Francesco Borgonovo, Libero 21/12/2011, 21 dicembre 2011
PER IL RE DEI COMPLOTTISTI IL COMPLOTTO NON C’È
Un sera di marzo del 2006. Decine di persone sono pigiate in uno stanzone spoglio nello stabile del Dopolavoro Ferroviario di Bologna, a pochi passi dalla stazione, zitte. Ogni tanto, muovono la testa in segno di assenso, con l’aria grave di chi sa di star ascoltando grandi verità destinate a pochi coraggiosi. Seduto al tavolone, di fianco al moderatore agghindato con una sorta di bandana blu, c’è un signore con il naso affilato che sporge dal volto magro, gli occhi chiari brillanti dietro un paio d’occhiali a goccia un po’ retrò, i capelli e il pizzetto brizzolati. È un giornalista, si chiama Maurizio Blondet, ed è il più grande complottista italiano.
È in buona compagnia: a discutere con lui ci sono rilevanti esponenti del gotha cospirazionista mondiale, per esempio – in collegamento via internet – Eric Hufschmid, autore del volume Painful Questions, una «analisi dell’attacco dell’11 settembre». Questo è il tema della conferenza: l’attentato alle Torri Gemelle. La tesi di Hufschmid è chiara, e ribadita tuttora sul suo sito: «I sionisti sono i registi dell’attacco». Gli altri relatori non la pensano molto diversamente. Oltre a Blondet, è previsto che parli Giulietto Chiesa, celebre inviato e sosia di Stalin. Per qualche ora, la platea dei ferrovieri ascolterà in religioso silenzio complesse perizie sulle fondamenta delle Twin Towers, osserverà grafici e piantine degli edifici, progetti degli aerei. E, alla fine, si esibirà in domande precisissime sulla tempistica del crollo, sulle temperature di fusione dei grattacieli, sui nomi delle compagnie con sede nelle Torri. Guarda le competenze nascoste nelle ferrovie statali...
Blondet racconta di trame, intrighi, servizi segreti, lobby economiche internazionali: è accolto come una star, una specie di Marco Travaglio del complottismo. Forse non l’immagina, ma il suo consenso è destinato a crescere.
Dicembre 2011, in un palazzone grigio di Corsico, il volto magro di Maurizio Blondet si stira in un sorrisetto amarognolo: «Sì, ho avuto ragione. E alla fine che cosa ho vinto? Una bambolina...». Eppure, a tutt’oggi, i suoi libri come Osama Bin Mossad, 11 settembre: colpo di Stato in Usa,Chi comanda in America vendono migliaia e migliaia di copie. Non entrano nel circuito di distribuzione ufficiale (a parte alcune eccezioni nelle librerie Feltrinelli): i fan li acquistano via web sul sito di Effedieffe, l’editore che realizza il giornale online omonimo, dove il giornalista (nato a Milano nel 1944) pubblica quotidianamente articoli fluviali. Anche qui, i lettori sono circa 15 mila. Va a ruba l’edizione monstre (568 pagine al prezzo di 35 euro) di Tutti i complotti, il libro mastro con copertina gialla su cui appare una sagoma di Blondet con cappello da Sherlock Holmes. Proprio mentre scriviamo è pronta una nuova edizione di Cronache dell’Anticristo, il saggio a cui tiene di più.
Tutti dietrologi
In un pezzo del 20 novembre scorso, Blondet citava con apparente soddisfazione un’inchiesta del britannico Independent: «Oggi circolano più teorie del complotto che mai prima, e più credenti in teorie del complotto che mai nella storia (...). La quantità di gente che crede a teorie del complotto è sbalorditiva. Secondo vari e recenti sondaggi, un terzo dei britannici crede che la principessa Diana sia stata assassinata (sondaggio Daily Mail), un quarto è convinto che l’atterraggio sulla Luna sia un falso, quasi metà degli americani si rifiuta di credere che il riscaldamento globale sia provocato dall’uomo (inchiesta della Yale University), e l’84% di loro crede che l’attentato dell’11 settembre sia stato un lavoro interno (sondaggio New York Times/CBS)». Il pezzo si intitolava: «Il complottismo di massa», e avrebbe potuto essere un canto di gioia.
