Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 18 Domenica calendario

TONI SERVILLO

Da Sarajevo si è spostato a Parigi, da Budapest a Marsiglia. Si è perso nei trentacinquemila metri quadri del gigantesco Teatros del Canal di Madrid, ha varcato il celebre portone del Lincoln Center di New York, si è immerso nella folla festante dei teatri russi, si è commosso sul proscenio del leggendario Berliner Ensemble di Bertolt Brecht. «Con i miei compagni abbiamo girato il mondo, da Montreal a Istanbul, e un conto è vederlo da turista, o in televisione, un conto è vedere il mondo dal palcoscenico». Toni Servillo, l´icona degli adorati Il Divo e Gomorra, cinquantadue anni senza tempo e senza vezzi, attore e regista sempre con pensiero, rigore, bravura, intelligenza, racconta il teatro come «la sola vecchia arte che ti costringe ancora a girare per paesi e città, lasciandoti per di più sempre in pegno qualcosa».
È una delle eccellenze italiane che più hanno girato il mondo. Gli ultimi quattro anni, un tempo lunghissimo per un attore, li ha trascorsi in tournée, e ha cambiato più di novanta città, diciannove all´estero, settantaquattro in Italia, con un Goldoni anticonvenzionale e divertente, la Trilogia della villeggiatura. Racconta che «viaggiare con il teatro è un´esperienza speciale. Significa andare per villaggi, entrare nelle case, conoscere persone, aprire porte su altre culture e scoprire che non corrispondono all´idea globale che ogni giorno ci danno i media, quel mondo dove tutto è uguale e indistinto. Se all´estero ci vogliono, è per vedere l´unicità italiana, scenografie e costumi che attribuiscono al nostro modo di essere, comportamenti che sono nostri, per ascoltare la bellezza della nostra lingua. Il piacere del teatro è che porta in giro la specificità di un paese, di una cultura, ti fa incontrare altre culture e altre identità e rifugge quella gran polpetta anonima che è il mondo visto dalla tv. Il teatro non appiattisce, non rende tutto uguale, marca le differenze ed è quello che rende ogni tournée un´avventura straordinaria».
Non per punitiva austerità, ma perché sostiene che «basta e avanza», Toni Servillo l´affronta solo con una valigia e uno zaino. «La valigia con il minimo indispensabile per i cambi e lo zaino per i libri, i copioni e la radio. Sono un ascoltatore compulsivo. La tv è orrenda e uguale dappertutto, la radio ti fa capire in che paese sei: a Istanbul senti la musica turca, a New York Central Park in the Dark, a Sarajevo ascolti quella lingua che è un concentrato di cultura islamica, balcanica, greca e macedone. Quello che nello zaino non manca mai è un diario per appuntare pensieri e niente più, cose che mi vengono in mente dagli incontri con le persone, coi luoghi». Se ci si attiene alla cronaca, la prima cosa, spiega Servillo, che un attore fa appena arrivato in una città, è visitare il teatro. «Perché recitare non è una cosa irreale, ma qualcosa di tremendamente fisico. La mia abitudine è guardare innanzitutto la relazione che c´è tra sala e palcoscenico. Ci sono teatri costruiti in modo che il palcoscenico sia il luogo da cui gli attori suggeriscono un´idea del mondo agli spettatori. Parlo di quel modo dolcissimo del pavimento di legno di scorrere verso la platea, un´inclinazione proporzionata che anche fisicamente crea l´abbraccio, favorisce la condivisione, non la distanza che induce l´attore solo all´esibizione. Nel nostro lungo girovagare sicuramente il Berliner Ensemble di Berlino è un teatro fatto così. Ma uno dei vertici di bellezza, in questo senso, per me resta il Théâtre des Célestins di Lione che anche per i grandi artisti parigini è stato ed è il luogo dove verificare i loro lavori. E parlo di artisti come Louis Jouvet, Gerarde Philippe, Sarah Bernhardt: un teatro all´italiana dove tutto è di grande semplicità eleganza, ricchezza, un piccolo tempio teatrale che invoglia a intense vicinanze».
