Varie, 21 dicembre 2011
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Pesce Giuseppina
• Gioia Tauro (Reggio Calabria) 29 aprile 1979. Figlia, sorella e moglie di affiliati alla cosca di ’ndrangheta che porta il suo cognome, poi pentita • «Stava in carcere da sei mesi, e prima di chiamare i magistrati della Procura antimafia di Reggio ha tentato due volte il suicidio. Poi ha scelto un’altra strada, consegnandosi nelle mani delle istituzioni. L’ha detto chiaro e tondo ai pubblici ministeri: “Finché mio fratello sarà vivo io resterò condannata a morte, perché è lui che deve eseguire la sentenza per il mio tradimento. Solo lo Stato può salvarmi”. Ma la consapevolezza di mettersi contro l’intera famiglia non è bastata a fermarla: “Lo faccio per i miei figli. Se io non cambio strada e non li porto con me, quando uscirò il bambino potrebbe già essere in un carcere minorile, e comunque gli metteranno al più presto una pistola in mano; le due figlie invece dovranno sposare due uomini di ’ndrangheta, e saranno costrette a seguirli. Io voglio provare a costruire un futuro diverso per loro” [...] In Calabria due donne hanno preceduto la giovane Pesce sulla strada della collaborazione coi giudici; una, Lea Garofalo, rapita e uccisa a Milano dopo aver svelato i segreti di una ’ndrina in provincia di Crotone (su decisione del padre di sua figlia, secondo le ultime indagini); l’altra si chiama Rosa Ferraro, viene da una famiglia collegata e imparentata coi Pesce, ma aveva un ruolo inferiore. [...] I Pesce sono la famiglia che “governa” a Rosarno, la cittadina della piana dove [...] esplose la rivolta degli extracomunitari reclutati nella raccolta degli agrumi. Un clan che ha esteso i suoi affari dalla provincia di Reggio a Milano [...] In galera si trovano [...] il padre di Giuseppina, Salvatore Pesce, il fratello Francesco [...] il marito Rocco, lo zio Antonino considerato il capoclan e una sfilza di altri parenti attivi nella cosca. [...] Giuseppina, da libera, aveva il ruolo (come le altre donne) di prendere e portare messaggi tra i familiari detenuti, ma anche di prestarsi al riciclaggio del denaro. Attività che le sono valse l’accusa di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, e dunque l’arresto. “Io potrei anche cavarmela con qualche anno di carcere, ma nessuno libererebbe i miei figli da un destino già segnato — ha detto ai magistrati nel primo interrogatorio —. Quando il mio bambino, una volta, ha detto che da grande gli sarebbe piaciuto fare il carabiniere, suo zio l’ha preso a botte, poi gli ha promesso che una pistola gliel’avrebbe regalata lui”. Per questo la giovane madre ha deciso di confessare i propri delitti e di accusare i parenti. “Dalla sua posizione privilegiata ha ricostruito l’intero organigramma della potente famiglia mafiosa, descrivendo il ruolo di ciascun componente, compresi i suoi stretti congiunti, ha riferito sulle vicende relative alla successione al vertice della cosca, ha descritto l’ascesa al potere del pericoloso cugino Francesco, ha dettagliatamente indicato attività economiche riconducibili alla cosca mafiosa”, hanno scritto i pubblici ministeri [...] Ha fatto anche ritrovare tre bunker [...]» (Giovanni Bianconi, “Corriere della Sera” 24/11/2010) • «Le sue dichiarazioni hanno portato all´arresto della madre e della sorella. Hanno contribuito a confermare le accuse della Dda di Reggio Calabria, contro il padre, il marito, lo zio i cugini. L’intera sua famiglia era finita nei guai per colpa sua [...] ha smesso di parlare. Dopo aver collaborato con la giustizia per mesi ha deciso di “avvalersi della facoltà di non rispondere” [...]» (Giuseppe Baldessarro, “la Repubblica” 17/4/2011).