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 2011  dicembre 18 Domenica calendario

L’uomo che ha fondato 60 tv ora sgobba nei campi «Ho tratto il vino dall’acqua» - Avrebbe potu­to tro­varsi ca­sa fra la Scan­dinavia e il Maghreb, in una del­le tante nazioni do­ve ha creato le sue 60 e passa televisio­ni, da Canal Plus a Canal Jimmy, da Ciné Cinéma a Planet

L’uomo che ha fondato 60 tv ora sgobba nei campi «Ho tratto il vino dall’acqua» - Avrebbe potu­to tro­varsi ca­sa fra la Scan­dinavia e il Maghreb, in una del­le tante nazioni do­ve ha creato le sue 60 e passa televisio­ni, da Canal Plus a Canal Jimmy, da Ciné Cinéma a Planet. In­vece ha preferito prendere la residenza in Italia, dove fu presidente e amministrato­re delegato di Tele+, progenitrice di Sky e di tutti i canali satellitari a pagamento. For­se era scritto nel destino che il francese Mi­chel Thoulouze, 66 anni, per quasi un ven­tennio macchina da guerra di Canal Plus nel mondo, proseguisse da pensionato la sua carriera fra i canali d’acqua dopo aver molto praticato quelli dell’etere. Oggi Thoulouze abita a Sant’Erasmo, isola di appena 700 abitanti nella laguna di Venezia, grande circa la metà del cen­tro storico, 3,2 chilometri quadrati, famo­sa da sempre come l’«orto dei dogi», per­ché fin dai tempi della Repubblica Veneta vi si coltivano le uniche verdure che il ma­r­e concede alla terra, a cominciare dal car­ciofo violetto di Sant’Erasmo, con quella prelibatezza per intenditori che sono le ca­­straùre , il germoglio apicale della pianta. Fa il contadino. Ha i calli sulle dita. Gira, come tutti qui, su un’Ape scassata. «Sono diventato uno di loro perché non ho lo yacht. Anche mia figlia Mathilde, come re­galo per isuoi 14 anni, ha voluto un’Ape». In alternativa usa la topeta , che sarebbe una piccola topa­honni soit qui mal y pen­se­e cioè la tipica imbarcazione utilizzata dai veneziani per il trasporto delle merci. Pensionato è una definizione impro­pria, nel caso di Thoulouze. Infatti nel 2009 gli è scappato di aprire Kurd1,l’enne­sima Tv, a Erbil, nel Kurdistan iracheno, tuttora bisognosa delle sue cure saltua­rie. Ma il Berlusconi francese da dieci an­ni ha cuore, testa, occhi e mani solo per la creatura che più d’ogni al­tra gli ha rapito l’anima. Si chia­ma Orto di Vene­zia, come il luogo dove nasce. Un vi­no bianco. L’uni­co che esce dal­l’unica cantina, aperta da lui, esi­stente nella città della Serenissi­ma. Appena 15.000 bottiglie l’anno. «Una sola terra può dare un solo vino».Per far­lo ha liberato dai rovi 11 ettari e su 4,5 ha messo a di­mora i vigneti che erano stati abban­donati dal XVI se­colo. «Ho creato il mio paesaggio». Insomma, ha fat­t­o ancora una vol­ta il creativo, il me­s­tiere che gli è riu­scito meglio nella vita. Thoulouze è partito da una mappa set­tecentesca su cui c’era scritto «Vigna del Nobil uomo». Ha speso un patrimonio e chiesto aiuto ai suoi amici Alain Graillot, artefice in Côtes du Rhône del superbo Crozes Hermitage («“Produrre un vino a Venezia? Ma tu sei pazzo!”, è stata la sua prima reazione quando gli ho esposto il mio progetto»), e Claude Bourguignon, agronomo di Romanée Conti in Borgo­gna, che prima di fargli piantare le vigne gli ha ordinato di preparare i terreni semi­nando per tre anni orzo, sorgo e avena, se­condo il metodo «duro su duro»e cioè sen­za dissodare: «Mai un segno d’aratro,mai fertilizzanti chimici, mai diserbanti». A Sant’Erasmo lo conoscono tutti e tutti lo chiamano per nome. Idem a Venezia. Potete fare voi stessi un test dal tabaccaio di piazzale Roma, appena fuori dal garage comunale. Provate a comprare qualche pacchetto di Gitanes senza filtro e quello vi chiederà:«Sono per Michel?».La canti­na dell’Orto, di un rosso squillante,si tro­va vicino all’imbarcadero dove attracca il vaporetto. Accanto sorge, un po’ malri­dotta, la Casa Bianca, è così che viene chia­mata, e il verbo sorgere pare quello giu­sto, trattandosi del più alto edificio della laguna di Venezia. Alto si fa per dire: due piani oltre il pianterreno, il secondo dei quali occupato da un’immensa stanza con 14 finestre. Apri gli scuri , le imposte di legno, e lo sguardo spazia a 360 gradi su terra e mare. Da fermare il respiro. Ci arri­vi salendo una scala di gradini smussati dai piedi di intere generazioni. Sul primo pianerottolo è incorniciata una lettera au­tografa di Napoleone Bonaparte, giusto per ricordare do­v­’è nato il proprie­tario, che però si dice fiero di paga­re le tasse in Italia fin dal 2000. «So­no stati i contadi­ni a darmi l’idea: “Ma lo sai, Mi­chel, che hai com­prato la più bella terra dell’isola?”, mi dicevano. Io manco lo sapevo. Per loro è un crimi­ne vedere anche una sola zolla ab­bandonata. Fino a ieri gli unici fila­ri di vigna erano quelli appena fuo­ri dalla porta di ogni casa, dai qua­li gli ortolani rica­vano il vino di fa­miglia. Mi hanno regalato qualche bottiglia, racc­o­mandandomi: “Tienila in frigori­fero”. Perché?, ho chiesto io. “Altri­menti scoppia”». L’abitazione di Thoulouze è a cinque minuti di Ape dalla cantina.L’ha ristrutturata sullo stile dei ca­soni in cui amava appostarsi Ernest He­mingway per la caccia all’anatra. Una por­zione del tetto è ancora in canna palustre. Alla parete del salone è appeso l’originale di una foto di Mario Giacomelli mai pub­blicata, il seguito della celebre serie di scat­ti dei «pretini» che danzano tenendosi per mano: alcuni sacerdoti cantano a squar­ciagola, uno suona la tromba e un altro l’armonium, il seminarista più giovane stappa una bottiglia di vino, dalla spallie­ra di una sedia pende una borsetta da don­na. Probabilmente una carnevalata. «Be­vono »,sintetizza Thoulouze.Il terrazzo al­la veneziana, tipica pavimentazione che si ottiene da un’unica gettata di graniglia e cocciopesto, è stato levigato con semi di grano anziché con lo smeriglio.«È una tec­ni­ca conosciuta solo dagli artigiani di San­t’Erasmo ». Thoulouze li ha mandati a fare la stessa cosa nelle tre case che il suo ami­co Philippe Starck ha comprato a Burano, dove l’anno scorso l’eccentrico designer ha voluto risposarsi per la seconda volta con Yasmine Abdellatif, un replay (in bar­ca) delle nozze celebrate a Parigi nel 2007. L’ex patron di Canal Plus ha avuto una vita sentimentale movimentata. La sua prima compagna è stata Martine Laroche-Joubert, la più nota reporter di guerra di France 2, l’ultima rimasta a Bagdad du­rante la guerra del Golfo, la prima a entra­re in Libia alla caduta di Muammar Ghed­dafi. Dalla loro unione è nato Constant, oggi ingegnere chimico. È durata sei an­ni. Poi è stato per altri sei con Kelly McGil­­lis, la protagonista di