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 2011  dicembre 18 Domenica calendario

BYRON A DUE ZAMPE

Tutto inizia per me con l’acquisto di un libro voluto non per il contenuto ma per la rilegatura in marocchino violetto con smilzi ferri dorati e intarsi in color porpora: Conversations of Lord Byron with the Countess of Blessington, pubblicato a Londra nel 1834. Avevo trovato questa reliquia del gusto romantico da un libraio, H.D. Lyon (non ho mai saputo, come accade a volte con gli inglesi, a che nomi corrispondessero queste iniziali) che non aveva un negozio ma una casetta a Chelsea nascosta da una gigantesca Rosa Mundi profumata di paradiso in primavera. Il libro ha una serie di scritte a matita dove si attesta che è una prima edizione, si indica il nome del proprietario seguito da lettere e numeri di cui non so il significato. Nella controcopertina v’è un profilo di Byron eseguito a Genova nel 1823 da D’Orsay. Non lo lessi subito eppure già conoscevo altre cose di chi l’aveva scritto. Lady Blessington fu più volte in Italia quando era giovane, bella e benestante, protagonista di un ménage à trois che includeva il mondanissimo consorte e un efebo avvenente, il Conte Alfred d’Orsay, che somministrava i suoi incanti forse alla Contessa, forse al Conte, forse a entrambi. Lady Blessington scrive col brio di una giornalista ispirata, una Janet Flanner ante litteram. Di lei avevo un volume, The Idler in Italy, dove parla a lungo di Napoli, talvolta confondendo ricordi vecchi con il bisogno recente di danaro. La sua vita era mutata da quando era rimasta sola col bell’Alfred, assai più giovane e stravagante di lei, e incapace di affrontare le spese di ogni giorno.
Qui vediamo un Byron ritratto a tutto tondo: lo scritto della Contessa non è un’apologia e non mancano opinioni critiche, persino graffianti anche se era lusingata di destare l’interesse di uno degli uomini più famosi del mondo. Eravamo a Genova, quando il poeta abitò qualche tempo a Villa Saluzzo inseguendo la sua amante, Teresa Guiccioli, anche lei contessa e autrice di libri. Le dame non si incontrarono mai. Byron alla fine del suo soggiorno a Genova partì per liberare la Grecia, un progetto sul quale nutriva non pochi dubbi e qualche sinistra premonizione.
Nell’estate del 1823, fra non poche complicazioni ma acclamato da molti, giunge in Grecia, a Cefalonia, con un seguito di diversi attendenti. Pochi mesi più tardi, il 19 aprile 1824, moriva nel misero scoglio dove lo avevano portato la sua fama e il suo egocentrismo. Qualche giorno prima aveva subìto un violento attacco che gli aveva fatto perdere la parola. Riprese subito a vivere ma fu sottoposto dal medico incompetente che aveva portato con sé a una serie di salassi così drastici che, a quanto si calcola oggi, gli sottrassero due litri e mezzo di sangue. Il declino fu rapido nonostante egli godesse di buona salute e avesse solo trentasei anni.
Abbiamo una testimonianza diretta dell’aspetto del suo corpo morto redatta da un suo amico, personaggio bizzarro e spesso inviso a chi lo conobbe. Edward John Trelawny raccontò di aver capito l’origine delle stranezze del defunto: aveva «i piedi caprini e le gambe disseccate fino al ginocchio – le forme di un Apollo sulle zampe di un satiro». Non tutti hanno creduto a questo resoconto, ricordando come lo stesso Byron nutrisse molti dubbi sul l’onestà di Trelawny. Del resto nel libricino sugli ultimi giorni del poeta, pubblicato solo nel 1858, Trelawny parla soprattutto di sé e dimostra poca simpatia verso Byron. Ma forse quanto egli scrisse era vero come sembra confermare una lettera autografa del poeta nella quale dice che se mai fosse risorto dalla tomba avrebbe chiesto a Dio un paio di gambe migliori di quelle su cui era stato costretto a muoversi per tutta la vita.
