FRANCESCO GUERRERA, La Stampa 18/12/2011, 18 dicembre 2011
WALL STREET FUORI DALL’INFERNO
A chi gli chiede se ha visto un film per la Tv uscito da poco sul collasso di Lehman Brothers, il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke suole rispondere, con un sorriso amaro, «Ho visto l’originale». Il banchiere centrale americano, che nella pellicola della Hbo è impersonato da Paul Giamatti, potrebbe però essere l’artefice di un lieto fine per il film dell’orrore intitolato; «Made in the Usa: genesi di una crisi».
Il Paese che ha causato il terremoto finanziario del 2008-2009, spingendo il resto del mondo in una recessione lunga e severa, si sta scuotendo dal suo torpore. La ripresa sarà lenta, difficile e non garantita ma, di questi tempi, i mercati e la gente prendono quello che possono. «Beggars can’t be choosers» «I mendicanti non si possono permettere di rifiutare l’elemosina», mi ha detto l’altro giorno un banchiere di Wall Street che non è proprio un esperto in campo di mendicità ma che di finanza ne capisce. Con l’Unione Europea in stato quasi comatoso, il Giappone in ristagno permanente e persino la Cina malaticcia, il fatto che gli Usa stiano dando segnali di vita è quasi un miracolo. Un miracolo che, se trasformato in realtà prima delle presidenziali del novembre 2012, terrà i traslocatori ben lontano dalla Casa Bianca di Barack Obama.
Vista dall’alto, l’economia americana si sta muovendo nella direzione giusta e i grandi numeri sono amici di Bernanke ed Obama. Il Pil sta accelerando: da una crescita dell’1,3 per cento nel secondo trimestre al 2 per cento nel terzo periodo, a più del 3 per cento negli ultimi tre mesi dell’anno, secondo le ultime stime.
Iconsumatori americani hanno ricominciato a spendere e a dimostrare più fiducia nei propri mezzi finanziari – un fattore cruciale per le sorti dell’economia. E le società hanno ripreso a vendere beni e servizi e ad assumere impiegati dopo anni di tagli e licenziamenti. La disoccupazione – la grande piaga che ha afflitto l’America e la presidenza di Obama – è ai livelli più bassi dal marzo del 2009 mentre il dollaro è vicino ad un record annuale nei confronti dell’euro.
A Wall Street, i mercati finanziari, nonostante il caos creato dall’Europa, hanno retto, un buon segno per investitori e piccoli risparmiatori che pregano al San Dow Jones perché preservi le loro pensioni.
Persino a Detroit, la bistrattatissima città dell’automobile che era stata data per morta, si parla di rinascita, con Ford, Chrysler e General Motors che riportano vendite rispettabili. Anche la Fed di Bernanke, che di solito non si sbilancia in pubblico, ha dovuto ammettere le buone notizie. Dopo il loro ultimo incontro del 2011 la settimana scorsa, i governatori della Fed hanno rilasciato un comunicato che, tradotto dal burocratese, è positivo. «L’economia sta crescendo in maniera graduale, a dispetto di una decelerazione dell’economia mondiale», hanno detto, nel loro stile inimitabilmente piatto.
L’unica grinza in questo ragionamento è che la Fed ha una visione economica da elicottero. Al pian terreno, gli Usa non sembrano completamente guariti. Basta farsi un giro per certe zone della Florida o della California per capirlo. Le case vuote, i cartelli «For Sale» sbiancati dal sole e arrugginiti dall’attesa di compratori che non arrivano. I negozi sbarrati e il crimine in aumento. I disoccupati agli angoli delle strade con una sigaretta in bocca e quasi niente in tasca.
Non sono immagini di un’economia in salute, di un Paese in piena ripresa, pronto ad uscire dalle sabbie mobili di una crisi finanziaria che lo attanaglia da anni.
A questo punto, a chi si deve credere? Ai numeri positivi e le parole melliflue di Obama o alle fotografie da incubo provenienti dall’hinterland?
Purtroppo ad entrambe: sono due facce delle sofferenze dell’economia più grande del pianeta. Per i prossimi anni, la ripresa Usa sarà un Giano Bifronte. Nessun Paese può sprofondare in una crisi come quella vissuta dall’America degli ultimi anni e uscirne indenne. Soprattutto se il governo si ostina ad indebitarsi come fosse un quindicenne con la prima carta di credito. Prima o poi, i debiti si debbono pagare, come l’Europa ha scoperto sulla propria pelle.
Gli Usa sono nel Purgatorio economico, non in Paradiso. Meglio dell’Inferno europeo – dove la recessione c’è e si vede ma non in un equilibrio stabile che permetta a mercati e gente comune di tirare un sospiro di sollievo. Certo, la disoccupazione è calata, ma solo dal 9 all’8,6 per cento – un livello troppo alto per un Paese industrializzato. E, con il mercato immobiliare moribondo, la predizione più realistica è che nel 2012 gli Usa cresceranno del 2 per cento e solo grazie allo Zio Ben, che tiene i tassi d’interesse bassissimi.
Come sempre nel campo economico, tutto è relativo. Ad agosto – l’agosto terribile del «downgrade» del debito Usa, del panico dei mercati stretti tra l’incudine dell’America e il martello dell’Europa – non si parlava d’altro che di «doppio tuffo» nella recessione. Alcuni gufi addirittura evocavano lo spettro della stagflazione – contrazione economica accompagnata da inflazione – il peggio di tutti i mondi possibili. Ora di tuffi non parla più nessuno e le uniche metafore acquatiche che si sentono a Wall Street parlano di trampolini: usare i primi segni di una ripresa economica per spiccare il volo.
Ed è qui che il lavoro degli economisti finisce e quello degli psicologi incomincia. Gli Usa sono al bivio. Se l’economia ricomincerà veramente a tirare, o continuerà a vivacchiare, dipenderà in gran parte dagli «spiriti animali» di Keynes. Se investitori, consumatori ed aziende si «sentono bene» e continuano a spendere e spandere senza farsi spaventare da fattori esterni; se l’Ue smette di danzare sul precipizio e disastri naturali e umani (terremoti, guerre, tsunami) non aumentano paure e paranoie, gli Usa avranno una chance di recuperare il terreno perduto e, forse, di trainare l’economia mondiale verso un futuro più roseo.
Purtroppo non ci sono garanzie perché la psiche americana – forgiata dall’ottimismo e dallo spirito di frontiera – è stata minata, forse irreparabilmente, da avversità politiche e stenti economici che pochi si aspettavano in questo Paese.
Come scrisse un giovane candidato presidenziale di colore del 2006, l’America deve ricatturare «l’audacia della speranza». Negli ultimi cinque anni, c’è stata poca audacia e poca speranza negli Usa, a cominciare dalla Casa Bianca. Il film di Bernanke ed Obama è ancora in corso. Nessuno si può permettere un finale alla Dario Argento.
Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del Wall Street Journal a New York. francesco.guerrera@wsj.com