Witness - Il testimo­ne edi Top Gun . L’attrice adesso si occupa di un ristorante in Florida, nell’isola di Key West, il punto più a sud degli Stati Uni­ti, dove andavano in villeggiatura il presi­dente Harry Truman e il drammaturgo Tennessee Williams e dove Thoulouze aveva acquistato una villa di legno in stile vittoriano. Infine, a 50 anni, s’è sposato con Patricia Ricard, nipote del defunto Paul Ricard, creatore del Pastis, l’aperiti­vo alcolico a base d’anice divenuto uno dei simboli della Francia. La signora ha ereditato, insieme con la figlia Mathilde avuta da Thoulouze, il gruppo Pernod Ri­card, leader mondiale degli alcolici di pre­stigio che spazia dallo champagne Mumm al whisky Chivas Regal, fino al­l’amaro Ramazzotti. «Fu Mathilde, quan­do aveva 6 anni, a piantare il primo viti­gno dell’Orto sull’isola di Sant’Erasmo». Buon sangue non mente. Mi parli della sua famiglia d’origine. «Sono nato nel 1945 a Pézenas, nel sud della Francia, in Linguadoca. Mia madre Luce era casalinga, mio padre André ge­nerale dell’aeronautica. Fu addetto diplo­matico nelle ambasciate francesi di Ro­ma e di Londra. In realtà faceva la spia». La spia? «Esatto.Pilotava lo stesso aereo,il Morane-Saulnier,di Enrico Mattei.Ce n’erano solo diecialmondo,divelivolicosì.Ilpresiden-tedell’Enifinanz­iavailFrontediliberazio-nealgerinoemiopadredifendevagliinte-ressidellaFranciamitragliandonelMedi-ter aneo le barche che portavano armi ai guerriglieri. Di qui il sospetto che i servizi segreti parigini nel 1962 avessero organiz­zato l’incidente nel quale morì Mattei». Sospetto infondato? «Tanti anni dopo ne parlai con mio pa­dre, che era stato chiamato a Bascapè, nel Pavese, a esaminare i resti del Morane-Saulnier di Mattei. Mi giurò che lo schian­to non fu provocato da un attentato, bensì da un azzardo. Mentre infuriava un vio­lento temporale, il presidente dell’Eni spaventò il suo pilota, Irnerio Bertuzzi, in­giungendogli di atterrare a tutti i costi». Com’è arrivato alla televisione? «Da giornalista, dopo la laurea in econo­mia a Parigi. Sono stato inviato di France Télévisions, la Rai francese, e poi capo dei servizi giornalistici. È lì che ho conosciu­to Martine Laroche-Joubert». Presto lasciata per Kelly McGillis. «Insieme a Kelly, nel 1987, ebbi uno dei miei primi incontri ravvicinati con Vene­zia. Eravamo al Festival del cinema, do­v’era in concorso Accadde in paradiso , che lei interpretava con Timothy Hutton. Il regista Alan Rudolph ebbe la bella pen­sata di dichiarare in conferenza stampa che non amava il suo film e che avrebbe preferito partecipare con Moderns . Figu­rarsi Kelly, aveva un diavolo per capello. All’una dinotte decise che doveva fare un bagno nuda in mare per calmarsi. Cammi­nammo per un paio di chilometri sulla spiaggia del Lido. Non appena, completa­mente spogliata, stava per tuffarsi in ac­qua, clic, clic, clic, una grandinata di flash: i fotografi ci avevano seguito. Rientram­mo di­corsa all’ho­tel Excelsior, lei an­cora nuda e io in mutande. Le ten­ni le mie scarpe da­vanti alla faccia per impedire ai pa­parazzi di ripren­derla. Ma l’avven­tura peggi­ore capi­tò al Tokyo film fe­stival, dove gli or­ganizzatori le ave­vano imposto di presentarsi da so­la. “Posso portare il mio parrucchie­re personale?”, chiese. Certamen­te, le risposero. Ero io. All’arrivo