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 2011  dicembre 21 Mercoledì calendario

Italia-Spagna, la sfida continua - Con i tedeschi e con gli svedesi facciamo spallucce, ma nessuno ci venga a dire che siamo peggio degli spagnoli

Italia-Spagna, la sfida continua - Con i tedeschi e con gli svedesi facciamo spallucce, ma nessuno ci venga a dire che siamo peggio degli spagnoli. Ne sa qualcosa Romano Prodi. Quando era presidente del Consiglio seppe che Zapatero aveva annunciato il sorpasso della Spagna sull’Italia. Reagì immediatamente a quell’ingiuriosa affermazione. «L’economia italiana è ancora ben più grande di circa il 50% di quella iberica», puntualizzò. E anche il nostro Pil pro capite, aggiunse, è più alto «di circa il 13%». Correva l’anno 2008 e da allora la Spagna ha subito un tonfo pesantissimo per il combinato disposto dello scoppiare della sua bolla immobiliare e della crisi finanziaria con epicentro negli Stati Uniti. Ma guardando alcuni indicatori e le riforme fatte nel frattempo in ambito previdenziale, bancario e del mercato del lavoro il sospetto è forte che Madrid ci stia lasciando davvero alle spalle. Debito pubblico e aste Ieri, ad esempio, si è percepito che i mercati sembrano credere più nella capacità di risollevarsi della Spagna; le aste dei titoli di Stato a breve, a tre e sei mesi sono andate benissimo. La richiesta è stata alta e i rendimenti sono più che dimezzati, rispetto a un mese fa. Soprattutto, sono ormai più bassi di quelli italiani da mesi: ieri la forbice sui Btp ha superato i 140 punti. Merito, si dirà, dell’annuncio del premier Rajoy di un pacchetto di tagli da 16,5 miliardi. O del fatto che loro hanno un debito pubblico stimato al 78 per cento del Pil nel 2012 contro il 120 per cento dell’Italia e che dovranno rimborsare 172 miliardi di euro di titoli contro i quasi 360 miliardi nostri. Ma secondo Michele Boldrin, economista della Washington University di St. Louis, editorialista del Pais e tra i massimi esperti di economia spagnola, «la ragione di fondo è indipendente da Rajoy. Tra l’Italia e la Spagna la differenza è sostanziale. Loro hanno passato gli ultimi 20-25 anni a fare riforme sostanziali, lente ma strutturali. Noi no». Banche: la foresta pietrificata Uno dei problemi emersi durante la crisi riguarda ad esempio le Casse di risparmio iberiche, le Cajas. «Erano in mano ai potentati locali e enormemente esposte verso il settore immobiliare: si sono rivelate la bomba ad orologeria del sistema», osserva Boldrin. Da gennaio del 2008 il settore bancario ha sofferto perdite equivalenti al 9% del Pil. Dal 2010 il governo ha ridotto le Cajas da 45 a 18, le ha privatizzate, ripulite e accorpate. La loro governance è stata profondamente modificata. I requisiti di capitale, saliti all’8% in generale e al 10 per chi era molto esposto verso il settore immobiliare, hanno costretto molte di esse a trasferire le attività creditizie alle banche commerciali. Sintetizza l’Fmi in un rapporto recente: «Il settore delle casse di risparmio è stato profondamente ridisegnato (minimizzando l’impatto per i contribuenti), i requisiti di capitale sono stati rafforzati e la trasparenza è migliorata». Il lavoro Lo «sboom» del settore immobiliare, che negli ultimi trent’anni dava lavoro a uno spagnolo su dieci ma negli ultimi anni aveva toccato picchi del 13% della forza lavoro, ha provocato un’emorragia che colloca la Spagna tra i Paesi più colpiti dalla crisi, in termini occupazionali. Rispetto a una media europa attorno al 10%, la penisola iberica soffre di una disoccupazione al 23% circa contro l’8% circa italiano. E oggi il settore edile impiega l’8,5% dei lavoratori. Anche in questo ambito, però, Madrid non è stata con le mani in mano: se ha ridotto i sussidi di disoccupazione e ha allentato i criteri di licenziamento o creato condizioni più favorevoli per le deroghe ai contratti nazionali, ha anche riformato le agenzie per il collocamento e investito sulla riqualificazione. Pensioni e tasse Sulle pensioni, la Spagna è avanti: la spesa già nel 2007 era all’8% del Pil contro il 14,1% dell’Italia. Nell’ultimo anno e mezzo il governo spagnolo ha incrementato l’età pensionabile da 65 a 67 anni entro il 2027, aumentato i requisiti per le anzianità da 35 a 38,5 anni e ha introdotto una stretta sui pensionamenti anticipati. Un riordino meno severo, si dirà, di quello appena varato da Monti. Ma il punto di partenza è completamente diverso, come dicono i dati sulla spesa. Anche sul versante della pressione fiscale a Madrid le cose vanno meglio: nel 2010 il livello di tasse per lavoratore medio (dati Ocse) era al 39,6% contro il nostro 46,9%. Prima, oltretutto, delle ultime manovre che hanno aggravato il peso fiscale in particolare in Italia. Tra l’altro nelle tasse sugli immobili risiede anche, secondo Boldrin uno dei motivi della drastica caduta del deficit iberico tra il 2007 e il 2008: da un surplus dell’1,9% si è passati a una contrazione del 4,3%. Colpa «di un errore politico di Zapatero: quello di aver preso per eterno il boom immobiliare e aver fatto conto sulla possibilità di incassare sempre montagne di gettito da imposte care come il 7% sulle transazioni immobiliari». Quando è scoppiata la bolla, quegli introiti sono crollati trascinandosi appresso il disavanzo. E adesso, dopo il trauma della bolla immobiliare, la sfida per la Spagna è soprattutto «un nuovo modello di sviluppo» per l’Fmi. In una cosa, infatti, ci assomigliamo: la scarsa produttività. Ed è su di essa e dunque sulla crescita che si giocherà la vera sfida del futuro, tra Roma e Madrid.