Marco Alfieri, La Stampa 20/12/2011, 20 dicembre 2011
L’INNOVAZIONE PRENDE L’AUTOBUS
Quando l’ingegner Gualtieri del Tecnopolo per la meccanica di Modena e Reggio, che studia lo sfregamento dei materiali, proietta le slide sulle proprietà autoaderenti dei gechi e quello sulle micro pellicole per il vetro caldo/freddo intelligente, ideale per le auto parcheggiate al sole o per i trattori agricoli, le prime due file dell’aula strabuzzano gli occhi. Reggio Emilia, palazzina Lega Coop. Poco prima di Gualtieri a spiegare il senso dell’esperimento era stato Lucio Poma, docente di economia industriale a Ferrara. Da un po’ di tempo il prof ha un rovello in testa: basta convegni in cui si predica innovazione e poi tutti a piangersi addosso sul declino dell’Italia che produce. Perché non provare a far incontrare direttamente le Pmi con gli scienziati dei laboratori di ricerca? Il pullman dell’innovazione nasce così, raccogliendo una trentina di imprenditori da mezza Italia (in collaborazione con Lega Coop). La mattina in aula per un bignami con gli ingegneri della rete Alta tecnologia dell’Emilia Romagna; al pomeriggio tutti in torpedone per visitare i laboratori del Ciri di Bologna, il Centro interdipartimentale per la ricerca industriale.
«Applicare le nuove tecnologie al made in Italy forte nei settori maturi (beni per la casa, meccanica strumentale, tessile-abbigliamento, edilizia) per spingerlo su un sentiero di innovazione di prodotto si può». C’è la crisi, esplodono i fallimenti, le banche ti chiudono i fidi ma se l’economia vuol ripartire l’unica è arricchire di nuove funzioni i materiali e i manufatti tradizionali. «Le Pmi hanno poca possibilità di fare ricerca», spiega Solitario Nesti, direttore del Tecnotessile di Prato, salendo sul pullman. Corporate Italia investe la metà dei cugini tedeschi in R&S, ma la scarsa dimensionalità non è di per sé un ostacolo al trasferimento tecnologico. «Le conoscenze possiamo garantirle noi», assicura Nesti. «In passato ci si è concentrati sul modo in cui costruire i materiali, in modo da raggiungere l’obbiettivo estetico e di protezione voluto». Oggi la sfida è «realizzarli per avere un ruolo non solo passivo nel prodotto. Se siamo in grado di cambiarne connotazione, possiamo tornare a fare cose innovative non riproducibili».
Qualche esempio, chiede un imprenditore vicentino? «Si prenda il tessile. Grazie alle nanotecnologie la vetroresina è diventato un materiale ad azione virucida e antibatterica con cui fare gli interni delle ambulanze», racconta Nesti. Il sistema si chiama Pure Health e Tecnotessile lo sta sviluppando con la Orion di Calenzano (Firenze). Ma l’applicazione è più vasta e si rivolge ai trasporti in generale. «Con la Carfider Glass di Ravenna stiamo sviluppando il trasporto alimentare che richiede ambienti antibatterici». Non basta. Dal cilindro di Nesti escono fuori magliette che rilasciano vitamine e sali minerali per uso sportivo, tessuti trattati che diventano biomedicali e altri che non si sporcano se gli si versa addosso vino o miele. Tutte idee e tecnologie a disposizione di imprenditori che volessero industrializzarle.
Dal tessile all’edilizia, comparto in crisi nera dal 2008, la musica non cambia. «Il settore costruzioni è tutt’altro che maturo», sprona l’ingegner Pietro Andreotti del laboratorio Larco-Icos (Ricerca e costruzioni). Ci sono mille possibilità di innovazione: «dalla ceramica fotovoltaica sviluppata insieme a Panaria Group che supera la semplice funzione di rivestimento alle piastrelle antibatteriche per ospedali fino a quelle autopulenti».
Le Pmi di solito fanno innovazione per risolvere problemi specifici. «Non basta più», dice Poma. «I materiali tradizionali devono rinascere facendo cose a maggior valore aggiunto, cominciando dalla componentistica, decisiva in un paese in cui l’ossatura produttiva è formata da terzisti/fornitori». Nel pomeriggio il pullman si sposta nei laboratori Edilizia e costruzioni del Ciri, dove hanno appena sviluppato una tecnica che misura il degrado ambientale direttamente nelle sezioni murarie, ideale per programmare interventi e ristrutturazioni. «Il brevetto ci interessa», confermano sorpresi alcuni imprenditori di Arezzo, prendendo appunti. Molti padroncini pensano che l’innovazione sia fuori portata, adatta alle multinazionali. Pregiudizi che Lucio Poma prova a smontare. «Con 20mila euro si può portare a casa un anno di ricerca, con il tutoring di scienziati formati».
Nel laboratorio del Dicasm si studia microstruttura dei materiali. «Lo scarto vetroso è ottimo per fare vetro cemento», spiega un ricercatore. «I pneumatici triturati perfetti per fare calcestruzzo che smorza le vibrazioni». Aziende come Bormioli o Acciaieria di Rubiera «ci portano i loro scarti e chiedono di studiare nuovi materiali per allargare i rispettivi mercati». E’ il futuro. Poco distante, un imprenditore si sfoga al telefono: «ho ritardi di pagamento pari al 30% del fatturato, come si fa?» Dal paradiso dell’innovazione, basta una chiamata per tornare alla crisi.