i giapponesi mi ave­vano organizzato ungirodimostrati­vo presso i più ri­nomati coiffeur della capitale...». Perché s’è stabi­lito a Venezia? «Sul finire degli an­ni Novanta vivevo tra Milano e Pari­gi. Mia moglie con­tinuava a rimpro­verarmi: “ Non ne posso più di stare in ap­partamenti enormi. Voglio una casa pic­cola con una vista grande”. Mentre la por­t­avo a pranzo alla Locanda Cipriani di Tor­cello, siamo passati in motoscafo qui da­vanti. È stato un colpo di fulmine. Quattro anni di trattative. Nessuno sapeva fissare il prezzo della tenuta perché a Sant’Era­smo nessuno compra e nessuno vende». E adesso fa il vitivinicoltore. «Ho imparato dai miei amici contadini. Da secoli sfruttano un sistema di drenag­gio dei loro terreni molto originale. La bas­sa marea funziona da pompa naturale: quando il livello del mare si abbassa,ognu­no apr­e la chiavica del proprio canale e co­sì l’acqua piovana di troppo defluisce in la­guna. Non le dico l’emozione il giorno in cui il Magistrato alle acque mi ha conse­gnato le chiavi delle mie due paratoie». Che altro le hanno insegnato gli orto­lani di Sant’Erasmo? «“Michel, non affidarti agli enologi”. Ave­vano ragione. Il vino è solo uva fermenta­ta. L’enologo ci mette dentro tante cose per giustificare il suo compenso. Ne esce un vino tecnico.L’Orto è lavoro nei campi, non rettifiche in cantina. Sono andato a prendermi alcuni antichi vitigni nel più grande vivaio del mondo. Si tro­va a Rauscedo, in Friuli, e nessuno lo sa. Pensi che il primo vivaio del­la Francia fa 5 mi­lioni di barbatelle e lì ne producono 50 milioni. Una cattedrale della natura. Per fare il mio vino ho scelto 60 per cento di Malvasia istriana della costa dalma­ta, 30 per cento di Vermentino e 10 per cento di Fiano d’Avellino». Un vitigno «ter­rone » in lagu­na? Le brucia­no la cantina. «Il Fiano regala un vino molto stretto. Non è un vino puttana che ti dà tutti gli aro­mi e poi non ha niente dietro. Adesso l’Orto è co­nosciuto come la Malvasia del doge. Que­sto dicembre è il vino del mese nel risto­rante di Alain Ducasse all’hotel Plaza Athénée di Parigi, tre stelle Michelin». Quello dove il cenone di San Silvestro costa 1.250 euro a persona? «Eh, lo so, in Francia il ricarico sui vini è pazzesco, cinque volte il loro prezzo alla cantina. Nei ristoranti di Venezia un bic­chiere costa la metà della bottiglia, in quelli di Parigi costa come la bottiglia». Perché ha lasciato la Tv per il vino? «Non mi piaceva più l’ambiente.Era un de­lirio collettivo: “Puntiamo su Internet, è il futuro,ci farà ricchi”.Abbiamo speso cifre folli per comprare siti, anziché investire in canali e programmi migliori. Nel mio lavo­ro ho sempre cercato la perfezione. Se tu pensi ai soldi prima di pensare al prodot­to, è finita. I soldi vengono dopo. Ormai vi­viamo in un mondo virtuale, ma io conti­nuo a ritenere che la qualità valga più della quotazione in Borsa. Ho chiesto al cantie­re Amadi di Burano una topeta unica, di­pinta con i colori della Serenissima, rosso e giallo oro. Tre mesi di baruffe, perché so­stenevano di non esser capaci di fare il ros­so. Alla fine mi hanno detto: “Ne serve qualcossa come campion”. Allora ho capito. Gli ho portato una cassa di vino rosso e ho avuto la mia tope­ta . Adesso tutti in laguna vogliono la barca con i colo­ri di