FRANCESCO GILIOLI CECILIA PIERAMI, La Stampa 19/12/2011, 19 dicembre 2011
Don Mazzi: “Erika andrà a insegnare in Madagascar” - Il futuro di Erika è dietro una cattedra»
Don Mazzi: “Erika andrà a insegnare in Madagascar” - Il futuro di Erika è dietro una cattedra». Don Mazzi non è impreparato. Ha l’esatta percezione di quello che le sue parole susciteranno. Non se ne cura. Il fondatore della comunità Exodus giura di aver assistito alla redenzione di Erika De Nardo, da feroce assassina a missionaria di cultura. Non cerca il paradosso il sacerdote che cura i tossicodipendenti, non vuole stupire con le parole. Il suo è un progetto definito, lineare, realizzabile. «Me lo ha confidato senza imbarazzi - afferma - lei si vede insegnante. È questo il mestiere che vorrebbe fare. In carcere si è laureata in Filosofia, vuole mettere il suo sapere a disposizione degli altri». La confidenza di una giovane omicida, diventata donna in comunità, per don Mazzi è già un progetto di vita. E gli brillano gli occhi mentre predispone lo scudo alle critiche, mentre si prepara a confutare le perplessità di chi non ha dimenticato. «Secondo me può fare l’insegnante: in questi anni di comunità le sono stato vicino, ho capito che quella può essere la sua vocazione». Per don Mazzi è tutto tremendamente semplice, logico, consequenziale. I luoghi comuni sono fatti per essere sfidati. Come le rigidità di chi ha sempre ragione. «L’insegnante, certo, ma non in Italia. Qui sarebbe difficile accontentarla, persino proteggerla. Per questo voglio mandarla in Madagascar. Ad attenderla ci sono seicento bambini che hanno bisogno di cura, di alfabetizzazione, di essere seguiti. Hanno bisogno di una come Erika». Non vive sulla luna, don Mazzi. Intuisce che il suo progetto susciterà vespai. «Sì sì lo so cosa diranno. Ma come? Deve insegnare proprio una che ha ucciso la madre e il fratello? Siamo impazziti? Non può starsene buona in comunità. Non può stare zitta per sempre? Invece io vi dico che non sono impazzito. Io credo che quello sia il suo destino. Ne ho la percezione, analizzando la sua storia, il suo vissuto. Ne ho già parlato anche al magistrato». Per don Mazzi Erika non è la spietata assassina che ha distrutto una famiglia. La Erika delle cronache dei giornali, degli aggettivi grondanti sangue e indignazione, non è mai esistita. «Quando ha ucciso non era lei - assicura don Mazzi - era alterata. Le sostanze hanno ucciso per lei». Non pronuncia il termine droga, ma non lascia spazio a interpretazioni. Non c’è sottovalutazione nelle sue parole, ma la profondità di chi ha compreso. «In questo momento è a casa sua, con il papà. Almeno questi giorni di festa, li ha voluti trascorrere in famiglia. Ma tornerà nella mia comunità, per fare volontariato. E tra 5 o 6 mesi sarà pronta per la sua missione». Quando parla del padre di Erika, gli occhi hanno uno scarto verso il cielo, sorride, si rimbocca le maniche della camicia. «È una persona straordinaria. Non ha mai avuto bisogno di perdonare sua figlia, semplicemente perché non si è mai posto il problema. Gli sono stato vicino, gli ho offerto il mio aiuto e lui si é confidato. Non deve perdonarla: è sua figlia». L’impressione che il prete suscita è di un uomo senza dubbi. Il percorso di redenzione compiuto da Erika in comunità, per don Mazzi, é giunto a compimento. «Erika mi ha detto che vorrebbe vedere suo padre felice, che quell’uomo non può perdere tutta la vita dietro a sua figlia. Erika vorrebbe che suo padre si rifacesse una famiglia. E anch’io ho un desiderio: quello di sposare, spero presto, questo uomo meraviglioso. Poco prima di rientrare a casa Erika mi ha sussurrato: ho detto a papà che non riesco a capire come possa essere successo. Io che non ho neppure il coraggio di uccidere una mosca ho sterminato la mia famiglia». Don Mazzi è sicuro che ce la farà, che Erika riuscirà a ritagliarsi un ruolo, uno spazio, una missione. Su un punto, il sacerdote non ammette cedimenti. «Omar non lo deve più vedere. Non voglio assolutamente che si incontrino. Io non ce l’ho con lui, ma, chi, come me, ha a che fare con la tossicodipendenza, queste cose le sa bene. Chi ne è uscito non deve più frequentare le persone con le quali in passato condivideva questa condizione di alterazione. Non si frequentano di nuovo le persone con le quali si sono commessi reati». Ma non è Omar il pericolo per Erika. Le insidie hanno altre forme. «Ho lo stesso timore di suo padre: che possa ricascarci, che la droga ritorni nella sua vita. Non si deve distruggere di nuovo. Meglio l’Africa, meglio una cattedra in Madagascar».