanzia per ciascun dipendente di irriducibilità del salario accessorio percepito nel 2010 azzera anche ogni residua possibilità di differenziazione dei trattamenti in relazione al merito» (Ichino).

Occhio «La buona politica non può puntare soltanto al consenso immediato: altrimenti si snatura in demagogia. Deve essere l’occhio che consente all’opinione pubblica di allargare il proprio orizzonte. Su di una questione difficile e cruciale come quella dell’efficienza delle amministrazioni pubbliche, limitarci a fare l’opposizione al ministro Brunetta per le sue trovate mediatiche effimere, per le sue sparate offensive e indiscriminate, per i suoi difetti di competenza specifica sarebbe stato forse più redditizio sul piano del consenso immediato nel noccio duro del nostro elettorato tradizionale: i tre milioni e mezzo di impiegati pubblici. Ma avrebbe significato rinviare alle calende greche il recupero del dialogo con quella larga maggioranza dell’opinione pubblica che considera l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche come uno dei problemi principali del paese. So anch’io che conquistare la fiducia di quella larga maggioranza non è cosa possibile nel giro di poco tempo: occorre sapersi accreditare presso di essa con un’opera paziente di elaborazione e discussione, con una strategia di lungo periodo. Occorre sporcarsi le mani nel dialogo con la maggioranza su di una riforma che probabilmente è impossibile fare senza un impegno bipartisan duraturo. È proprio in quest’opera che si costruisce, anche all’opposizione, la credibilità di un partito come protagonista del processo riformatore» (Ichino).

Articolo 18 Sul tema della riforma del lavoro, articolo 18, a Ichino viene rivolta l’accusa di aver proposto un progetto che scontentava sia i sindacati, sia Confindustria.

Studenti Studenti a Ichino: «Ci insegnate un diritto del lavoro che non ci riguarda, non è quello che si applica quando troviamo un lavoro».

Scomparsa Problema tutto italiano: scomparsa del diritto del lavoro per le nuove generazioni. «Ci sono interi settori, come l’editoria, le case di cura, l’edilizia (per non parlare dell’università), nei quali ormai le assunzioni con rapporto di lavoro regolare sono rare eccezioni: le altre sono tutte in forma di collaborazione autonoma, col rapporto di “lavoro a progetto” se va bene, altrimenti con l’apertura della partita Iva, come se fossero tutti liberi professionisti, o in altre forme spurie. Anche negli altri settori, dove questo non accade in modo così sistematico, l’impresa di fatto può decidere se assumere il nuovo dipendente in modo regolare o come “collaboratore autonomo”: questo ormai fa parte della nostra cultura diffusa, è comunemente accettato anche dalle persone perbene».

Standard In questo modo viene meno la funzione essenziale del diritto del lavoro: garantire a tutti i lavoratori dipendenti uno standard minimo di trattamento.

Serie Lavoratori di serie A, B, C e D: «(In una grande impresa informatica italiana) la serie A è costituita da un migliaio di lavoratori subordinati regolari stabili: amministrativi, tecnici, informatici, con le loro 14 mensilità di retribuzione, il loro premio di produzione, la previdenza complementare, la mensa, il posto per l’auto nel parcheggio o il pullman aziendale per andare e tornare dall’azienda ai principali snodi cittadini. Poi ci sono duecento lavoratori di serie B: i cosiddetti parasubordinati; fino al 2003 erano i co.co.co., i collaboratori coordinati e continuativi, poi è arrivata la legge Biagi a chiamarli “lavoratori a progetto” ponendo limiti drastici all’assunzione in questa forma nel settore privato: fanno esattamente lo stesso lavoro di quelli di serie A, ma per lo più con una retribuzione nettamente inferiore e non garantita in caso di malattia, niente permessi retribuiti, niente trattamento di fine rapporto, contributi previdenziali più bassi, niente posto per l’auto né pullman aziendale. […] Nonostante tutte questa disparità di trattamento rispetto alla serie A, i “lavoratori a progetto” sono pur sempre dei privilegiati rispetto alle serie inferiori: sono pur sempre considerati come “parasubordinati”, sostanzialmente parte della “struttura”. Un gradino più sotto c’è la serie C: gli altri duecento collaboratori continuativi autonomi ai quali viene imposta l’apertura della partita Iva. Questi devono fingere di essere liberi professionisti o piccoli imprenditori, pagando le maggiori imposte come tali, pagandosi il commercialista che tiene la contabilità delle fatture emesse e dell’Iva, curando tutti gli adempimenti, avendo a proprio carico la maggior parte dei contributi previdenziali. La serie C si suddivide in C1, dove stanno le partite Iva dotate di scrivania, e C2, dove stanno quelli che devono andare raminghi per l’azienda a mendicare un posto dove lavorare. […] Infine c’è la serie D: gli stagisti. Questi vengono attirati con la prospettiva di un futuro ingaggio, lavorano gratis o con un “rimborso-spese” di poche centinaia di euro al mese e quando finisce lo stage nella maggior parte dei casi vengono lasciati a casa senza neppure un “grazie”, essendoci sempre numerosi altri laureandi o neolaureati disponibili a sostituirli» (Ichino).