Venezia». Crede che il Mo­se vi­salverà dal­l’acqua alta? «L’acqua alta è per i turisti, che amano fotografar­si con gli stivaloni in piazza San Mar­co. Non la conside­ro una catastrofe. In Olanda hanno gli stessi problemi di Venezia e li han­no risolti da mez­zo secolo. Là le chiuse scendono, qui si alzano. Non so perché a Vene­zia sia stato scelto questo Mose che si solleva con l’al­ta marea. Quando io vedo una cosa che già funziona bene, in genere tendo a copiarla». Per fare una televisione che serve? «Lei mi chiama e mi dice: “Voglio una Tv”. E io gliela creo, partendo da zero. I curdi non sapevano nemmeno usare i compu­­ter, perché Saddam Hussein ne aveva proibitol’uso. Ora Kurd1 si può vedere in tutto il mondo. Le svelo un segreto». Dica. «Per lanciare una Tv, le conviene rivolger­si alle major statunitensi. Ha bisogno di Titanic ? Glielo noleggiano a 1.000 dollari. Invece gli europei per un film qualsiasi gliene chiederanno 15.000. Ecco perché il 60 per cento della televisione mondiale è fatto dagli americani: rinunciano a rapi­narti pur di aprirsi nuovi mercati». Però bisogna vedere che razza di televi­sione viene fuori. La sua Canal Jimmy, che si rivolgeva ai gay, fu censurata per volgarità dal Giurì della pubblicità. «Canal Jimmy ha rivoluzionato il linguag­gio. È stata la prima Tv a capire che l’avve­nire non era nel cinema, bensì nei serial di qualità, da Six feet under ai Sopranos . Avevamo una libertà incredibile. Un gior­no spegnemmo il canale per una settima­na dicendo ai telespettatori: “Fuori c’è bel tempo, uscite di casa”». Lei era nel con­siglio d’ammi­nistrazione di Mediaset. Co­me conobbe Sil­vio Berlusco­ni? «Lo incontrai quando Canal Plus nel 1997 ac­quistò il 90 per cento di Tele+, che era stata fon­data dal Cavalie­re ins­ieme con Vit­torio Cecchi Gori, Leo Kirch e altri soci. La prima im­pressione fu di avere davanti un imprenditore che la Tv non si limita­va a farla: la guar­dava. Non c’era angolo del palin­sesto che gli fosse ignoto. È impor­tante. Non tutti quelli con cui ho lavorato si mette­vano davanti al vi­deo la sera. Solo che Tele+ non era abbastanza italiana». In che senso? «Siete o no il Paese degli stilisti e dell’ele­ganza? Perciò commissionai i bumper del­la pay tv al designer Giorgetto Giugiaro. Non voleva saperne: “Ma io non ho mai fat­to un lavoro simile!”. Se sai disegnare una Maserati, lo rincuorai, vedrai che ti verrà bene anche il logo animato di Tele+». Che pensa del Berlusconi statista? «Un giorno l’amministratore delegato del Milan,Adriano Galliani,mi telefonò: “An­diamo a cena a Roma, vieni con tua mo­glie”. Andai. Non capivo perché usassimo un aereo del Cavaliere per volare nella ca­pitale. Appena atterrati, Galliani mi disse: “Passiamo prima a salutare Berlusconi”. Ma è il presidente del Consiglio, obiettai io, mica possiamo capitargli in ufficio co­sì, su due piedi. “Tranquillo,andiamo a ca­sa sua”. Il premier mi ricevette in pullover a Palazzo Grazioli. Gli presentai Patricia, conversammo a lungo.L’indomani chiesi alla mia segretaria, che conosceva l’Italia meglio di me: ma perché non mi ha chia­mato direttamente Berlusconi? Poteva dirmi: “Michel, devo parlarti, ti aspetto a Roma”.E lei mi rispose: “No,perché quel­la sarebbe stata una convocazione. Inve­ce così lei ha fatto un’improvvisata all’ami­co, non