Sergio Luciano, Italia Oggi 21/12/2011, 21 dicembre 2011
SE LA FONDAZIONE VA SOTTO IN MPS
A Siena, Palazzo Sansedoni, c’è qualcuno che scruta le mosse dell’Eba, European banking autorithy, col cuore in gola: è il vertice della Fondazione Monte dei Paschi di Siena (presidente Gabriello Mancini, direttore generale Claudio Pieri). Già, perché qualora lo strapotente fungo istituzionale inventato incautamente qualche tempo fa dalla Commissione europea e oggi scatenato a far danni sui mercati non recedesse dalla sua pretesa di imporre a una sfilza di banche europee, tra cui il Monte dei Paschi, aumenti di capitale-paraurti, la posizione di predominio che la Fondazione ha nel Monte andrebbe definitivamente a farsi benedire.
Già, perché poche cose sono certe, nel caso della Fondazione senese: che presto ridurrà la sua quota attorno al 33%; che la Cassa depositi e prestiti non ha alcuna voglia di intervenire, in sua vece, nel capitale della banca; e che non è interesse di nessuno che in questa temperie si sovvertano i delicati equilibri politici oggi vigenti dentro il sistema bancario italiano.
Ma andiamo con ordine.
Dunque, la Fondazione dovrà presto (diciamo in primavera) scendere dal suo attuale 48,5% di capitale (pari al 50,01% dei diritti di voto) giù a capofitto di poco sopra il 33%, per conservare la maggioranza relativa e la minoranza di blocco in sede di assemblea straordinaria, e dovrà farlo vendendo azioni della banca, al solo scopo di ricondurre l’indebitamento attuale, superiore al miliardo di euro, entro i limiti di legge.
Ma la Fondazione, col ricavato della (s)vendita dei gioielli di famiglia (appunto il 14% del Monte, ma anche il 2,5% della stessa Cassa Depositi e Prestiti, il 5,6% di F2i, l’1% di Sator, lo 0,9% di Mediobanca e un po’ di immobili) potrà rientrare dal debito, ma non potrà certo raccogliere i soldi necessari a seguire l’aumento di capitale che attualmente l’Eba pretende di imporre al Monte entro giugno 2012: ecco perché i suoi capi scrutano l’Eba, perchè se a febbraio l’Autorithy presieduta dall’italiano Andrea Enria, come si sussurra, rivedrà i suoi calcoli alla luce dell’andamento dei mercati, e deciderà di abbuonare alle vittime la temuta ricapitalizzazione, la Fondazione potrà conservare il suo ruolo-guida, sia pur ridimensionato al 33%. Diverso sarebbe se l’Eba tenesse duro nel diktat sulla ricapitalizzazione: allora la Fondazione vedrebbe ridursi la sua quota nella banca (e quindi il suo patrimonio) a ben poca cosa.
Ciò su cui intanto a Roma si strologa per il futuro del sistema senese è quale ruolo possa svolgere in esso la Cassa Depositi e Prestiti. Già, perché, uscendo la Fondazione senese dal capitale della Cassa per ricavare quattrini, in teoria la Cassa stessa potrebbe subentrarle in parte nel capitale della banca: per conservare l’istituto in salde mani italiane. E lo strumento per farlo potrebbe essere il «Fondo strategico» della Cassa, costituito appunto per acquisire quote anche di controllo in aziende ritenute strategiche per il Paese e affidato, dallo scorso ottobre, alle sapienti mani di Maurizio Tamagnini, quotatissimo banker, proveniente da Merril Lynch.
Peccato, però, che il Fondo sia stato pensato per aziende il cui radicamento nazionale abbia un valore, appunto, «strategico», come dice il nome stesso dello strumento: non a caso l’unico dossier di cui ufficialmente si sta occupando è l’Avio, ex Fiat Avio, oggi controllata dal fondo Cinven e partecipato al 14% da Finmeccanica, che Cinven vuole vendere e Finmeccanica, per ovvie e note ragioni, non può comprare. Ecco: nel caso dell’Avio un intervento della Cassa, tramite Fondo, sarebbe di tipica impronta strategica: finalizzato cioè a tenere in patria un’azienda ad alta tecnologia e, in parte, ad alta strategicità militare. Ma una banca? Dopo aver venduto ai francesi Bnl e Cariparma, dopo aver lasciato ai tedeschi la Banca d’America e d’Italia, dopo aver venduto agli americani Interbanca_e aver quasi venduto ai libici Unicredit, perché fare quadrato attorno a una banca? Forse proprio perché troppe altre hanno già cambiato bandiera, potrebbe essere la risposta: ma è chiaro che non è materia pacifica, né sul piano dell’ideologia liberista predicata dal governo né sul piano logico.
Inoltre, la legge Amato, mai applicata fino in fondo, però mai abrogata, prevede che, in teoria, le Fondazioni cedano il controllo delle loro banche. Quindi le Fondazioni che ancora detengono quote di minoranza nelle banche che prima controllavano (come la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Cariplo in Intesa Sanpaolo o la Fondazione Cariverona in Unicredito) pur se unendosi in patti di sindacato ancora le controllano, hanno formalmente rispettato la legge. Ma la Fondazione senese, che a tutt’oggi ha il 50,01% dei voti in assemblea e ha finora sempre recalcitrato anche all’idea di scendere al 33-34%, agisce palesemente oltre il limite fissato dalla legge.
A godere, si fa per dire, dell’impasse di Palazzo Sansedoni potrebbe essere, il gruppo Caltagirone, che ha la forza finanziaria per ritoccare al rialzo la propria già ingente quota nel Monte rilevando altre azioni dalla Fondazione: ammesso che voglia farlo (e c’è chi dice no). Chi sicuramente lo farà è il colosso assicurativo francese Axa: visto che la politica espansionistica dei francesi sull’Italia non trova eccezioni. Qualche quota potrebbe essere rilevata da altre Fondazioni bancarie più liquide della consorella senese, coordinate dall’autorevole mano del presidente dell’Acri (e della Cariplo) Giuseppe Guzzetti. Le quali, guardando alla banca senese, rilevano che (Eba o non Eba) l’azienda commercialmente va benissimo, tanto che nei primi nove mesi ha guadagnato 300 milioni di euro, contro – ad esempio - i 400 persi da Unicredit. L’importante, insomma, è che il buon lavoro dell’azienda-banca (la quale, tra l’altro, in primavera ha la scadenza del rinnovo dei suoi vertici) non sia disturbato dalle turbolenze della proprietà. Questo sì che è un valore strategico per il Paese, sul quale almeno in parte potrebbe alla fine sensibilizzarsi anche la Cassa Depositi e Prestiti.