Edoardo Segantini, Corriere della Sera 21/12/2011, 21 dicembre 2011
FREQUENZE TV, VENT’ANNI DI CAOS —
Lo stop al beauty contest e l’avvio di un’asta per le frequenze digitali, decisi dal governo Monti, sono l’ultimo capitolo di una lunga storia cominciata negli anni 80. Anni che vedono nascere la concorrenza alla Rai e il big bang delle reti Mediaset e delle emittenti locali. Un fatto di per sé positivo — l’emergere di nuove imprese, nuove idee, nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro — avviene con modalità sregolate e, nel tempo, a scapito della qualità e della dignità stessa del servizio pubblico. Un caso unico in Europa, che fa parlare di occupazione dell’etere e di Far West televisivo.
Metafora è stata raramente più appropriata. Eccone due esempi. Il primo: nel 2004 i funzionari di Bruxelles restano senza parole il giorno in cui apprendono che l’Italia dispone di ben 24 mila impianti frequenza contro i 3 mila dichiarati sul registro dell’Itu di Ginevra. Si tratta di trasmettitori che usano una specifica frequenza: Francia e Gran Bretagna, insieme, ne hanno meno di noi.
Il secondo esempio, connesso al primo, è ancor più clamoroso: superate le contrarietà, soltanto nel 2006 viene avviato il catasto delle frequenze, cioè la «mappa del tesoro» che dice chi possiede cosa e dove. Ciò avviene in epoca Romano Prodi, con Paolo Gentiloni ministro delle Comunicazioni e Corrado Calabrò presidente dell’Agcom.
In pratica la «frequenze story» parte nel 1990 con la legge Mammì (dal nome dell’allora ministro repubblicano Oscar Mammì), che ha il merito di definire un primo insieme di norme organiche per il piccolo schermo ma ha il difetto di essere una legge Polaroid, che fotografa lo status quo legalizzando la conquista delle praterie televisive.
La Maccanico del 1997 è considerata l’unico tentativo serio di regolazione competitiva in epoca analogica. Cercando di riequilibrare il sistema, depotenzia simmetricamente i due big: Retequattro andrà sul satellite e Rai 3 perderà la pubblicità. Non accade però né l’una né l’altra cosa grazie a una clausola inserita nel testo finale, secondo cui la rete di Emilio Fede andrà sul satellite quando in Italia ci sarà un «congruo numero» di parabole. Vale la pena ricordare che l’ideatore di quella postilla decisiva è Antonio Catricalà, allora capo di gabinetto del ministro Antonio Maccanico, poi presidente dell’Antitrust e oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Monti.
Altre tappe importanti sono la legge 66/2001 del governo Amato, che apre il commercio delle frequenze pur in mancanza di un catasto dell’etere; e, soprattutto, la Gasparri del 2004. Quest’ultima attrae l’attenzione dell’Unione Europea, che apre una procedura d’infrazione contro il governo Berlusconi accusandolo di voler traghettare il sistema televisivo dall’analogico al digitale mantenendo le posizioni dominanti attraverso un meccanismo di conversione analogico-digitale che favorisce il duopolio e penalizza Telecom Italia Media.
Il successivo governo Prodi si propone di fissare un tetto di pubblicità per Mediaset anticipando la migrazione al digitale terrestre di una rete del Biscione e di un rete Rai. Prodi cade e nel nuovo governo di centrodestra prende forma l’idea del beauty contest. Dopo un duro confronto con l’Ue, che lo considera un modo per favorire i «soliti noti», Roma prevale. Spaccata al suo interno, l’Agcom approva il «concorso di bellezza» e avvia la procedura tecnica: anch’essa congegnata, a detta dei critici, per dare a Mediaset e Rai la parte migliore dello spettro.
E veniamo così ai nostri giorni. Berlusconi lascia Palazzo Chigi. La crisi economica rende «intollerabile», per dirla con il ministro Corrado Passera, il regalo delle frequenze mentre si chiedono sacrifici a tutti.
Il termine di confronto logico è l’asta competitiva per le frequenze destinate alla telefonia mobile, che ha portato nelle casse dello Stato più di quattro miliardi. Le frequenze di cui parliamo possono infatti essere usate sia per la tivù che per la telefonia. Il governo Berlusconi la boccia nel 2009 per poi accettarla, spinto dall’emergenza e dal successo dell’analoga asta tedesca, solo a fine 2010.
Con la bocciatura del «concorso di bellezza», dopo il lungo capitolo del Far West e il faticoso riordino del sistema, potrebbe aprirsi una pagina nuova. Il governo appare seriamente intenzionato a trovare soluzioni per valorizzare una risorsa pubblica, preziosa e scarsa com’è l’etere. C’è da augurarsi che l’asta, se si farà, apra a nuova concorrenza. Concorrenza che aumenterà comunque con lo scadere dei molti vincoli posti a Sky da Bruxelles, tra cui l’ingresso nel digitale terrestre a partire dal primo gennaio del 2012. L’esperienza tuttavia suggerisce cautela: i giocatori sono ancora tutti lì, seduti ai loro tavoli.
Edoardo Segantini