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 2011  dicembre 19 Lunedì calendario

Un uomo di teatro che fece della storia la propria opera - La storia di Vaclav Havel ricorda per al­cuni aspetti quella di Karol Wojtyla

Un uomo di teatro che fece della storia la propria opera - La storia di Vaclav Havel ricorda per al­cuni aspetti quella di Karol Wojtyla. Uomi­ni di teatro, finirono per fare della Storia il luogo destinato della loro opera. Tutta l’opera drammaturgica di Havel sembra infatti precedere misteriosamente la bio­grafia successiva, muovendo verso di es­sa. I testi haveliani, dall’iniziale adesione alla maniera del cosiddetti «scrittori del­l’Assurdo » (definizione coniata da un criti­co alla fine degli anni Cinquanta e mai ac­­cettata dai protagonisti), si spostarono verso un linguaggio più diretto e introspet­tivo, con una rappresentazione sempre più realistica dei rapporti di potere che re­golano l’intera società, soprattutto là do­ve essa debba far fronte agli anticorpi del Dissenso. Havel fu sempre drammaturgo borderli­ne , sempre in odore di dissenso. Il carcere non lo ammorbidì, anzi: fu proprio quel­l’esperienza a renderlo consapevole che la sola assurdità, per un intellettuale ceco tra gli anni Sessanta e Settanta, sarebbe stata ritirarsi in un impegno estetizzante. Del periodo post-prigionia ricordo Largo Desolato , dove un intellettuale dissidente attende da un momento all’altro l’arrivo della polizia ormai sulle sue tracce, ma in­tanto deve aprire la sua porta a diversi co­noscenti, i quali- tutti- non fanno che ripe­­tere, nel rapporto con lui, gli stessi schemi della polizia: insinuazione, sospetto, di­scredito. Quest’idea di un potere diffuso, di una polizia che si identifica con la socie­tà stessa e i suoi meccanismi, riporta curio­samente al lavoro che, in Francia, stava compiendo sul piano teorico un filosofo solo apparentemente distante da Havel: Michel Foucault. E se in un testo successi­vo, l’atto unico L’udienza , la scrittura di Havel si sposta su toni più esistenzialisti (un intellettuale dissidente impiegato in un birrificio ha una terribile, decisiva con­versazione con il suo capo ubriacone), va rilevata una profonda unità tra queste ope­re più spiccatamente dissidenti e l’opera precedente,dove l’autore sembra preferi­re il gioco linguistico, come in Circolare , dove il potere della casta dominante di­pende dalla conoscenza di una strana lin­gua artificiale, il ptydepe. Il potere non sta infatti solo nella capacità di impedire, vie­tare, disporre, ma anche nel modo di ordi­nare la lingua e il pensiero: il miglior mo­do per impedire di fare qualcosa è farne un’altra in sua vece. La creazione di una lingua esclusiva è uno strumento di op­pressione. Tutti gli aspetti del teatro di Havel, tutta­via, risulteranno perfettamente riuniti nel capolavoro dello scrittore e statista praghese, non testo drammaturgico ma pamphlet- ossia: dramma da recitare non più sulle tavole di un teatro ma dentro la società, da urlare nelle strade, da insegna­re clandestinamente nelle università. Ti­tolo: Il potere dei senza-potere (uscito nel 1975). In questo testo straordinario il fondato­re di Charta 77 descrive il sistema della menzogna nel mondo post-totalitario. Ce­leberrima rimane l’immagine del frutti­vendolo che, come tutti, espone la scritta «Proletari di tutto il mondo, unitevi» non perché questa frase significhi ancora qual­cosa ( nessuno ci credeva più da tanto tem­po) ma perché ancora fa funzionare il si­stema del potere sociale in un Paese comu­nista. Il suo senso sta solo nel fatto di esse­re esposta, pena la perdita del lavoro. E spero vivamente che questo grande te­sto possa tornare disponibile per tutti. La sua lettura è più attuale che mai non solo perché quei meccanismi non sono certo fi­niti con la fine del comunismo, ma perché il grido di libertà che innalza ci ricorda che la persona umana non è un prodotto dello Stato o dei meccanismi sociali nei quali na­sce e si muove, ma è qualcosa di più: quel di più che, una volta negato, rende vuoto e formale ogni appello alla libertà.