Dopo tutto, ora in Italia si è realizzato il governo dei tecnocrati. Alla presidenza del Consiglio siede Mario Monti, già membro del consiglio direttivo del club Bilderberg e presidente del gruppo europeo della Commissione Trilaterale. E, dietro le quinte, c’è Giorgio Napolitano il quale in Tutti i complotti viene descritto come l’allievo prediletto di Giorgio Amendola, il comunista che già nel ’29 esprimeva tesi sottoscrivibili «da ogni iniziato del Bilderberg e del Mercato Unico». Insomma, l’attuale situazione è il sogno proibito di ogni dietrologo. Anche la stampa più autorevole si scopre a parlare di Trilateral, di grandi interessi bancari, di assalti all’Italia, con toni che si ritrovano spiccicati nei libri blondetiani («È a questo punto che entra in gioco la Moody’s Investor Service, la ditta privata che a Wall Street assegna il rating...», leggiamo nel brano «Manovra contro l’Italia» del 1997).
Ma il sapore, in bocca, non è dolce. «Sulla crisi ho scritto cose prevedibili da qualsiasi medio giornalista», sospiraBlondet accomodato in poltrona. «Il fatto è che vige l’obbligo di non dire la verità totale quando si affrontano argomenti che riguardano i soldi, gli affari. Qualche anno fa, Mario Monti durante una conferenza ammise di non aver previsto il crac dei subprime. Il problema di questi economisti è che sono convinti che il mercato sia perfetto e buono, come gli è stato insegnato, credono al pensiero unico che si chiama Washington Consensus. Io già nel 2006, ma anche prima, scrivevo verità che si sono realizzate anni dopo. Purtroppo il giornalismo è tutto sotto paga, più o meno direttamente, dei poteri forti».
Ed ecco la notizia, improvvisa, incredibile: il Grande Complottista non è un anti-Monti. Non assalta lancia in resta quel che lui stesso definisce «un governo tecnocratico-massonico, infarcito di globalisti e banchieri e presieduto dal presidente europeo della Commissione Trilaterale e membro del Bilderberg (Goldman Sachs)». Semplicemente, è rassegnato. «Non me la sento di unirmi al coro anti montiano», confessa. «Molte volte scontento i miei lettori, per questo. Ma non credo che Monti prenda ordini dal Bilderberg o dalla Trilaterale. Al massimo, lui gli ordini li dà. In queste circostanze, la scelta era fra due situazioni tragiche. Certo, ora vogliono farci pagare levandoci la pelle dal sedere. Ma sarebbe stata una sofferenza comunque. Finché c’era la lira, eravamo competitivi, però adesso... L’unica soluzione sarebbe ripudiare il debito o pagarlo solo in parte. Sì, ci sarebbero delle conseguenze. Però l’export riprenderebbe a galoppare e piano piano risaliremmo».
Ma che roba è questa? Mica uno può andare dal capo dei complottisti e sentirsi dire cose del genere, che potresti sentire da un grillino qualsiasi. E in effetti Blondet dà una mezza notizia: «Beppe Grillo ha uno staff e so che, quando lavoravo ad Avvenire, spesso riprendeva le mie tesi. Io però non sono un complottista a cui va bene tutto. Non credo a certe cose che sostiene Grillo. Per esempio, io lo vorrei vedere il motore ad acqua di cui parla lui. Non credo che ci sia un complotto per nascondere le energie alternative».
