Antonio Audino, Domenica-Il Sole 24 Ore 18/12/2011, 18 dicembre 2011
FACCIAMONE UN RADIO DRAMMA!
Bertolt Brecht non aveva ben capito a cosa potesse servire una radio, quel piccolo elettrodomestico che negli anni Trenta cominciava a far parte dell’arredamento comune. Tenere la radio accesa, diceva, era come ascoltare una ricetta di cucina stando di spalle, cos’altro ci si poteva fare? Eppure fuggendo dalla Germania nazista porterà con sé una di quelle scatole sonore, come annota in una sua poesia, per poter sentire da lontano la voce di chi lo aveva costretto all’esilio. Quanta forza in tutto quello che esce da quell’ oggetto sempre e comunque misterioso, che anziché invecchiare o essere surclassato dalle nuove forme di comunicazione oggi sembra acquistare ancor più potenza e capacità di suggestione.
E quanti racconti, quante storie, vere, immaginarie, attuali o sospese nel tempo, realmente vissute o del tutto inverosimili, sono uscite e continuano a venir fuori da quegli altoparlanti e oggi dalle cuffiette di un iPod, o di un cellulare sintonizzato su una qualche emittente. Del resto a proposito delle infinite possibilità evocative scaturite dal solo segnale sonoro è curioso pensare che la grande stagione del ciclismo o i primi trionfi del calcio degli anni Cinquanta, quel grande catalogo di epopee popolari, siano depositati nella memoria di chi viveva quell’epoca grazie al resoconto di una semplice voce circondata da clamori, suoni di campane o grida di gioia, ma tanto emozionante da creare passioni e idoli immortali.
Sulla forza della comunicazione sonora, dunque, nulla da dire. Era il mai troppo citato Rudolf Arnheim, lo studioso di estetica che per primo rivolse la sua attenzione alla radio, costretto anche lui a fuggire dalla Germania di Hitler, a dimostrare un singolare rovesciamento di forze fra l’ immagine, apparentemente più oggettiva e solida, e il suono: è il suono che può essere messo a disagio da un’immagine inopportuna (basti pensare, oggi, a tanti inutili videoclip musicali che nulla aggiungono al brano da presentare ) mentre il suono senza immagine si trova perfettamente a suo agio, anche nel caso su citato.
Dunque quello che oggi potrebbe sembrare un oggetto desueto o un mezzo di comunicazione da usare in assenza di altri (ad esempio mentre si guida), la radio, è uno strumento sempre alla ricerca di nuove potenzialità e sempre capace di sorprendere. Ed è proprio una creazione sonora e narrativa appositamente pensata per l’emissione via etere, com’è il radiodramma, a costituire uno degli ambiti più vivaci di creatività, un genere in continua mutazione che imbocca strade impreviste e si presta ancora a variabili infinite. Quella del radiodramma è un’ arte che merita sempre più spazio, quello spazio tutto interiore che si disloca nella zona mentale dell’ascolto, proprio in quell’angolo del nostro cervello in cui fantasie, e visioni si scatenano sollecitate dal solo fattore acustico.
E per radiodramma va intesa non la resa radiofonica di una scrittura precedentemente tracciata, ma una creazione pensata e realizzata esclusivamente in rapporto con lo spazio dell’etere, laddove possono accadere cose che né nella realtà né nello spazio visivo potrebbero mai aver forma. Di radiodramma, del resto, se ne è fatto molto, e lo stesso Brecht si cimentò nel genere, insieme a Benjamin e a molti altri.
Gli Archivi della Rai sono pieni di creazioni che portano le firme di Savinio o Manganelli, di cicli storici come "Le interviste impossibili" o il più recente "Teatrogiornale". Ma di radiodramma, se ne continua a produrre molto in giro per il mondo, con le reti straniere che investono fior di quattrini in questo settore, e anche con piccoli gruppi di sperimentazione o attraverso siti web specifici. E il sempre maggior spazio che questo tipo di racconto, o meglio di dimensione narrativa sonora, sta guadagnando, indica in maniera chiara che è il nostro rapporto con la visione che comincia a essere messo sempre più in discussione in questi ultimi anni. Bombardati, sedotti, succubi come siamo di fronte al fluire ininterrotto di sollecitazioni che attraversano la retina, abbiamo stabilito con l’immagine un rapporto acritico, la realtà è confinata nel rettangolo televisivo e la fantasia incorniciata nel grande schermo, dove lo sforzo di comprendere o la capacità di immaginare rimane ristretta in quei confini.
Vale la pena allora di chiudere gli occhi, senza dover per forza osservare, senza sentirci schiacciati da una dato visivo per come ci si presenta nei suoi ineludibili tratti esteriori. E andare a cercare nell’invisibile dimensioni, figure, luoghi e presenze che potrebbero rivelarsi davvero sorprendenti.