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 2011  dicembre 19 Lunedì calendario

Nietzsche, Superuomo dall’animo candido - Natale in solitudine e in­torno al collo una «ca­tena » di capelli intrec­ciata da sua madre, unico legame con la famiglia lon­tana

Nietzsche, Superuomo dall’animo candido - Natale in solitudine e in­torno al collo una «ca­tena » di capelli intrec­ciata da sua madre, unico legame con la famiglia lon­tana. Così Natale «è riuscito ad es­sere un giorno di festa », scrive Frie­drich Nietzsche ai suoi famigliari raccontando il suo Natale solita­rio a Nizza, nel 1885. Nell’aprire il pacco dei famigliari, l’impazien­za di scartare i doni e la sua vista precaria gli giocano un brutto scherzo: sgusciano via i soldi che gli ha mandato sua madre. «Perdo­nate il vostro animale cieco », scri­ve a sua sorella, e poi spera che i soldi li abbia raccolti «una povera vecchietta e che abbia così trovato per strada il suo “Gesù bambi­no” ». Voi pensate al Superuomo ma trovate nelle sue lettere la grandez­za di un pe­nsiero unita alla dolcez­za di un animo delicato, che si pre­occupa di comprare un anellino per donarlo alla piccola Adrien­ne, una bambina a lui molto affe­zionata a Sils-Maria. È umano troppo umano, Nietzsche, nel suo Epistolario 1885-1889 , uscito ora da Adelphi (pagg. 1358, euro 100). Tenero quando scrive a sua ma­dre e chiede «cassettine di viveri», prosciutti salmonati, di cui vive per settimane intere, salami non secchi, fette biscottate e calze, ve­stiti, firmandosi «la tua vecchia creatura». Tenero quando con i suoi risparmi fa ricoprire con una gran lastra di marmo la tomba di suo padre, pastore; là, dice, verrà sepolta anche sua madre. Tenero quando sbaglia treno e anziché andare a Torino si ritrova a Geno­va e soffre non tanto per il tempo perduto, che anzi è l’occasione per ritrovare il fascino di Genova («Me ne sono andato in giro come un’ombra in compagnia solo di ri­cordi »), ma per il biglietto del tre­no che ha dovuto ricomprare. Lui, modesto pensionato-baby del­l’università di Basilea, con cronici problemi di salute che attribuisce al clima. La sua vita, e in parte il suo pensiero, sono meteoropatici e partoriscono una geofilosofia le­gata al sole e alla luce, amante del sud. Qui definisce il suo Zarathu­stra , il libro più meridionale e più orientale che esista. «La compati­sco nel suo nord », scrive al danese Brandes, «a Pietroburgo sarei un nichilista, qui a Nizza, credo nel sole, come ci crede una pianta... Dio fa risplendere il sole più bello su di noi fannulloni, filosofi e gre­cs ». La filosofia s’intreccia ai luo­ghi e alla salute, che dipende dal clima. Una pianta per Nietzsche esprime il genius loci .In questa lu­ce immagino l’emozione di Nietz­sche quando riceve da Atene una foglia d’alloro e una di fico dal luo­go in cui c’era l’accademia di Pla­tone, come scrive in una lettera. Di Nietzsche che passeggia nel novembre del 1885 sui Lungarni in Firenze, c’è la testimonianza precoce di un bambino. È Giovan­ni Papini. Ricorda in Passato remo­to che era a passeggio con sua ma­dre e «un uomo che portava lenti molto grosse e due baffi enormi: la faccia era larga e carnosa ma gra­ve e un po’ triste» accarezzò i suoi riccioli biondi. Lo riconobbe poi da adulto in una fotografia. Era Nietzsche e l’epistolario confer­ma che in quei giorni era proprio a Firenze. Ricordando quella carez­za, Papini scrisse: «Il futuro scritto­re della Storia di Cristo fu sfiorato un istante, in un chiaro tramonto d’autunno, dalla mano che scris­se l’ Anticristo». È struggente l’epistolario di que­sto homeless d’eccezione, pensa­tore ambulante, filosofo randagio nella sua piccola povertà, prima che sopraggiunga la notte della pazzia. La sua modesta contabili­tà per sopravvivere, le sue stanze piccole e fredde, la stufa che porta con sé, il suo amore del sole e la sua fotofobia. E la sua abissale soli­tudine: «la mia disgrazia è che non ho nessuno... Quasi tutti i miei rapporti umani sono nati da attacchi di solitudine... È assoluta­mente orribile essere soli fino a questo punto... una vita da cani». Ma la sua è anche solitudine d’au­­tore, nell’assoluta incomprensio­ne del suo tempo. «I miei libri pas­sati senza quasi lasciar traccia». Lo vedi solo, al freddo, che scrive disperatamente, stampa i libri a sue spese e vendono poche deci­ne di copie. Poi si fa il suo tè con le fette biscottate, raziona i suoi cibi, goloso di cioccolata e gelati... Vor­resti fargli sentire il fiato postumo dei suoi amici e lettori. Vorresti ri­spondere alle sue lettere e raccon­targli la gloria di dopo e il ricono­scimento della sua grandezza. È euforico Nietzsche quando sente che George Brandes in Danimar­ca fa conferenze su di lui con 300 ascoltatori. Lo ripete a tutti i desti­natari delle sue lettere. E poi espri­me gratitudine a Brandes per aver­gli ridato il gu­sto di esistere, anzi per avergli dimostrato che «sto viven­do ». E gli procu­ra­una sua foto­grafia, che Brandes gli ha richiesto per farlo conosce­re ai suoi esti­matori remoti. Nietzsche con­di­vide la defini­zione del suo pensiero che ne dà Brandes: radicalismo ari­stocratico. In una lettera a Koselitz, scri­ve: «Nobile è l’aspetto frivo­lo mantenuto per maschera­re una stoica durezza e aut­o­costrizione. Nobile è muo­v­ersi lentamen­te, sotto tutti i ri­guardi, anche la lentezza del­lo sguardo. No­bile è eludere i piccoli onori, e la sfiducia in chi loda con fa­cilità. Nobile è il dubbio sulla possibilità di aprire il pro­prio cuore; la solitudine in quanto scelta e non data (...) che si vive qua­si s­empre trave­stiti, si viaggia per così dire in inco­gnito, per risparmiare molti imba­razzi; che si è capaci di otium...». «Temo di essere troppo musicista per non essere romantico. Senza musica per me la vita sarebbe un errore». Discutevamo animatamente una sera con Sossio Giametta, il suo principale traduttore, se Nietzsche fosse un filosofo, come io sostenevo, o un moralista, co­me sosteneva lui. Risponde l’inte­r­essato tramite una lettera a Bran­des: «Se sono filosofo? Ma che im­porta!... ». Poi le sue auto-esaltazioni, un caso di fondata mitomania, il cre­dersi destinato a lasciare un se­gno nel mondo, ripeterselo in soli­tudine, ma esserlo poi veramen­te. Follia e lucidità si intrecciano nelle ultime lettere, fino agli estre­mi biglietti della follìa, prima di impazzire a Torino. Alle soglie del tragico inverno del 1889 scrive «Sono molto contento di avere l’inverno libero».Libero da impaz­zire.