al presidente del Consiglio”.Fu un gesto di sensibilità istituzionale che ap­prezzai molto. L’Italia ha accollato al Cava­l­iere i debiti accumulati dai governi prece­denti. È stato ingeneroso farne il capro espiatorio della crisi economica mondia­le. La Francia non sta meglio dell’Italia ep­pure Nicolas Sarkozy nessuno l’ha tocca­to. E poi Berlusconi s’è adoperato molto contro le mafie, però pochi lo ricordano. Tutti i giorni un pezzo da novanta finisce in galera. Non era mai accaduto prima». E del Berlusconi privato che mi dice? «Mi voleva bene. Allo stadio San Siro acca­deva una scena straordinaria. Finiva la partita e tu dalla tribuna venivi sospinto, non si sa come né da chi,dentro l’ascenso­re. All’uscita ti mettevano su un’auto e fini­vi al ristorante L’Assassino,con Berlusco­ni seduto a capo tavola. Al brindisi si alza­va per salutare i commensali a uno a uno, ti sussurrava qualcosa all’orecchio e tutti a chiedersi: “Che gli avrà detto?”. Una do­menica avevo portato a San Siro lo scritto­re Sandro Veronesi. Siamo molto amici, s’è ispirato a me per la figura di Jean-Clau­de, il francese simpatico di Caos calmo . Gli ho detto:seguimi,non fiatare.E così s’è ri­trovato a cena - lui, di sinistra - con Berlu­sconi. Al termine era molto divertito: “È stata la serata più incredibile della mia vi­ta, come trovarsi in un teatro antico”». La televisione italiana le deve qualcosa? «Be’, prima che arrivassi io, sul piccolo schermo non avevate mai visto un calcia­tore in primo piano. Ho rivoluzionato il modo di filmare le partite. E poi ho messo fine alla schifezza dei film in cinemascope con le inquadrature tagliate. Oggi non c’è pellicola che non vada in onda nel forma­to originale in cui è stata girata. Ho anche modificato il comune senso del pudore». In che modo? «Col porno criptato, a pagamento, solo per gli adulti. Però non avrei potuto farlo senza il tacito consenso della Chiesa». Ma che cosa sta dicendo? «La verità. Informai la Conferenza episco­pale italiana che Tele+ stava per avviare la programmazione hard. Trovai ad ascoltar­mi un paio di vescovi comprensivi, non mi chieda i nomi perché non li ricordo. Illu­strai loro i vantaggi del male minore: me­glio se la sera i mariti stavano a casa, maga­ri a rifare con le mogli quello che vedevano in televisione, piuttosto che uscire per an­dare a prostitute, sfasciando le famiglie». Non posso crederci. «Vada a controllare: non troverà una sola presa di posizione ufficiale da parte della Cei contro i film a luce rossa in Tv. Sa chi fu l’unico che mi telefonò in­cazzato nero?». No, chi? Rocco Buttiglione? «Antonio Ricci. “È uno scandalo!”, urlava. Per forza, rovinavo la piazza alle veline scoscia­te di Striscia la no­tizia . Guardi, col porno a pagamen­t­o ho avuto proble­mi solo nei Paesi protestanti. Negli altri mai, a comin­ciare dal Belgio e dal Principato di Monaco, dove la religione cattoli­ca era culto ufficia­le dello Stato». Perché Tele+ fu venduta a Ru­pert Murdoch, che la fuse con Stream facen­do nascere Sky? «Perché Canal Plus aveva perso milioni di euro ne­gli investimenti dissennati sulla Rete». Che lei detesta. «Internet è un mondo frammentato. Non aiuta l’integrazione, né delle famiglie né delle nazioni. Si limita a sfruttare 2 miliar­di di solitudini. Sei di sinistra? Consulti siti di