Buoni «In quella legge [la Biagi, ndr] i “buoni lavoro” erano soltanto una forma semplificata di pagamento della retribuzione per alcune forme di lavoro occasionale […]. Solo con alcune leggi successive il “buono lavoro” è diventato l’elemento di identificazione di un nuovo tipo legale di lavoro subordinato, che soprattutto in agricoltura sta soppiantando il lavoro subordinato ordinario. Il job sharing, o “lavoro gemellato”, inventato negli Usa negli anni Settanta per consentire la libera sostituzione reciproca fra due partners (qui il precariato non c’entra proprio), non lo ha introdotto in Italia la legge Biagi: già una circolare del ministro del Lavoro Treu del 1998 lo aveva riconosciuto come compatibile con il nostro ordinamento e la legge del 2003 non ha fatto altro che ricalcare il contenuto di quella circolare; […]. Quanto allo staff leasing, neppure questa è una forma di lavoro precario: si tratta di una forma di organizzazione del lavoro caratterizzata da un rapporto stabile tra il lavoratore e l’agenzia che lo fornisce all’impresa utilizzatrice, con applicazione dell’articolo 18 e – secondo la disciplina dettata dalla legge Biagi – addirittura con divieto del licenziamento collettivo» (Ichino).

Bersaglio «Additando la legge Biagi come la causa prima della diffusione del precariato la sinistra italiana ha sbagliato clamorosamente il bersaglio» (Ichino).

Decentramento Fenomeno del «decentramento produttivo», esternalizzazione di segmenti del processo produttivo da parte delle imprese di maggiori dimensioni, come forma di elusione della parte dello Statuto dei lavoratori relativa ai licenziamenti e ai diritti sindacali in azienda.

Protezione Nel 2009, della protezione offerta dall’articolo 18 hanno goduto 3,5 milioni di impiegati pubblici e circa 6 milioni di lavoratori a tempo indeterminato di aziende private con più di 15 dipendenti (dati Istat), per un totale di circa 9,5 milioni di lavoratori, meno di metà dei lavoratori in posizione di sostanziale dipendenza dall’azienda.

Imprese Numero di imprese di dimensioni inferiori o pari a 15 dipendenti nel 2009: 4.356.236; quelle di dimensioni superiori: 114.512; lavoratori subordinati addetti alle piccole: 4.108.086; alle altre: 7.790.429; lavoratori qualificati come indipendenti «addetti» alle piccole: 5.441.349; quelli alle medio-grandi: 171.123 (dati Istat).

Anomalia «Nel Piano nazionale delle riforme (Pnr) presentato alla Commissione (europea, ndr) nell’aprile 2011, il governo italiano ha sostenuto che il dualismo fra protetti e non protetti nel nostro tessuto produttivo non sarebbe un problema, perché la percentuale del 13 per cento dei contratti a termine in Italia è in linea con la media dell’Unione. Ma a quel 13 per cento va aggiunta una percentuale all’incirca doppia di evasione o elusione del diritto del lavoro: qui sta l’anomalia del mercato del lavoro italiano» (Ichino).

Problema Risposta della Commissione europea al governo il 7 giugno 2011: «[…] Il vero problema non riguarda tanto i lavoratori dipendenti con contratti a tempo determinato, che rappresentano una percentuale dell’occupazione totale prossima alla media Ue (13%): non sono questi a essere scarsamente protetti, bensì piuttosto i lavoratori registrati ufficialmente come autonomi, ma in realtà in una relazione di lavoro subordinato come tutti gli altri (i cosiddetti parasubordinati o collaboratori). Le loro possibilità di essere riconosciuti come dipendenti o di diventare veri lavoratori autonomi sono molto inferiori alle possibilità dei lavoratori con contratti a tempo determinato di ottenere un contratto permanente».

