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 2011  dicembre 21 Mercoledì calendario

GLI AMERICANI SE NE VANNO E L’IRAQ È GIÀ A PEZZI


Non sono passate neanche 48 ore dalla partenza dell’ultimo soldato americano dall’Iraq e già il Paese è sull’orlo del caos. Da una parte il Ministero dell’Interno, il cui titolare è lo stesso Primo Ministro Nouri al-Maliki, che accusa il vicepresidente Tariq al-Hashemi addirittura di terrorismo e spicca contro di lui un mandato di arresto. Dall’altra appunto al-Hashemi che dice di essere vittima di un potere giudiziario «asservito al potere politico». Al-Maliki, va ricordato, è uno sciita: esponente di quel partito al-Dawa al-Islamiyya, “Chiamata dell’Islam”, che in passato aveva appoggiato la Rivoluzione di Khomeini; che poi aveva svoltato in senso pro-Usa, rompendo con una componente rimasta invece pro-Teheran; ma che da ultimo si è rimesso con i filoirianiani alla al-Sadr. Al-Hashemi è invece un sunnita, già membro dell’ala irachena dei Fratelli Musulmani: anche se poi è entrato invece nell’alleanza promossa dall’ex-primo primo ministro Ayad Allawi, che è sciita ma laico.
Dopo nove mesi di stallo, il 22 dicembre scorso le fazioni si erano messe infine d’accordo per un nuovo governo. Ma nelle ultime settimane man mano che si avvicinava il ritiro Usa al-Maliki ha iniziato a epurare sistematicamente i sunniti, che per protesta avevano iniziato a boicottare le sedute del Parlamento. In risposta era arrivata la richiesta allo stesso Parlamento di sfiduciare l’altro vicepresidente, il sunnita Salah al-Mutlaq, che aveva rimproverato gli Usa di «stare lasciando un dittatore al potere».
Domenica, infine, proprio mentre al-Hashemi stava decollando dall’aeroporto di Bagdad, due sue guardie del corpo sono stare arrestate e lui stesso è stato trattenuto fino a quando non è intervenuto per farlo partire lo stesso presidente Jalal Talabani, storico leader curdo. L’accusa: aver fatto esplodere il mese scorso al centro di Bagdad una bomba che avrebbe dovuto uccidere al-Maliki e il presidente del Parlamento Osama al-Nujaifi, se non fosse scoppiata prima del tempo. La confessione delle due guardie del corpo, assieme a un terzo uomo, è stata in parte trasmessa sulla tv di Stato, secondo una procedura da tempo criticata da Amnesty International. Adesso anche i ministri sunniti minacciano di disertare l’esecutivo, mentre Allawi denuncia che «sotto gli occhi di tutti, la democrazia è stata sequestrata in Iraq, e ora viene sabotata», e teme «una nuova ondata di settarismo e un nuovo bagno di sangue». Al-Hashemi intanto se ne sta nel Kurdistan, dove il governo locale impedisce di fatto alla polizia del governo centrale di eseguire l’arresto. Anzi: chiede che lì sia eseguito il processo, come garanzia di imparzialità.
Ma gli Usa fanno pesci in barile: «Stiamo monitorando la situazione, manteniamo contatti con tutte le parti, e abbiamo loro espresso il nostro avviso a riguardo di questi sviluppi», è il commento di Washington.

Maurizio Stefanini