Raffaele La Capria, Corriere della Sera 21/12/2011, 21 dicembre 2011
SE SI AVVICINANO I GIORNI DELL’OBLIO
Capita molto spesso, quando si è raggiunta una certa età, di dimenticare i nomi delle persone. Da qualche anno ho notato che sempre più frequentemente dimentico il nome di persone che vedo abitualmente. All’improvviso mentre sto per pronunciare il loro nome, il nome mi manca.
Mi capita perfino che, quando sto presentando un amico a qualcuno, in quel preciso momento i nomi di quelli che volevo presentare scompaiano entrambi, come per incanto. E non sapendo come superare la situazione, mi sorprendo a dire: «Presentatevi», che certo non è la formula più adatta consentita dalla buona educazione. La stessa dimenticanza mi sorprende se per caso devo firmare la dedica di un mio libro e davanti a me c’è il destinatario che conosco. La mia penna si ferma sospesa sul foglio, e mentre l’altro aspetta, posso mai dirgli: «Come ti chiami?». Mi direbbe: «Lo sai benissimo!».
Sto invecchiando? Devo credere che la mia testa non funzioni più come una volta, e che questi siano i primi sintomi della decadenza? Ma se devo scrivere un articolo le parole non mi mancano, e allora? Perché dimentico solo i nomi delle persone, perché solo quelli scompaiono, e non invece i nomi delle cose? Perché una sedia, una tenda, una montagna, un paese, il titolo di un libro o di un film, mi arrivano tranquillamente, e invece i nomi di persona non arrivano o faticano tanto ad arrivare?
Molte volte di un nome ricordo soltanto l’iniziale, se comincia con la A o con la R o con la Z, e allora percorro nella mia agendina telefonica tutti i nomi sotto quella lettera, e trovo quello che cerco. Ma perché ricordo bene la prima lettera e non tutto il nome? Sembra davvero a volte che la memoria si diverta. «Scherzi della memoria», si dice infatti. Una memoria che gioca con noi a rimpiattino e ci propone giochi come quelli delle parole incrociate.
Ha effetti a volte divertenti l’inseguimento di un nome attraverso quella specie di gioco dell’oca fatto di domande come: Non ti ricordi? Sì, la sorella, come si chiamava? Di quell’attore che incontrammo sull’aliscafo, quello che aveva la parte nel film... Ce l’ho sulla punta della lingua, la parte del trafficante, un film anni Trenta, della Warner Bros, la sorella di quell’attore, che poi finì male. Tutta la storia (come mai non te lo ricordi?) ce la raccontò il prete di quel paesino, come si chiamava? Sì insomma la sorella, eccetera eccetera... L’inseguimento del nome della sorella di quell’attore può durare a lungo, diventare una specie di detective story.
Altre volte, come ne La versione di Barney, il romanzo di Mordecai Richler, il protagonista si esercita coi sette nani: «I sette nani sono Eolo, Pisolo, Gongolo, Mammolo, Brontolo, più altri due». Gli altri due, Cucciolo e Dotto, mancano all’appello, dove sono finiti? Li trovi in nota, in fondo alla pagina, ma Barney li ha dimenticati. Tutto questo nel libro di Richler non è tanto divertente, perché è il presentimento di una tragedia.
Ma senza arrivare a tanto, a volte mi domando se questo dimenticare i nomi di persone a noi vicine abbia un senso per me. Per quanto mi riguarda, io me lo spiego così: siamo noi a cancellare i nomi degli amici e delle persone care, non è la memoria che ci manca. Siamo noi che cominciamo a lasciare così la nostra vita, dolcemente e inavvertitamente, a piccole dosi. La lasciamo iniziando appunto dai nomi che a lei, alla nostra vita, ci legavano. A poco a poco, senza dolore e inconsapevolmente, entriamo così nella regione immensa dell’oblio. Oblio dei nomi degli altri, ma anche oblio di noi stessi che a quei nomi siamo legati.
Raffaele La Capria