Reddito Dall’Inpgi, istituto di previdenza dei giornalisti: tra gli iscritti di età fino a 40 anni quelli assunti in forma di lavoro subordinato regolare hanno un reddito medio annuo di 32.423 euro; i collaboratori autonomi continuativi di 7.253 euro; i liberi professionisti a «partita Iva» 6.523 euro.

Denuncia Il 14 settembre 2011, Pietro Ichino, Emma Bonino, ex commissario europeo, Benedetto Della Vedova, firmatario con Enzo Raisi alla Camera della legge n. 4277/2011, Antonio Funiciello, direttore di Libertà Eguale, Giulia Innocenzi, responsabile del movimento Avaaz per l’Italia, Nicola Rossi, esponente di Italia Futura, ed Eleonora Voltolina, fondatrice del sito La Repubblica degli Stagisti, hanno presentato una denuncia alla Commissione europea. Motivo: il regime italiano di apartheid fra protetti e non protetti è incompatibile con il diritto europeo. Obiettivo: la Commissione apra una procedura di infrazione, all’esito della quale l’Italia sia costretta a riscrivere il proprio diritto del lavoro.

Ricattabile Domanda dell’interlocutore: «Senza l’articolo 18 ogni lavoratore diventa ricattabile, quindi disposto a rinunciare agli altri suoi diritti, in materia di igiene e sicurezza antinfortunistica, di retribuzione, di malattia, di orario, di mansioni, di inquadramento». Risposta di Ichino: «Se fosse come dici, non esisterebbe un diritto del lavoro degno di questo nome in nessuno dei paesi europei al di fuori dell’Italia, perché in nessun altro c’è una norma analoga, che impone automaticamente la reintegrazione in qualsiasi caso di licenziamento ritenuto dal giudice ingiustificato, anche ad anni di distanza. Per il licenziamento ritenuto dal giudice non adeguatamente giustificato, poi, negli altri paesi la legge prevede sempre un limite massimo al risarcimento dovuto all’imprenditore […]. Vogliamo sostenere che in Francia, in Gran Bretagna, in Olanda o nei paesi scandinavi l’ordinamento consente che vengano calpestati i diritti, la libertà e la dignità dei lavoratori?».

Discriminatorio Germania: nel caso in cui il giudice ritenga illegittimo il licenziamento può disporre la reintegrazione del lavoratore o il risarcimento del danno (18 mensilità al massimo). Statistiche: solo in un caso su venti il giudice dispone la reintegrazione (in pratica solo in caso di motivo discriminatorio).

Danni «Non possiamo più continuare a infarcire il nostro diritto del lavoro di norme che fanno danni in novantanove casi, per impedire il comportamento scorretto del datore di lavoro in un centesimo caso, soprattutto quando quel comportamento marginale scorretto può essere impedito utilizzando una tecnica normativa diversa, che non produce gli stessi effetti indesiderati» (Ichino).

Disparità «C’è una profonda disparità di trattamento, di fronte a questo rischio, fra i “regolari” e gli altri. Anche i regolari, comunque, sarebbero protetti molto meglio da un ordinamento più moderno e meno rozzo di quello che oggi si applica ai loro rapporti di lavoro» (Ichino).

Stabilizzazione «Mentre nei primi anni Settanta il caso tipico era quello in cui nel giro di poche settimane il neoassunto acquisiva le capacità necessarie per svolgere il suo lavoro, e l’impresa era in grado di valutarne le capacità, oggi è per lo più necessario un apprendimento continuo e le attitudini del lavoratore, la sua capacità di adattarsi agli shock tecnologici richiedono sovente molti mesi per essere valutate. Mentre nei primi anni Settanta il modello dominante era quello del rapporto di lavoro che durava per una vita, oggi quel modello è tramontato: l’azienda deve poter modificare rapidamente organizzazione, strumentazione, competenze e dimensioni, anche più volte nell’arco di un quinquennio. Allora, se il rapporto di lavoro standard prevede che dopo un mese di prova il lavoratore diventa quasi inamovibile, è naturale che le imprese facciano di tutto per evitare di assumere i lavoratori con un rapporto di lavoro standard. Così, alla stabilizzazione arriva soltanto la metà dei nuovi assunti valutata come la migliore, dopo qualche anno di sostanziale prova per mezzo di contratti a termine o di collaborazioni autonome. L’altra metà non ci arriva. E più si allunga la permanenza di una persona nella fascia dei lavori di serie B o C, più questo diventa uno stigma negativo che pregiudica il suo accesso al rapporto di lavoro standard» (Ichino).