Lord Byron era un bell’uomo, più alto che basso, la pelle chiara, il labbro superiore graziosamente sporgente, il torace largo, l’occhio vellutato, le mani piccole e bianche (adorne forse di troppi anelli), il collo turgido sulla camicia spesso sbottonata per civetteria, i capelli rossastri disposti a riccioli con olio di Macassar. La voce era netta ma un po’ femminea, forse il fraseggio non era sempre intonato. A quanto pare tendeva a darsi delle arie e ad assumere, come Lady Hamilton, delle attitudes. Diceva di annoiarsi ovunque, persino da Isabella Teotochi Albrizi, la prima dama di Venezia che pure lo ammirava. Nessuno gli andava bene. Ma doveva adeguare la verità al personaggio che si era inventato e col quale conviveva come chi è costretto a indossare scarpe strette. Punctum dolens, questo. Byron si dava gran pena per dissimulare il suo difetto indossando pantaloni troppo lunghi e nascondendo le gambe sotto la poltrona. Camminava a disagio quasi saltellando e forse per questo si gloriava di essere un ottimo cavaliere e un impareggiabile nuotatore. Era snello come un adolescente ma aveva la tendenza ad arrotondarsi come Antinoo e si sottoponeva con grandi sforzi a diete estenuanti. Un biscotto, molti infusi ma anche molto alcol. Si vestiva con abiti vecchiotti, persino sdruciti, quel che ancora oggi in Inghilterra si definisce shabby chic.
Le sue maniere talvolta lasciavano a desiderare e non sembrava essere quasi mai a proprio agio, contrariamente a Shelley che si muoveva con la naturalezza di un gran signore. Byron voleva sempre vincere e aveva bisogno della deferenza e del l’adulazione che gli spettava anche per nascita. Forse non riusciva a dimenticare che la madre era provinciale, assai propensa ai liquori, violenta e capace di rinfacciargli le anomalie fisiche con crudeltà.
Resta oscuro il rapporto con la sorellastra Augusta, forse incestuoso, nè risultava chiara la fine burrascosa del suo matrimonio, per quanto si sia pensato che egli pretendesse dalla moglie la sottomissione fisica che lui stesso aveva imposto ai compagni di collegio.
Forse questo è più comprensibile se si rammenta come nel 1938, quando si ispezionò la sua salma imbalsamata si sia scritto che il suo sesso doveva essere stato di proporzioni anormali. La sua vita risulta sempre marezzata di contraddizioni, trascurato ed elegante, generoso e avaro. Non a caso quando viveva in un palazzo sul Canal Grande era riuscito a impressionare Shelley, scandalizzato e ammirato dall’esistenza che Byron conduceva a Venezia fra prostitute e avventurieri. Pratiche, scrive l’ingenuo Shelley, «mai nominate e forse nemmeno concepite in Inghilterra».
Perché ha soggiogato l’intero secolo? Le sue poesie sono magnifiche ma sconfinano nella litania liturgica e non hanno la chiaroveggenza lirica di Shelley o la squisitezza di Keats. Le lettere sono assai più schiette e denotano un potere evocativo persino su circostanze atmosferiche. Amava le cause nobili e credeva nella libertà o almeno diceva di farlo ma si resta sempre con la sensazione che a tutto abbia preferito i propri privilegi. Seppe inventare un modello e incarnare, come Canova, il gusto di un’epoca. Così non sorprende che non abbia ricevuto sempre il plauso delle generazioni successive alla sua. Basti qui pensare, poiché siamo in Italia, a quanto Emilio Cecchi scrisse su Byron e a quanto Roberto Longhi pensasse di Canova, poco amati e dunque poco capiti da loro. Ma prima, ai tempi suoi, Goethe che tutto seppe spiegare, riconobbe a Byron quella forza demoniaca che riesce, riferendo ogni cosa al proprio io, a ipnotizzare gli altri. Non sapremo forse mai se le zampe faunesche siano veramente esistite ma esse possono svelare la doppia natura di Byron a metà dio a metà animale, un’idea antica che già si ritrova in una frase di Giulio Cesare.