MARCO ZATTERIN, La Stampa 19/12/2011, 19 dicembre 2011
“Non c’è alternativa alla politica del rigore” - C’è un momento in cui i due inviati del Financial Times gli chiedono se, alla luce dei piani di austerità «molti aspri», non sia corretto pensare che «alcuni paesi si trovino a tutti gli effetti nella prigione dei debitori»
“Non c’è alternativa alla politica del rigore” - C’è un momento in cui i due inviati del Financial Times gli chiedono se, alla luce dei piani di austerità «molti aspri», non sia corretto pensare che «alcuni paesi si trovino a tutti gli effetti nella prigione dei debitori». L’espressione di Mario Draghi si può immaginare impassibile. La risposta è scritta sul giornale. Secca: «Voi vedete un’alternativa?». Lui non la vede. Nella prima intervista dopo un mese e mezzo alla presidenza della Bce, l’ex governatore della Bankitalia batte un ferro a lui ben noto, quello del rigore e delle riforme. «Non discuto che il consolidamento porti ad una frenata dell’economia nel breve termine, ma non ci può essere un compromesso fra austerità fiscale e strategie per la crescita - spiega Draghi -. Devono andare mano nella mano. Ogni paese ha la sua strada da seguire. Per alcuni, la situazione sarebbe insostenibile pure se fossero fuori dall’eurozona e potessero svalutare. Avrebbero un sollievo temporaneo e una inflazione più alta». Guarda all’Europa che cerca di togliersi dai guai, e gli regala qualche preoccupazione in più sul fronte della liquidità che ancora latita sul mercato del credito. Oggi Draghi sviscererà il tema al parlamento europeo. Al quotidiano economico britannico ricorda però «le significative decisioni prese la scorsa settimana dalla Bce». Il taglio di 0,25 dei tassi; le operazioni di finanziamento a lungo termine, le prime con respiro triennale; il coefficiente minimo di riserva minimo dimezzato; la decisione di agire da agente del Fondo salvastati dell’Ue (Efsf). «L’obiettivo è allentare la pressione sull’attività di finanziamento delle banche - assicura l’uomo dell’Eurotower -. Decideranno loro cosa farne, ma una delle aspirazioni è che finanzino l’economia, sopratutto le piccole e medie imprese, che hanno difficoltà maggiori». Un’altra cosa che potrebbero fare, «in piena indipendenza, è comprare titoli del debito sovrano». Anche se «non sarebbe certo l’equivalente dell’azione della Bce». Dal tono del colloquio si capisce che Draghi ha voglia di essere ottimista. Lo richiede il ruolo e il momento. Dieci giorni fa l’Ue ha giocato la carta di un nuovo patto intergovernativo per blindare la moneta unica. Oggi i ministri economici cercheranno si dargli un senso più concreto. il presidente della Bce rileva che nel 2012 «potremmo avere un significativo rallentamento dell’economia in diverse parti del mondo. Però abbiamo effettuato un ampio lavoroper il migliore funzionamento dell’unione economica. Dovremmo trarne elementi di fiducia». Per ricostituire la credibilità perduta, Draghi offre quattro carte, coerenti col Consiglio Ue. Politiche nazionali di rigore, Patto di Bilancio, una migliore «protezione antincendio» (ecco l’Efsf «pronto in gennaio») e riforme strutturali. L’accordo Ue del 9 dicembre gli pare positivo «quale primo passo verso regole di bilancio più vincolanti in via preventive, è a nuova qualità». La Bce aiuterà l’Efsf? «Noi dobbiamo agire nel nostro mandato». C’è anche qualcosa che non torna. Il banchiere centrale ammette che gli stress test sul credito non hanno funzionato come atteso, sarebbe stato meglio farli con l’Efsf in funzione così da ridurre l’effetto negativo della crisi dei debiti. «Non ha funzionato l’ordine dell’azione e io non direi che è colpa dell’Eba». La conseguenza ci riporta alla liquidità. Il modo in cui si è agito potrebbe convincere le banche a migliorare i loro coefficienti di capitali vendendo asset o riducendo la liquidità. «La seconda opzione è la peggiore. I regolatori hanno sconsigliato di farlo. Spero che gli istituti seguano questo consiglio».