Scandinavi Nei paesi scandinavi sono meglio protetti gli interessi dei lavoratori. La loro sicurezza può essere garantita con politiche di sostegno e assistenza intensiva alle famiglie e ai lavoratori nella fase di passaggio da un’occupazione a un’altra.

Depotenziare «All’inizio dell’iter parlamentare del Collegato Lavoro (nel 2010, ndr) il governo aveva tentato di depotenziare drasticamente l’articolo 18 dello Statuto consentendo l’arbitrato in materia di licenziamenti, ma ha dovuto rinunciare, dopo il rinvio alle Camere da parte del presidente della Repubblica. […] È un’altra manifestazione evidente dei complessi da cui è afflitto il centrodestra sulla questione dell’articolo 18: brama di eliminarlo ma non ha il coraggio di affrontare la questione di petto, con un progetto organico che investa anche tutto l’arco delle materie connesse, a incominciare dai trattamenti di disoccupazione. Non essendo capace di affrontare la questione in modo esplicito e diretto, il centrodestra la affronta in modo obliquo, tentando di svuotare la norma senza nominarla. Ma fallisce anche questo obiettivo» (Ichino).

Bce «La crisi finanziaria costringe l’Italia – per salvarsi – a prendere seriamente in considerazione le indicazioni di rotta della Banca centrale europea, che diventerà probabilmente, fra breve, il suo creditore principale; la quale ci chiede, insieme ad alcune altre cose, meno rigidità nelle norme sui licenziamenti nei contratti a tempo indeterminato, superamento del modello attuale imperniato sull’estrema flessibilità dei giovani e precari e sulla totale protezione degli altri» (Ichino).

Lucca Il 25 e 26 marzo 2011 si è svolto a Lucca un convegno di economisti e giuristi sul ruolo della sperimentazione per il progresso del diritto e delle politiche del lavoro.

Golden triangle Modello del golden triangle danese: triangolo composto da Stato, sindacati e datori di lavoro.

Difetti «La nostra distanza dal Nordeuropa, per quel che riguarda il funzionamento del mercato del lavoro, è la conseguenza di quattro grandi difetti: il difetto di risorse pubbliche destinabili ai servizi nel mercato del lavoro; il difetto di know-how specifico dei nostri servizi di assistenza ai lavoratori nel mercato stesso; la nostra incapacità pressoché totale di condizionare il sostegno del reddito alla disponibilità effettiva dei disoccupati per i posti che si offrono loro e per tutte le iniziative di ricerca e addestramento necessarie; infine, non ultimo per importanza, il nostro difetto di quelle civic attitudes, di quel senso civico diffuso, che costituisce uno dei cardini essenziali su cui si basa il sistema preposto alla sicurezza dei lavoratori nei paesi scandinavi. Il progetto flexsecurity, che con altri 54 senatori del Pd e radicali ho presentato in Parlamento nel 2009 (disegni di legge n. 1481 e n. 1873), si propone di attivare in Italia una combinazione simile a quella danese tra sicurezza dei lavoratori nel mercato e flessibilità delle strutture produttive, pur scontando quei nostri quattro difetti attuali, che difficilmente potranno essere corretti in tempi brevi» (Ichino).

Modelli Flexicurity, modello danese; flexsecurity, progetto italiano proposto da Ichino. Come funziona: «In primo luogo si ridefinisce il rapporto di “lavoro dipendente” cui si applica il diritto del lavoro, in modo che i suoi elementi essenziali non richiedano l’intervento di ispettori, avvocati e giudici per essere accertati. La definizione che abbiamo elaborato, per i casi in cui non sia pacificamente riconosciuta la sussistenza della “subordinazione” come definita tradizionalmente, è basata sui tre elementi essenziali di continuità, monocommittenza e limite di reddito annuo: è lavoratore dipendente chi presta continuativamente il proprio lavoro per una azienda traendone più di due terzi del proprio reddito, quando il reddito stesso non superi la soglia dei 40 mila euro annui» (Ichino).

