Varie, 20 dicembre 2011
Tags : Alexander Ovechkin
Ovechkin Alexander
• Mosca (Russia) 17 settembre 1985. Giocatore di hockey ghiaccio. Dei Washington Capitals. Calder Memorial Trophy (Rookie of the Year) 2006, Hart Memorial Trophy (Mvp) 2008 e 2009, Art Ross Trophy (gol + assist) 2008, Maurice Rocket Trophy (capocannoniere) 2008 e 2009, LesterB. Pearson/Ted Lindsay Award (mvp secondo i giocatori) 2008, 2009, 2010 • «[...] Quando segna – e la cosa accade con frequenza spaventosa – lui non alza la mazza al cielo, non abbraccia i compagni, non saluta il pubblico; lui balla, si getta a corpo morto sulla balaustra per stare il più possibile attaccato ai tifosi. Con quel ginocchio sinistro alzato e il pugno che si stringe, gira su un solo pattino come un ossesso sul suo palco bianco, mentre il tecnico che guida l’occhio di bue del Verizon Center, casa dei Capitals, maledice il compito ingrato di seguirlo nell’incontenibile esultanza [...] persegue con zelo l’obiettivo di spingere più in là il limite, cerca il colpo impossibile, lo scontro fisico, mette alla prova i tessuti sfidando lo sfinimento. Un giocatore dell’Nhl mediamente riesce a reggere il ritmo sfiancante della partita per quaranticinque secondi, dopodiché deve essere sostituito. Lui può stare in campo fino a due minuti rendendo al massimo, in virtù della sua “coppia di polmoni di riserva”, come ha detto il suo compagno e connazionale Sergej Fedorov. Allenandosi con il mezzofondista Dimitrij Kapitonov è riuscito a migliorare il controllo dei battiti cardiaci, che si abbassano ad un ritmo inumano non appena si siede dietro la balaustra per rifiatare. Ovechkin non è un uomo-macchina, è separatamente uomo e macchina. Sembrava un vaticinio futurista con giunture d’acciaio quando durante una partita si è rotto il naso in uno scontro di gioco; non aveva voglia di abbandonare il ghiaccio per così poco e allora è rimasto dentro giusto il tempo di segnare quattro gol e portare a casa la vittoria. Soltanto allora è andato all’ospedale a sistemare la frattura. Quando non è sul ghiaccio lo si può incontrare per le vie di Georgetown che fa incetta di vestiti griffati Dolce& Gabbana o assiste a qualche sfilata di moda. [...] Il padre è un ex giocatore di calcio, mentre la madre, Tatiana, giocava a basket a livello professionistico, e ha trascinato la nazionale dell’Unione Sovietica alla medaglia d’oro nelle olimpiadi del 1976 e 1980, indossando la canottiera numero 8, lo stesso che Alex ha scelto per la sua carriera. Molto sport e nessuna parola d’inglese. Con queste credenziali l’allora diciannovenne Alex è stato presentato come prima scelta del draft Nhl per la stagione 2004-2005, allettando un gran numero di club americani dopo avere dimostrato il suo talento precoce sul ghiaccio della Dinamo Mosca. Nell’ottobre 2005 iniziano gli anni in cui il talento cristallino deve scendere in campo e dimostrare di avere le spalle abbastanza larghe per reggere nel campionato più difficile del mondo. All’esordio con i Washington Capitals segna una doppietta che vale la vittoria contro il Columbus. Il suo primo “hat trick”, la tripletta, arriva il 13 gennaio dell’anno successivo. Tre giorni dopo Ovechkin cambia la storia dell’hockey segnando “uno dei più grandi gol di tutti i tempi”, secondo la definizione di Bill Clement, veterano del ghiaccio [...] In una diagonale d’attacco Alex arriva all’uno contro uno con l’ultimo difensore dei Phoenix Coyotes, che cerca di stenderlo senza stare a sottilizzare troppo. Ovechkin viene sbalzato, perde l’equilibrio e scivola verso la balaustra, ma con una torsione in stile felino, quando ormai l’azione pare destinata a spegnersi, inventa un impossibile colpo da biliardo a occhi bendati e con una mano sola, dato che la porta è ormai alle sue spalle e la mazza non può essere fisicamente tenuta come la norma conviene. Un gesto che in un colpo mette in discussione le leggi della fisica e costringe i commentatori ad aggiornare gli almanacchi. Il gol di Ovechkin passa alla storia semplicemente come “The Goal”, termine di paragone per qualunque rete realizzata sul ghiaccio. Di fronte a gol spettacolari capita spesso di sentire fra gli analisti sportivi dialoghi di questo tenore: “Stupendo questo gol”. “Già”. “Pensi che sia meglio di ‘The Goal’?”. “No, certo”. “Infatti”. E così via. Nelle prime due stagioni in America si fa vedere spesso in giro con il suo storico amico Evgeni Malkin, giunto dalla Russia con lo stesso aereo di Alex e finito in forza ai Pittsburgh Penguins [...] I due sono inseparabili, ma fino a un certo punto, quando cioè Malkin accusa l’amico di avere steso con un pugno in pieno volto il suo agente in una discoteca di Mosca. L’episodio, ripetutamente negato da Ovechkin, mette in crisi i rapporti fra i due amici, che si mostrano insieme soltanto parecchio tempo più tardi [...] all’All Star Game, dove Malkin porge al connazionale un buffo cappello con bandiera canadese e un paio di occhiali da sole: con questa mise improbabile Alex affronta la gara di shoot out (il rigore lanciato), facendo un po’ di show mentre gli altri contendenti sono impegnati a prendersi terribilmente sul serio. Nel frattempo Ovechkin si aggiudica ogni riconoscimento disponibile, arrivando all’apice nella stagione 2007-2008, quando segna 65 gol nella regular season. È il momento di ridiscutere il contratto con Ted Leonsis, patron della squadra della capitale. Lui va all’appuntamento solo, senza l’agente, perché un agente lui non ce l’ha. “Perché dovrei pagare dei soldi per un agente? Per un paio di chiacchierate con il direttore generale? E dovrei dargli tutti quei soldi? Che stupidi”. Il pezzo di carta con cui esce dall’ufficio di Leonsis pare dia ragione al giocatore, o forse a entrambe le parti. Tredici anni di contratto per un compenso di 124 milioni di dollari: Ovechkin diventa il giocatore più pagato della storia della lega nazionale. Fra le varie clausole, l’obbligo per Ovechkin di non firmare contratti in futuro con club russi. [...]» (Mattia Ferraresi, “Il Foglio” 16/5/2009).