Sconfitta totale
Che disastro. Prima questo approva Monti, quindi dice che il complotto non esiste. Una sconfitta su tutta la linea. Poi però capisco che cosa scontenta Blondet: la luce del sole. Che l’Europa ci imponga delle scelte è chiaro. Che ci governino banchieri e finanzieri pure. Dunque che gusto c’è? Se i Poteri Occulti si svelano, il Complottista rischia il pensionamento. «Adesso sui giornali parlano di “amministrazione controllata”. Certo che lo è. Vogliono dire che c’è un complotto, ma dove? Qui è tutto trasparente. Perché Monti è lì? Perché gli altri hanno fallito. Berlusconi avrebbe dovuto minacciare Napolitano di deferirlo alla Corte costituzionale per alto tradimento, avrebbe dovuto farlo anni fa anche con Scalfaro. Ma non lo ha fatto. E poi il Bunga Bunga a carico del contribuente...». Anche Blondet, che pure a lungo ha sostenuto il Cavaliere (gli ha dedicato il pamphlet Elogio di Catilina e Berlusconi), ora lo scarica. Pure con un certo disprezzo.
Ma non tutto, per il povero cronista in cerca di emozioni forti, è perduto. Basta uscire di un passo dal cono di luce per avventurarsi nell’ombra. Spostarsi di un centimetro dalla trasparenza dei burocrati dell’esecutivo in direzione di un altro potere, leggermente meno palese. «Mario Monti, secondo me, crede in quello che sta facendo, pensa veramente di stare salvando l’Italia. Mario Draghi, invece... ». Dài che ci siamo. «...Draghi è veramente malvagio, secondo me». Evvai. «Draghi è molto più luciferino. Dopo tutto la banca è fondata sulla frode» e «il potere è essenzialmente satanico». Ce l’ho fatta. Ho ottenuto la mia oscura trama.
Però qualcosa ancora non quadra. C’è una domanda senza risposta. Come fa un giornalista a trasformarsi nel Grande Complottista? Qual è la Soglia che separa le tesi fin qui espresse da Blondet, in parte condivisibili e comunque «presentabili», da ciò che «presentabile» non è affatto? Dove giace il confine labile fra il retroscena e la dietrologia, fra lo scenario e la cospirazione? Maurizio Blondet non è sempre stato un reietto. A introdurlo nel giornalismo è stato – come disse lui stesso a Stefano Lorenzetto, uno dei pochi ad avere il fegato di intervistarlo – Vittorio Zucconi. «Eravamo compagni di scuola», racconta, «poi lui è andato negli Stati Uniti e ci siamo persi di vista. Non seguo i suoi articoli, d’altra parte non leggo molto i giornali. Il giornalismo italiano è ornamentale». Esordio alla Domenica del Corrieredi Guglielmo Zucconi, dunque. «In seguito sono andato a Famiglia Cristiana, poi a Gente, dove sono rimasto molti anni. Me ne sono andato anche da lì, in parte per disaccordi con l’allora nuovo direttore, Sandro Mayer». Ed ecco l’approdo al Giornale, alla corte di Indro Montanelli. «Arrivai grazie ad amici. L’ho conosciuto personalmente, ovvio. Ma la differenza di età era molto grande. Io scrivevo soprattutto di economia e lui nell’ambito aveva i suoi referenti: gli Agnelli, i Cuccia... Ai tempi, erano i primi anni Ottanta, si vedevano tutti i suoi limiti. Per uno di quell’età non era facile fare un quotidiano. Era lento, secondo lui era già successo tutto. In riunione, se uno proponeva una cosa, attaccava: “Ah sì, una volta anche Togliatti...”. Oddio, era anche un bene che fosse così, però il Giornale andava malissimo. Lo salvò Berlusconi e Montanelli non gliel’ha mai perdonata».
Arrivo ad «Avvenire»
Ultima tappa, Avvenire. Blondet si trasferisce soprattutto, dice lui, per soldi. Inviato speciale, va in giro per il mondo, al fronte. Segue le guerre in Jugoslavia, realizza grandi servizi. Ma comincia ad annoiarsi. E cresce, bollente, la passione per i complotti. I primi libri li scrive lì, dalla redazione del giornale cattolico: la Soglia della cospirazione si avvicina. Da cattolico tradizionalista (forse la definizione non gli piacerebbe) comincia a occuparsi dell’arrivo dell’Anticristo, di ebraismo. Nel 1994 pubblica uno dei suoi testi più famosi: Gli Adelphi della dissoluzione. Strategie culturali del potere iniziatico. Lo stampa l’editore Ares, tutt’altro che complottista e «impresentabile». L’obiettivo è la casa editrice Adelphi, accusata di fomentare la diffusione di una cultura nichilista, di ascendenza ebraica e frankista, che mira alla sovversione totale e ad agevolare il ritorno dell’Anticristo.