Protezioni Disciplina che Ichino propone di applicare a questo tipo di lavoratore: «Tutte le protezioni che riteniamo irrinunciabili, e che quindi riteniamo debbano essere imposte con una norma inderogabile. Tra queste una protezione moderna della sicurezza economica e professionale del lavoratore: tutti a tempo indeterminato, nessuno inamovibile, a tutti sostegno del reddito robusto e assistenza intensiva, in caso di licenziamento, nel passaggio dal vecchio posto al nuovo».

Responsabilizzare «Se alle imprese offri che il controllo giudiziale sia limitato alla sola materia delle discriminazioni, escludendo il controllo sul giustificato motivo economico o organizzativo di licenziamento, con tutti i ritardi e le incertezze che oggi ne derivano, puoi ben chiedere in cambio che esse siano responsabilizzate per la sicurezza dei dipendenti da cui decidono di separarsi. E a quel punto l’impresa avrà un forte interesse ad attivare servizi migliori, per ridurre la durata del periodo di disoccupazione e il relativo costo» (Ichino).

Anzianità Ichino: «Con la riforma che propongo si impone un rapporto a tempo indeterminato per tutte le assunzioni – esclusi solo i casi classici in cui è da sempre ammesso il contratto a termine –, ma con un regime di stabilità che cresce gradualmente con l’aumentare dell’anzianità».

Ricollocazione Obiezione dell’interlocutore: «Se i lavoratori possono contare sulla garanzia di un forte sostegno del reddito per tre anni, una buona parte di essi non si attiverà effettivamente nella ricerca del nuovo posto prima che si avvicini la fine del triennio». Risposta di Ichino: «La soluzione che proponiamo è che all’atto di qualsiasi licenziamento che non sia motivato da una mancanza grave del lavoratore, cioè non sia qualificato come disciplinare, tra il datore e il prestatore si instauri automaticamente, al posto del contratto di lavoro, un “contratto di ricollocazione” che comporti questi obblighi corrispettivi: a carico del datore l’obbligo del trattamento complementare e – mediante un’agenzia dotata della competenza necessaria – dell’assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione e della riqualificazione professionale mirata agli sbocchi effettivamente disponibili; a carico del lavoratore l’obbligo di dedicare alle attività necessarie per la ricollocazione, sotto la direzione di un tutor designato dall’impresa, tutto il tempo impegnato fino a quel momento nella prestazione lavorativa: tempo pieno o tempo parziale».

Neet I Neet (Not in education, employment or training), giovani che non sono né a scuola, né al lavoro, né alla ricerca di un lavoro. Dati al 2009: laureati che non studiano e non lavorano in Italia 18,6%; in Francia 6,1%; Regno Unito 6,2%; Germania 8,1%; Spagna 12,3%.

Multinazionali «Pensavo che il Partito democratico fosse nato per voltar pagina rispetto a questa idea metafisica dell’antagonismo insuperabile tra lavoratori e imprenditori. Certo, un contrasto di interessi sulla spartizione dei frutti dell’impresa ci sarà sempre; ma prima viene l’interesse a che l’impresa nasca e incominci a dare frutti. Lasciamo al sindacato il compito di negoziare la spartizione dei frutti: al partito, al governo del paese, spetta il compito di curare che il maggior numero possibile di buone imprese nascano e prosperino. La mia idea, poi, è che questo compito spetti in larga misura anche al sindacato. Stringere buoni rapporti con gli imprenditori stranieri, principalmente con le grandi multinazionali, non è soltanto un obiettivo che riguarda la politica nazionale: è anche il miglior servizio che un sindacato italiano oggi possa rendere ai suoi rappresentanti» (Ichino).

Investimenti Dopo la Grecia, l’Italia è il paese europeo meno capace di attirare investimenti stranieri. Se il nostro Paese riuscisse ad allinearsi con la media europea ne risulterebbe un afflusso di investimenti in entrata pari a circa 30-35 miliardi l’anno (dati Comitato investitori esteri). Cause: sistema delle relazioni industriali; difetti delle infrastrutture e delle nostre amministrazioni pubbliche, con le relative conseguenze in termini di burocrazia; costo dell’energia superiore del 30% rispetto ai maggiori partner europei; basso livello delle civic attitudes e criminalità organizzata; legislazione del lavoro caotica e ipertrofica, incapace di rispondere ad alcuni interrogativi fondamentali per qualsiasi operatore straniero che debba scegliere dove dislocare un investimento; sistema delle relazioni sindacali, che gli operatori stranieri considerano vischioso e inconcludente (Ichino).

