LAURA ANELLO, La Stampa 18/12/2011, 18 dicembre 2011
“La mia vita da fantasma per onorare don Puglisi” - Un amore? È difficile. Perché ogni volta sono appeso a un dubbio: dico la verità o no? Una volta che ho rivelato chi ero alla mia donna, l’ho vista alzarsi, aprire la porta di casa e andarsene per sempre»
“La mia vita da fantasma per onorare don Puglisi” - Un amore? È difficile. Perché ogni volta sono appeso a un dubbio: dico la verità o no? Una volta che ho rivelato chi ero alla mia donna, l’ho vista alzarsi, aprire la porta di casa e andarsene per sempre». Lui un tempo si chiamava Giuseppe Carini ed era un bel ragazzo del quartiere palermitano di Brancaccio, impasto di mafia e cemento. Ora il suo nome è segreto, come la sua città, il suo lavoro, la sua vita. È un testimone di giustizia, uno dei 50 in Italia, gente normale che si trova ad affacciarsi per caso sull’abisso dell’illegalità. E che, anziché far finta di niente, decide di parlare per amore di verità e giustizia. Lui, cresciuto in una famiglia in odor di mafia, allenato a portare in giro volantini elettorali degli amici degli amici, cambiò vita quando diventò teste chiave nel processo agli assassini di don Pino Puglisi, il parroco ucciso a Brancaccio il 15 settembre del ‘93 e per il quale è in corso la causa di beatificazione. L’altro giorno è tornato a Palermo, a 42 anni, dopo 16 di lontananza. Nel camerino del teatro Biondo, dove partecipava alla cerimonia del Premio intitolato al prete-coraggio, ha riabbracciato gli amici pionieri di quella storica stagione antimafia. Risate, lacrime, pacche sulle spalle, mentre i carabinieri dei Ros lo rimproveravano senza convinzione: «Che cos’è tutto questo casino? Fate piano». Poi un militare gli ha passato il mephisto e lui, con il viso coperto, è andato sul palco a raccontare la sua «esperienza di fede, di riscatto civile, di impegno quotidiano, accanto a don Puglisi». Tutto partì da lì, da quel sacerdote umile e testardo che combatteva per i bambini; che disse «me l’aspettavo» ai killer che gli spararono il giorno del suo compleanno, come ricostruisce il giornalista Francesco Deliziosi - che di don Pino fu allievo - in un libro appassionante. Ma prima di quella frase da martire, il prete aveva chiesto a Giuseppe Carini, studente del quarto anno di Medicina che incontrava nelle sale di Anatomia, un favore speciale: «Quando toccherà a me non mi lasciare solo». E lui, Giuseppe, il ragazzo che faceva giocare a calcio i ragazzi di Brancaccio nel salone della chiesa, che ancora stava «con un piede qua e un piede là tra la parrocchia e le vecchie amicizie», si precipitò a Medicina legale, aprì la cella frigorifera e vide «la bara di legno aperta, e lui nudo, con la testa fasciata e quel sorriso incredibile». Da allora l’impegno rinnovato nel quartiere, il taglio netto con la famiglia che lo disconobbe («Come sta mia madre? Non lo so»), la sequenza di minacce, attentati, porte bruciate ai volontari, e poi le confidenze raccolte sul delitto del pregiudicato Francesco Bronte, ucciso il 3 giugno del ‘94. Il suo amico Matteo Blandina (ex tossicodipendente che si era riscattato e che di lì a poco morirà di Aids) assistette alla scena, gli riferì di avere visto gli assassini, lui lo spinse a parlare. La testimonianza si rivelerà sbagliata, anche se in buona fede: il boss del quartiere - Salvatore Grigoli - si autoaccuserà del delitto. Ma ormai il dado era tratto, e Palermo diventò troppo pericolosa per Giuseppe. Così un giorno di aprile del 1995 un ispettore di polizia lo portò in questura e gli disse che doveva andarsene. Per sempre. Disposizione del procuratore Giancarlo Caselli. Da un giorno all’altro Giuseppe abbandonò tutto: fidanzata, famiglia, città, vita, esami a Medicina. Per andare prima a Firenze, poi a Torino, tra residence e alberghetti frequentati pure da mafiosi e camorristi diventati collaboratori di giustizia «perché allora la legge non faceva distinzione tra pentiti e testimoni. E quando ho firmato il modulo per avere accesso al programma di protezione, c’era scritto che dovevo impegnarmi tra le altre cose a non rubare: un’umiliazione». Solo, senza documenti, senza nessuno cui poter raccontare la propria storia, la necessità di mantenersi facendo il cameriere e il facchino prima di accedere all’indennità mensile di (allora) un milione e centomila lire. Ha cambiato cinque identità, cinque nomi e cognomi diversi. «E ogni volta dovevo inventarmi una vita credibile per i vicini. Un giorno mi finsi funzionario di polizia e appesi al muro una maglietta che mi aveva dato un agente. In un’altra occasione mi finsi metalmeccanico: indossavo la tuta, tornavo a casa con gli scarponi sporchi». Poi la battaglia per la nuova legge sui testimoni di giustizia (datata 2001), la fine del programma di protezione e del sussidio, l’attribuzione di un’identità definitiva, la ricerca di un’occupazione. «Adesso lavoro nel sociale, ma con glialtri testimoni lotto affinché si approvi il disegno di legge che prevede l’assunzione nella pubblica amministrazione, così come per i figli delle vittime di mafia». Mai un «chi me l’ha fatto fare»? «Mai. La fatica, lo sconforto, non devono mai prevalere sulle ragioni delle proprie scelte. Me l’ha insegnato don Puglisi».