Dietro ogni viaggio, dice Servillo, c´è la storia di molte persone: tecnici, accompagnatori, artisti... Per la Trilogia della villeggiatura si è mosso un cast formidabile di diciassette attori. «Siamo stati in tournée quattro anni. Un tempo lunghissimo durante il quale ti muore un padre, ti nasce un figlio, ti separi da una donna. Anche il personaggio che porti in giro si informa di queste cose e crea una qualità speciale». Si diventa una famiglia di girovaghi, come è raccontato nel film-documentario di Massimiliano Pacifico 394 (proiettato domani a Roma al Teatro Valle Occupato): una famiglia che condivide serate, spostamenti, alberghi e i riti della tournée, anche i più triti, dall´urlare ogni sera in coro «merda!» prima di entrare in scena dovunque tu sia al leggere le recensioni due giorni dopo il debutto. «Angelo Curti della nostra compagnia, i Teatri Uniti, che con il Piccolo ha prodotto la Trilogia, a ogni debutto sparge anche sale sul palcoscenico in funzione apotropaica. Io? Io no, ma lo lascio fare. Mai mettersi tra un rito e le sue possibili conseguenze».
Non per snobismo, ma per ragioni di comodità, a Toni Servillo viene dato sempre il camerino più vicino al palcoscenico. «I miei preferiti sono i vecchi teatri all´italiana che hanno i camerini direttamente sul palcoscenico, così se lasci la porta leggermente aperta quando non sei di scena sei comunque nello spettacolo perché senti arrivare le voci degli altri attori. Detesto gli hangar, e nel nord della Spagna ne abbiamo trovati molti, dove i camerini sono o sottoterra o all´ottavo piano e per raggiungere il palcoscenico devi percorrere quei lunghi corridoi che sembra di perdersi nei meandri dell´Inps».
Quello che gli attori aspettano con più trepidazione in tournée sono gli applausi, specie all´estero dove sono il connotato per decifrare umori e reazioni. «I russi sono passionali come li conosciamo e in più hanno l´abitudine di lanciare fiori, di studiare parole italiane e di gridarle ad alta voce mentre applaudono. I francesi alla seconda uscita cominciano a ritmare l´applauso tutti assieme ed è emozionante. I tedeschi aggiungono all´applauso lo sbattere dei piedi sull´impiantito della platea per cui si ha la sensazione che tremi tutto il teatro. Gli americani si alzano in piedi e fanno un applauso, massimo due, come gli inglesi, e poi basta, due ringraziamenti e via. L´applauso più strano è l´ungherese perché è circolare, muore e riprende. Sono tutti segno di un´identità nazionale che è bello conoscere. Così come è straordinario avvertire nei paesi dell´Est la necessità del teatro. Lì gli artisti sono ancora chiamati "artisti del popolo" e senti che sono vissuti come testimoni di un poeta che ti aiuta a capire come stare nel mondo».
Sono cose così che rendono il viaggio inevitabilmente qualcosa di più della recita serale o dell´agenda fitta di incontri mattutini, lezioni, masterclass, interviste che ogni tournée si porta dietro. È un labirinto di tracce, luoghi, personaggi, parole che si legano imprevedibilmente: «Per me a Montreal sono stati i luoghi di Barney, a Mosca la casa di Majakovkij e di Cechov. È stata l´emozione forte della prima volta al Berliner Ensemble, il teatro di Brecht, dove ho recitato commosso e spaventato. È stato a San Pietroburgo il Teatro Studio di un grande artista come Lev Dodin, o Parigi, perché Parigi è una città gemella per noi italiani: è Goldoni, Strehler, les italiens, gli attori italiani». Sta al viaggiatore, all´attore, alla sua passione, trovare un percorso tra queste tracce, ricucire la necessità di questa erranza che regala il teatro. «Ed è quasi sempre qualcosa di immateriale, come per esempio, la gioia che ho provato a New York dove il nostro Goldoni, dalla profondità del Settecento, è stato visto come un poeta che raccontava ai newyorchesi il momento che stavano vivendo, una società al tramonto arroccata nel bon ton e nei privilegi e spazzata via dalla crisi. Ma il bello del teatro è proprio questo: dovunque tu sia, amplia lo sguardo, sempre avendo al centro l´uomo. Se non mi avesse portato il teatro in giro per il mondo, io non mi sarei mosso. E dunque sono grato a questo obbligo di viaggiare, di avere la possibilità di incontrare altri da sé. Perché capendo che non siamo tutti uguali, capisco un po´ più me stesso».