Globalizzazione «La globalizzazione indebolisce i lavoratori italiani – in modo particolare quelli delle fasce professionali più basse – mettendo in diretta concorrenza con loro i lavoratori di tutto il mondo sul versante dell’offerta di manodopera. Vediamo questo indebolimento come effetto della delocalizzazione di manifatture dall’Italia verso paesi emergenti, ma anche come effetto dell’afflusso nel nostro territorio di manodopera proveniente da quei paesi. Questo indebolimento potrebbe però essere ampiamente compensato da un altro effetto della globalizzazione: la possibilità di mettere in concorrenza, in casa nostra, sul versante della domanda di manodopera, gli imprenditori di tutto il mondo; è soprattutto i migliori tra di essi» (Ichino).

Slogan Hire your best employer, ingaggia il miglior imprenditore che trovi, «rovescia il concetto e l’immagine che abbiamo tradizionalmente del mercato del lavoro: quella di un luogo dove è solo l’imprenditore a selezionare, scegliere e ingaggiare i propri dipendenti. Nell’era della globalizzazione i lavoratori devono imparare a guardare al mercato del lavoro planetario come a un luogo in cui sono anche loro a selezionare, scegliere e ingaggiare i propri imprenditori» (Ichino).

Valorizzare «Stiamo tardando troppo ad acquisire questa idea elementare: che al di fuori dei settori in cui siamo noi ad avere le imprese eccellenti, gli imprenditori più capaci di valorizzare il nostro lavoro sono stranieri» (Ichino).

Servo I contestatori di Ichino, nell’autunno del 2010, l’hanno chiamato «servo di Marchionne». Ichino: «Salvo l’acquisto di una Panda dieci anni fa, non ho mai avuto rapporti di alcun genere con la Fiat, né tanto meno con il suo amministratore delegato. Questo non toglie che, se qualche idea si è rivelata utile per preparare il terreno agli accordi del 2010 di Pomigliano e Mirafiori, non posso che rallegrarmene».

Tecnica Tecnica della Terza Internazionale, che «ha caratterizzato gli anni bui del movimento comunista, consisteva nel creare una cortina sanitaria intorno a chiunque non condividesse la linea del partito, anche se era un socialista o un socialdemocratico, in modo da evitare che la base potesse esser contaminata da quelle idee eccentriche. […] L’accusa serviva per squalificare preventivamente qualsiasi argomento che provenisse dai “fuori linea”, impedendo l’apertura stessa del dibattito». Secondo Ichino è la stessa tecnica utilizzata dalla Fiom, che dà dei «sindacati gialli» a Cisl e Uil, dei «servi del padrone» a coloro che sono per il sì all’accordo con la Fiat.

Keynes Ricetta keynesiana: «Poiché i salari nominali sono rigidi, cioè non diminuiscono nei periodi di congiuntura negativa, si utilizza l’inflazione per ridurre i salari reali, evitare così l’aumento della disoccupazione, e al tempo stesso rendere possibili maggiori investimenti pubblici e sostegno alle imprese private. Nel sistema europeo, che non consente né il ricorso all’inflazione né gli aiuti di Stato alle imprese, è del tutto ragionevole che l’operazione keynesiana di adattamento dei salari alla congiuntura, per sua natura indiscriminata, sia sostituita da una manovra compiuta in modo selettivo anche da un sindacato capace di operare come intelligenza collettiva dei lavoratori: capace, cioè, di valutare la congiuntura e adattare di volta in volta il prezzo del lavoro alle circostanze» (Ichino).

Sfida «Abbiamo accettato la sfida dell’integrazione europea, convinti che questo fosse indispensabile per la crescita civile e sociale del nostro paese e per la sua crescita economica. Ora, questa sfida implica che noi sappiamo stare nel mercato europeo dei capitali – oltre che in quello dei beni e in quello dei servizi – rispettando le sue regole, tra le quali anche il principio contrattualistico nel sistema delle relazioni industriali: solo in questo modo possiamo pensare che gli imprenditori stranieri vengano volentieri a investire in casa nostra, così creando le condizioni perché aumenti qui da noi la domanda di lavoro e i nostri lavoratori abbiano una vera possibilità di scelta tra una grande pluralità di imprese» (Ichino).