Leggenda vuole che il libro sia stato ispirato da un collaboratore fuoriuscito da Adelphi. «Lui aveva colto questo aspetto gnostico ed esoterico, questo spirito dionisiaco. Ricevette anche profferte trasgressivo-sessuali». Nel libro si racconta di testi dai doppi significati, di avventure estreme che coinvolgono gli intellettuali alla guida della casa editrice (Roberto Calasso) e persino Franco Battiato (dei cui testi demoniaci Blondet fornisce ampia esegesi su Effedieffe. Per esempio La cura sarebbe chiaramente satanica). «Quando il libro uscì, quelli di Adelphi dicevano ai rivenditori di toglierlo dalle vetrine, altrimenti non avrebbero mandato i loro volumi. Dalla seconda edizione in poi, è decollato. Hanno minacciato querele che non sono mai arrivate». Ora è quasi introvabile, ma chissà che Ares non lo ristampi.
Pure nel caso adelphiano, tuttavia, non si può parlare di Grande Complotto. Piuttosto, ci sono sensibilità e interessi che si intrecciano, magari pilotati dal Male, ma non sempre consapevoli l’uno dell’altro. «C’è una teologia. Non c’è qualcuno che fisicamente riceve ordini, non esiste il Grande Vecchio. Ci sono personalità che vengono cooptate e formate lentamente». Poi ciascuno agisce in base alla cultura che ha assorbito. Per completezza di informazione, decido di rivolgermi ai diretti interessati. Chiamo Adelphi, risponde una ragazza dell’ufficio stampa. Domando: «Scusi, voi lavorate per l’Anticristo?». Risposta: «Eh?». «No, dico, lavorate per l’arrivo dell’Anticristo?». L’addetta stampa è presa in contropiede, non sa che rispondere. «Non posso confermare né smentire», dice. Il giorno dopo ricevo una telefonata confidenziale da parte della casa editrice, in cui mi viene ribadito che non hanno nessuna voglia di trattare la questione. La loro risposta l’hanno già data, in qualche modo, pubblicando un libro di Mordecai Richler, Un mondo di cospiratori. Lusingato dalla telefonata confidenziale dalle altissime e potentissime sfere, lascio perdere.
Superare la Soglia
Ora so quando la Soglia si supera. Quando si comincia a parlare dei giudei che «applaudiranno l’Anticristo», delle simpatie frankiste di Giovanni Paolo II (legato ad altri sovvertitori polacchi tra i quali Roman Polanski, forse punito con l’assalto alla sua villa da parte di Charles Manson per aver svelato in Rosemary’s Baby l’arrivo della Bestia), della dea Kali e della fine del mondo.
Blondet è stato allontanato da Avvenire dopo aver detto peste e corna di Dino Boffo, allora suo direttore. Ha aumentato la sua attività su Effedieffe, scrive libri e articoli a raffica, le sue posizioni su Israele sono note e non le riferiamo. Preferiamo non superare la Soglia. Stiamo bene qui, nel nostro mondo di luce, dove i complotti si trovano solo sui libri. Forse, in fondo, anche a Blondet andrebbe meglio così. Quando la trama euro-pluto-autocratica emerge, il Complottista rischia di perdere il mestiere. Se il complotto si svela, è la fine: la vittoria del Complottista coincide con la sua sconfitta. Da cui si ricava, al massimo, un premio di consolazione: «Magari un giorno qualcuno scriverà una tesi di laurea su di me».
Francesco Borgonovo