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 2011  dicembre 21 Mercoledì calendario

Pahlavi AliReza

• Teheran (Iran) 28 aprile 1966, Boston (Stati Uniti) 4 gennaio 2011 (suicidio) • «[...] il più giovane figlio maschio dell’ultimo Scià di Persia Mohammed e di Farah Diba, si è tolto la vita nella sua abitazione negli Stati Uniti. Lo ha annunciato il fratello sul suo sito Internet. “Come milioni di altri giovani iraniani - si legge - era profondamente turbato da tutti i mali che affliggono la sua amata patria, con in più il peso della perdita di un padre e di una sorella nel corso della sua giovane vita”. Lo Scià è morto nel 1980, un anno dopo essere stato rovesciato dalla rivoluzione islamica. Alcuni membri della sua famiglia sono andati in esilio negli Stati Uniti. Sofferente di depressione e anoressia, la sorella, Leila Pahlavi, era morta nel 2001 a soli 31 anni, dopo aver ingerito una massiccia dose di barbiturici» (“la Repubblica” 5/1/2011) • «“Alireza dovrebbe calzare gli stivali del nonno, l’uomo che aveva abolito il turbante dei mullah”, auspicava qualche monarchico dal sangue caldo. Scontento della linea morbida del leader in esilio, Reza Ciro, c’era chi auspicava il ricambio. Un agitarsi che aveva infastidito Farah Diba, l’ex imperatrice dell’Iran: “Devono lasciare in pace i miei figli”, era stato il suo messaggio rivolto ai sostenitori. Non si sbagliava. Alireza, il secondogenito dei Pahlavi, era troppo fragile. E, dal 2001, quando si era tolta la vita sua sorella Leila, soffriva di depressione. Lo assaliva l’angoscia. Provava un senso di abbandono e di solitudine. Gli stessi sentimenti che affliggono tanti iraniani costretti a scappare dalle persecuzioni degli ayatollah. Alla fine, la disperazione ha preso il sopravvento [...] si è tolto la vita [...] con un colpo di pistola nel suo appartamento di Boston. Un epilogo annunciato dalle parole del fratello Reza Ciro [...] Nella saga orientale dei Pahlavi la luce della ricchezza e dei fasti imperiali è stata presto offuscata dal buio della morte. E dal tradimento. Quasi una maledizione che ha accompagnato la famiglia dopo la vittoria della rivoluzione islamica nel 1979. Prima coccolato dall’Occidente, lo Scià viene lasciato al suo destino. Gli americani non fanno nulla per salvare il suo trono e i francesi fanno di tutto per spianare la strada a Khomeini. In Europa sono in tanti ad esultare, facendo finta di non capire chi siano i mullah. E lo Scià, paragonato a un satrapo, è costretto alla fuga. Gli amici di un tempo gli voltano le spalle e lui muore in Egitto nell’80, uno dei pochi Paesi disposto ad accoglierlo. L’esperienza — raccontano i monarchici — segna la famiglia. Non sono certo dei profughi spiantati, ma la scomparsa del padre è un trauma comunque. I reali provano a reagire. Reza Ciro prende la guida del movimento, Farah Diba resta in posizione defilata, anche se ha sempre un parere influente, gli altri tre figli cercano di trovare il loro spazio. Non è facile. L’Iran è cambiato, la monarchia è associata all’epoca della repressione e, sopratutto, il mondo si è abituato agli ayatollah fino a tollerarne gli eccessi. [...] La prima a cadere è Leila, 31 anni. Era molto attaccata al padre e non ha mai assorbito il colpo della sua scomparsa. La troveranno senza vita nella sua residenza londinese l’11 giugno 2001, forse uccisa da un cocktail di farmaci. “Era molto giù”, diranno gli amici. E pochi mesi dopo, l’ombra nera che insegue i reali si porta via Soraya, “la principessa triste”. Seconda moglie dello Scià, era stata ripudiata perché non poteva avere figli e il suo posto al fianco del sovrano verrà preso da Farah Diba. Con il crescere delle proteste in Iran, gli eredi dello Scià provano a rilanciare il loro ruolo politico. Reza Ciro è prudente, contrario ad avventure militari. Saranno i miei connazionali— afferma dall’America — a decidere con il voto quale sistema adottare. Alireza, invece, preferisce dedicarsi agli studi accademici malgrado gli appelli di chi preme per una svolta. Non si è mai sposato ma è stato a lungo fidanzato con una ragazza di origine iraniana, Sarah. Come molti sogna il ritorno in patria. Perché gli esuli — siano figli di re o di operai — non hanno dimenticato che “le radici sono laggiù” [...]» (Guido Olimpio, “Corriere della Sera” 6/1/2011).