Riforma Nel 2009 Ichino presenta il disegno di legge n. 1872 con cui propone una riforma del diritto sindacale, «anticipando di due anni l’accordo interconfederale che è poi arrivato il 28 giugno 2011. In estrema sintesi: diritto della maggioranza di stipulare con efficacia nei confronti di tutti, diritto della minoranza di non firmare il contratto conservando la rappresentanza riconosciuta in azienda. Se quella riforma fosse stata già in vigore nel 2010, le vicende di Pomigliano e di Mirafiori si sarebbero svolte in modo molto più sereno e civile, senza le gravissime lacerazioni a cui invece abbiamo assistito. […] La situazione precedente (al 28 giugno 2011, ndr) nella quale mancava qualsiasi regola idonea a dirimere i contrasti e quindi ogni contrasto generava paralisi, era diventata un incubo. Ma il senso di liberazione è venuto anche dalla firma della Cgil, che fino a pochi giorni prima nessuno si aspettava. Certo non se la si aspettava su di un accordo così incisivo e sostanzioso. Susanna Camusso è riuscita a rompere l’incantesimo e a tirar fuori la sua confederazione dal vicolo cieco in cui negli ultimi tempi si era cacciata».

Accordi «Fino al 28 giugno tutti gli accordi erano di fatto possibili ed efficaci soltanto se sottoscritti da tutti e tre i sindacati firmatari del contratto nazionale, se presenti in azienda. Oggi, finalmente, le tre confederazioni maggiori si sono date la cornice di regole indispensabile, quando non vanno d’accordo tra loro, per dirimere il contrasto evitando che il dissenso generi paralisi, e consentendo alla maggioranza di decidere con efficacia per tutti» (Ichino).

Sacconi La «riforma Sacconi» del diritto del lavoro, decreto legge del 13 agosto 2011 n. 138. Ichino: «Potremmo chiamarla controriforma se prima ci fosse stata una riforma, che invece è mancata del tutto. E poi, le controriforme qualche cosa cambiano rispetto all’assetto precedente; invece questo raid estivo voluto dal governo di centrodestra avrà soltanto qualche effetto molto marginale, ammesso che ne abbia qualcuno».

Mantra Mantra di Ichino: «Tutti a tempo indeterminato; a tutti le protezioni essenziali, ma nessuno inamovibile; a tutti coloro che perdono il posto, un sostegno nel mercato di livello scandinavo».

Programma I sette punti essenziali secondo Ichino per un programma di politica del lavoro per la diciassettesima legislatura:
1. Superamento del dualismo fra protetti e non protetti;
2. tutti a tempo indeterminato, a tutti le protezioni essenziali, nessuno inamovibile, ma a tutti sostegno del reddito, assistenza intensiva e copertura previdenziale nel mercato del lavoro, nell’ambito di un «contratto di ricollocazione» tra impresa che licenzia e lavoratore; le nuove norme da applicare solo per i rapporti di lavoro da ora al futuro;
3. obbligo per le regioni di coprire almeno il costo medio standard dei servizi di outplacement e di riqualificazione professionale sostenuto dalle aziende; orientamento scolastico e professionale per tutti i ragazzi in uscita da un ciclo scolastico o dall’università;
4. superamento del dualismo tra imprese piccole e medio-grandi;
5. detassazione drastica della fascia di reddito fino a 13 mila euro annui, con riduzione di due terzi dell’Irpef attuale; detassazione del reddito di lavoro femminile rispetto a quello maschile anche al di sopra della soglia dei 13 mila euro allo scopo di raggiungere l’obiettivo del 60 per cento di occupazione femminile;
6. riforma del sistema delle relazioni industriali, mirata a rafforzare la contrattazione collettiva aziendale lasciando al contratto nazionale la funzione di disciplina di default, applicabile solo in mancanza di un contratto stipulato a un livello più vicino al luogo di lavoro; abilitazione della coalizione maggioritaria a negoziare con effetto vincolante per tutti gli interessati; diritto del sindacato minoritario, al di sopra di una soglia minima di rappresentatività, di non firmare il contratto, senza per questo perdere la rappresentanza riconosciuta in azienda;
7. piano nazionale mirato ad allineare l’Italia alla media europea per capacità di attrazione degli investimenti stranieri.