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 2011  dicembre 20 Martedì calendario

Ombres Rossana

• Torino 1931, Livorno 9 agosto 2009. Scrittrice • «[...] considerava sua vera patria, anche perché vi passò tutta l’infanzia, Casale Monferrato, riferimento principale delle poesie Le ciminiere di Casale (1962), e teatro di molti romanzi, tra cui Baiadera, del 1997, storia dell’amicizia, finita tragicamente, fra due donne. Rossana soffriva, si potrebbe dire, di eccesso di radici: quelle monferrine dei genitori, quelle livornesi di un bi­snonno, e poi ancora radici calabresi ed ebraiche; anche Roma, dove passò gran parte della sua vita adulta, fu certo importante per lei. Forse l’eccesso di radici fu una delle spinte al suo sperimentalismo; sperimentalismo, più che linguistico, culturale e tematico, in grado di valorizzare gli elementi volta a volta messi in gioco. Rinvii letterari e folclorici si mescolavano nella sua scrittura con allusioni bibliche e cabalistiche, dando al lettore attento l’impressione di ricostruire, da un puzzle, una visione unitaria. Non molto diversamente da Kafka, la Ombres utilizzava il tesoro dell’immaginazione ebraica fissata in racconti a sfondo simbolico o mitico. Esordì con poesie come Orizzonte anche tu ( 1956), L’ipotesi di Agar (1968, nella famosa collana rosa di Einaudi). I suoi testi, evidentemente sperimentali, colpirono subito i critici, che ne notarono anche le implicazioni teatrali; non per nulla la Ombres produsse poi il poema drammatico Orfeo che amò Orfeo (1975). Sempre nell’àmbito della poesia, il Bestiario d’amore del 1974, che vinse il premio Viareggio, segna certo il punto più alto dell’invenzione di Rossana, anche per la sua ricchezza d’immagini e di connessioni tematiche, tanto da mettere in essere un vero mondo alternativo, in cui il lettore viene continuamente sorpreso. Il titolo era un’allusione letteraria a un prezioso testo francese del Duecento, recentemente pubblicato da un filologo; ma serviva anche a richiamare l’attenzione su un certo impianto trattatistico. I critici non hanno mancato di notare l’“universo funerario” (Garboli) e l’andamento onirico di queste poesie straordinarie, certo non distensive, ma neppure prive di elementi giocosi. Poi la Ombres si dedicò in modo quasi esclusivo alla narrativa, con Principessa Giacinta ( 1970, premio Sila 1971), Memorie di una dilettante (1977), e così via, sino a Un dio coperto di rose (1993, premio Grinzane-Cavour 1994) e Baiadera (1997), vero monumento anche linguistico a Casale, il cui dialetto antico viene ricostruito audacemente nei dialoghi. Ricostruzione poetica, dato che nel dialetto la Ombres vedeva una concentrazione di elementi anche leggendari, e una storia sempre a lei presente, quella di trovatori provenzali che, fuggendo nel Duecento dalla persecuzione contro gli Albigesi, avevano trovato accoglienza signorile nel Monferrato. Lo scrupolo filologico della ricostruzione anche urbanistica è un modo di aggrapparsi al reale, resistendo alle tentazioni dell’immaginazione. Perché senza dubbio la Ombres non rinuncia mai del tutto alla presenza dei fatti e delle situazioni, e della storia. I romanzi [...] hanno spesso come protagoniste donne goffe, solitarie e sfasate, che scoprono le loro verità e la loro salvezza attraverso illuminazioni e simboli. Anche quando si rivolse, e felicemente, al mondo infantile, con Le belle statuine (1975) [...] era molto più attenta alle bambine che ai bambini, nel congegnare storie e fantasie ispirate da una raccolta di cartoline illustrate che finisce per costituire una rievocazione della prima metà del Novecento. Riandando ora, sommariamente, alle reazioni dei critici, ci si accorge che, se essi sono stati pronti ed esatti nel cogliere molti elementi costitutivi e innovativi della scrittrice, non si sono invece impegnati molto a descriverne lo sviluppo coerente. [...]» (Cesare Segre, “Corriere della Sera” 7/8/2009) • «[...] ingiustamente dimenticata, nonostante il consenso critico e gli importanti premi letterari ottenuti dai suoi romanzi, Principessa Giacinta, Un dio coperto di rose, Baiadera. Sono storie di donne insofferenti e pugnaci, in cui il gusto beffardo della trasgressione si ritorce contro se stesso, svelando un’intima fragilità, un’acerba malinconia. Come accade a Maia, la deuteragonista di Baiadera che si condanna all’autodistruzione: così sfuggente agli occhi della pur sollecita amica Angela, fin da quando esplorarono, quasi discesa agli inferi, le viscere del loro antico liceo, buio come un castellaccio alla Walpole. Quel romanzo è il suo capolavoro. Là affiora tutta la tenerezza di Rossana per la natìa Casale, evocata con grande nitore, specialmente nella sua lingua arcaica e mescidata che sembra destinata a diventare la “lingua del sogno”. Molto spazio è dedicato a Torino, piemontese città d’acquisto, per la quale prova un minore affetto, ma che la trascina quasi controvoglia per le accensioni visionarie che sembrano sprigionarsi dalle sue immagini più solenni e corrive: “La nebbia diventò color rame e i cavalli alzati e i loro cavalieri dei monumenti erano sospesi in una battaglia insensata senza nemico”. La Ombres si era dedicata con trasporto anche alla poesia. Aveva preso le mosse dalla sua città con Le ciminiere di Casale, che in lei, di origine ebraica, alludevano ad altre ciminiere, alle razzie tedesche nel ghetto. Ma poi, nell’Ipotesi di Agar e soprattutto nel Bestiario d’amore aveva dato libero corso alla fascinazione per le leggende chassidiche, per l’angelologia medioevale, per un mondo allegorico popolato di esseri conturbanti dalla doppia natura, animale e soprannaturale, liocorni e leviatani: sullo sfondo di fantasiose Creazioni, Diluvi, Apocalissi. È una poesia colta, memore di Donne e Dylan Thomas, assolutamente inedita nel contesto italiano. E anche qui le donne trionfano: la bellissima Lilit che vendica con la sua inaccessibile malia il rifiuto opposto da Adamo a Eva genitrice; la figlia di Noè che, ormai immune da demoniache parentele, si allontana dall’Arca e dai suoi bestiali connubi per cercare un nuovo mondo, mentre “L’angelo dalle ali di gabbiano /che guida con i suoi vagiti/ ogni cominciamento- /s’appresta a suonare l’olifante” [...]» (Lorenzo Mondo, “La Stampa” 5/8/2009).