sinistra. Sei di destra? Consulti siti di de­stra. Sei giovane? Consulti siti per giovani. Non c’è più gente che la sera guarda la stes­sa cosa e il giorno dopo ne discute in uffi­cio o al bar. Come il pranzo e la cena:ognu­no mangia ciò che vuole all’ora che vuole, genitori e figli non stanno insieme neppu­re a tavola. La Tv univa, il Web divide». Detesta anche Murdoch. «Io di questo magnate australiano non mi sono mai fidato. Fin da subito dichiarai che era un monopolista. I fatti mi hanno dato ragione. Lui ha la sua major, che si chiama Fox e fa programmi di ottima qua­­lità, niente da dire, ma non lascia spazio a nessun altro. Finché il responsabile inter­nazionale di Canal Plus sono stato io, Mur­doch non ha mai messo piede in Europa. Un giorno m’invitò a pranzo nella sua ca­sa di Londra. Mi chiese di aiutarlo a entra­re nel mercato tedesco. Ok, gli risposi io, a patto che tu ci lasci entrare nel mercato americano. Non arrivammo al dessert». Che cosa apprezza negli italiani? «Il modo in cui difendono le loro eccellen­ze. Sono stupito dalla qualità delle azien­de familiari. Siete molto più attrezzati del­la Francia per superare la crisi. In Francia lo Stato è ricco e la gente povera, in Italia la gente è ricca e lo Stato povero. A Tele+ decisi di affiggere il mio stipendio in ba­checa. I miei collaboratori restarono di stucco quando videro che versavo il 55 per cento di tasse al mio Paese». E un difetto che non sopporta? «La cultura del ricatto. “Ti do questo, ma tu devi fare quest’altro”. Forse viene dai Romani. Do ut des ». L’euro ce la farà a superare la bufera? «Tutto questo casino non serve né a salva­re la Grecia né a salvare l’Italia, bensì gli imbecilli delle banche che già ci avevano messo in crisi con i subprime. La Banca centrale europea non ha prestato il dena­ro agli imprenditori per rilanciare l’eco­nomia, ma per comprare bond dei Paesi più fragili, e ora tutte le banche si ritrova­no imbottite di spazzatura». Come se ne esce? «Tornando all’economia reale. Che mi frega se la Borsa crolla? Oggi ho prodotto qualcosa, ho pagato i dipendenti, ho crea­to reddito. Qui il problema è il lavoro che tuo figlio e mio figlio non riescono a trova­re, altro che i mercati! Siamo governati dai capi della Bce, della Federal Reserve, del Fondo mone­tario, tutta gente che non abbiamo mai eletto». Qual è il suo ruo­lo in azienda? «Lavoro nella vi­gna. A primavera tolgo i rami di trop­po. Tocchi qua». (Mi porge l’indice della mano de­stra, deformato da una callosità vi­stosa). «Lo faccio solo la sera, quan­do tutti se ne sono andati, perché non voglio che mi vedano inginoc­chiato per terra. A volte sono così stanco che mi ad­dormento appog­giato ai filari». Che cos’ha il vi­no che la Tv non ha? «Ma sono identi­ci! L’Orto di Vene­zia non esisteva, l’ho dovuto trarre dall’acqua, come le reti e i program­mi dall’etere. L’unica differenza è nei tem­pi. Un canale satellitare si mette in piedi in sei mesi. Per vedere la mia prima botti­glia ho dovuto aspettare sei anni. Io pensa­vo a un vino da consumare nell’arco di 12 mesi. Invece è venuto così ricco di strutt­u­ra e di mineralità che migliora se lo stappi dopo due anni. Segno che ha trovato il suo terroir .Un po’ mi sono depresso:vuol dire che la terra è più importante dell’uo­mo. Beviamo un’ombra, adesso?».