DANIELE MASTROGIACOMO , la Repubblica 19/12/2011, 19 dicembre 2011
"Quindici anni senza Marta finora siamo rimasti in silenzio ma ora basta con le bugie" - ROMA - «Di quel giorno ricordo due cose: la Digos che suonava a casa per dirmi che Marta era in coma
"Quindici anni senza Marta finora siamo rimasti in silenzio ma ora basta con le bugie" - ROMA - «Di quel giorno ricordo due cose: la Digos che suonava a casa per dirmi che Marta era in coma. E i vestiti che mia sorella indossava quando le hanno sparato: erano miei, una camicetta, un paio di jeans e degli occhiali di gran moda. Le piacevano, glieli avevo imprestati». Quindici anni di silenzio. Senza mai parlare. Sempre dietro le quinte. Della cronaca, della notorietà imposta e non cercata, del processo, delle polemiche che hanno coinvolto perfino l´allora presidente del Consiglio Romano Prodi. Tiziana Russo oggi si è laureata, sposata, lavora nel marketing. Riesce a sorridere anche quando ricorda quel giorno. Ci accoglie nell´appartamento di famiglia, quello dove viveva anche Marta. Fino al 9 maggio del 1997, quando venne raggiunta al capo da un colpo di pistola esploso dalla finestra della Facoltà di Giurisprudenza a La Sapienza. Inizio Tuscolana, zona Roma sud. Palazzi anonimi, fitti, con le facciate in cortina, quartiere della piccola borghesia. C´è papà Donato, professore di educazione fisica al liceo, maestro di scherma. E poi c´è mamma Aureliana; con il suo viso scavato, le occhiaie che le solcano gli occhi, lo sguardo sereno di chi cerca di superare la perdita più forte, la morte di una figlia. Vogliono essere presenti. Ma è Tiziana che parla. «Non ce la faccio più», sospira. «Non ce la faccio a tenermi dentro tutto. Il dolore, il lutto per l´assurda morte di mia sorella, la ricerca quasi ossessiva di un perché. E poi questa disperata ostinazione dei responsabili a proclamarsi innocenti. Ancora oggi. Dopo tanto tempo. Mia sorella è stata uccisa da Giovanni Scattone con la complicità di Salvatore Ferraro. Questo è quanto ha stabilito la Giustizia e questa è la verità». E invece? «Invece sento ancora attorno a me tanta gente che solleva dubbi. Resta convinta che sono innocenti, che hanno pagato per altri. Ecco: credo che tutto questo dipenda dal fatto che siamo diversi. Abbiamo avuto fiducia nella Giustizia e atteso in silenzio. La verità fatica a imporsi. Questo mi appare assurdo. Direi, inquietante». Perché inquietante? «Basta ricordare quello che è accaduto prima e durante il processo. L´imbarazzato silenzio dei vertici della Facoltà, quella diffusa omertà degli studenti chiamati a testimoniare che si respirava nell´aula della Corte d´Assise. Il comportamento quasi infastidito dei vari protagonisti. Davanti ai giudici negavano la loro stessa presenza sul luogo del delitto, nelle intercettazioni ambientali e telefoniche emergeva chiarissima la loro preoccupazione. L´ordine era di non parlare, di non offrire alcun aiuto agli investigatori. C´era da preservare il buon nome della Facoltà. Bisognava salvare carriera e posizione. Anche a scapito dell´omicidio di una studentessa». E lei cosa ha pensato mentre osservava in silenzio? «Mi chiedevo se tutto questo potesse accadere nel tempio del Diritto, il luogo deputato a formare la futura classe giuridica del paese». Cosa ricorda di sua sorella? «Tutto. Nei minimi dettagli. Era la maggiore, tre anni di differenza. Ma eravamo gemelle. Amiche strettissime. Vivevamo in simbiosi». E cosa le manca? «La sua razionalità e la sua fantasia. I sogni e i progetti che avevamo costruito insieme. Per anni sono stata la sorella di Marta Russo. Ho perso la mia identità. Ho faticato a ritrovare me stessa». Come ci è riuscita? «Fuggendo da Roma. Sono andata a Torino, dove avevamo già vissuto con i miei genitori e dove potevo liberamente girare per strada, studiare, lavorare, essere finalmente Tiziana Russo». Le ha pesato smarrire la sua personalità? «La morte di Marta è stata un vero trauma. Ho faticato a trovare un mio equilibrio, a convivere con il suo fantasma, con i suoi segreti, i suoi oggetti. Mi mancava lei: avevo perso l´altra mia metà». E poi, il fantasma è riapparso con le ultime polemiche su Giovanni Scattone che insegnava nello stesso liceo dove Marta aveva studiato. «Era già successo. Anche questo sembra assurdo: le nostre strade si sono sempre incrociate in tutti questi anni. Ogni volta che facevamo un´iniziativa per Marta, legata al suo desiderio di diffondere la cultura della donazione degli organi, incappavamo sulle tracce di Giovanni Scattone. Perché aveva insegnato in quella scuola, perché aveva fatto delle supplenze in altre». Non vi ha mai contattato, chiesto di incontravi? «Mai». Neanche gli altri testimoni, come Gabriella Alletto che è stata determinante per l´accusa. «So che mia madre una volta l´ha incontrata per caso. Mi ha detto che era come imbarazzata. Lei, in fondo, ha confessato solo qualche cosa. Non ha raccontato tutto quello che ha visto nella sala degli assistenti. Aver ceduto alle pressioni, alla paura, non aver avuto il coraggio di fare ciò che persone molto più potenti e influenti di lei rifiutavano di fare le ha lasciato dentro una grande amarezza». Anche lei, Tiziana, sembra amareggiata. «Ho elaborato il lutto, ho ritrovato un mio equilibrio. Ma resto amareggiata per quello che vedo e sento in giro. Ognuno ha diritto di ricostruirsi una vita. Ma ritengo che un condannato per omicidio, sebbene colposo, non possa avere una funzione di educatore pubblico. Un uomo che ha afferrato una pistola, ci ha giocato, l´ha puntata sul vialetto di una università pieno di gente e ha poi ucciso una studentessa non può insegnare a dei ragazzi. Può fare altri lavori, non il professore di un liceo». La Cassazione ha ritenuto che sia Scattone sia Ferraro possano ancora avere incarichi pubblici. «Non parlo da un punto di vista giuridico ma di opportunità. Ascolto spesso Salvatore Ferraro che dichiara ancora la sua innocenza in tante trasmissioni radio e tv. Anche lui si è costruito una sua dimensione: suona in un gruppo, fa volontariato. Ma sfrutta la sua notorietà per mettere in discussione qualcosa che è definitivo. Stabilito da una doppia sentenza della Cassazione». Ritenersi innocenti è un diritto che va oltre la verità processuale. «Non nego questo principio. Ma farlo senza che qualcuno gli ricordi le sue responsabilità, questo lo trovo grave. Marta è morta. E´ stata uccisa da una pallottola. C´è la sua tomba, ci sono i suoi ricordi, c´è la sua figura in tante iniziative pubbliche. Ma ad ucciderla è stato Giovanni Scattone con la complicità di Salvatore Ferraro. Questa è la verità. Storica e processuale. Una verità grande come la memoria di una studentessa, assassinata per gioco all´università».